È questa la sensazione che arriva dai mercati quando Trump tratta con la Cina. Dazi, minacce commerciali, retorica muscolare, accuse a Pechino di “rubare” industria e tecnologia Usa: il copione è noto e (politicamente) funziona. Eppure, Wall Street continua a salire. Persino la Borsa cinese smette lentamente di essere trattata come un mercato da evitare a ogni costo. È come se gli investitori avessero capito che tra Usa e Cina il conflitto è reale, ma che una separazione autentica sarebbe troppo costosa per entrambi. Apple assembla in Asia. Nvidia ha bisogno della domanda cinese. Tesla produce e vende in Cina. Gli Usa dipendono da catene produttive costruite in quarant’anni di globalizzazione, mentre Pechino continua ad avere bisogno del consumatore americano, del dollaro e dei mercati occidentali. La politica può rallentare questa integrazione, renderla più faticosa, ma smontarla farebbe salire i prezzi negli Usa che sarebbero privati di beni cinesi a basso costo, frenerebbe la crescita e colpirebbe i campioni industriali che Washington difende. Per questo i mercati non stanno comprando la pace, ma l’impossibilità economica della guerra totale. E la finanza globale continua a ragionare come se, dietro il rumore delle minacce, esistesse ancora quella corda tesa lungo la parete: abbastanza elastica da sopportare gli strattoni, ma non abbastanza lunga da permettere a uno dei due di staccarsi dall’altro. E questo è un ulteriore motivo per cui, nonostante tutto, continuiamo a mantenere prodotti made in Cina e Usa nei nostri portafogli ideali.
Alessandro Sessa
Direttore responsabile Investi