Il quadro inflazionistico globale si è fatto più complesso e intrecciato, con una variabile dominante che attraversa tutte le principali economie: il rincaro del petrolio innescato dal conflitto in Iran. Eppure, dietro questa causa comune, i percorsi di ogni paese divergono significativamente, rivelando strutture economiche differenti e margini di manovra diseguali per le rispettive banche centrali.
Il Canada è stato il primo a subire l'impatto in modo diretto. A marzo, l'inflazione è balzata dal 1,8% al 2,4% su base annua, trainata da un aumento mensile del prezzo della benzina del 21,2%, il più elevato mai registrato. Nonostante questo shock, le misure di inflazione di fondo — l'inflazione al netto di cibo ed energia è all'1,9% — segnalano che le pressioni non si sono ancora diffuse all'economia più in profondità. La Bank of Canada ha mantenuto i tassi invariati al 2,25%, dichiarando l'intenzione di "guardare oltre" lo shock di breve periodo; nel frattempo, il governo Carney ha introdotto una sospensione temporanea delle accise sui carburanti fino a settembre. Tuttavia, gli economisti avvertono che, se il conflitto si prolungasse, l'inflazione potrebbe avvicinarsi al 3% già ad aprile.
Nel Regno Unito, lo scenario è più preoccupante. L'inflazione di marzo ha accelerato al 3,3%, dal 3% di febbraio, con il carburante per auto in rialzo dell'8,7% — il balzo più consistente dal 2022 — e l'inflazione dei servizi salita al 4,5%, trascinata in particolare dai biglietti aerei. Nei prossimi mesi si attende l'effetto pieno dei rincari di gas ed elettricità, con il rischio concreto che l'inflazione si stabilizzi intorno al 3% e cresca ulteriormente nel terzo trimestre. Per la Bank of England, che solo pochi mesi fa valutava tagli dei tassi, la situazione è diventata significativamente più complicata: i mercati iniziano a prezzare possibili rialzi, ma molti economisti ritengono più probabile una pausa prolungata, visto il raffreddamento del mercato del lavoro e la debolezza della domanda interna.
Il Giappone presenta invece un quadro più sfumato, in parte già anticipatorio rispetto agli altri. A marzo 2026, dopo cinque mesi di rallentamento, l'inflazione ha mostrato una nuova accelerazione: l'indice core (al netto degli alimentari freschi) è salito all'1,8% annuo, superando le attese, mentre la misura più rilevante per la Bank of Japan — al netto di alimentari ed energia — ha raggiunto il 2,4%, mantenendosi stabilmente sopra il target del 2%. Notevole è il fatto che questo dato non incorpori ancora pienamente lo shock energetico: i prezzi della benzina avevano raggiunto un record a metà mese, prima che il governo reintroducesse i sussidi. Gli effetti su tariffe elettriche e gas dovrebbero emergere nei mesi successivi, attraverso il meccanismo di indicizzazione alle importazioni energetiche. In questo contesto, la BOJ dovrebbe mantenere invariati i tassi nella riunione imminente, ma i mercati iniziano a prezzare un rialzo già a giugno.
Il Messico si distingue come caso in controtendenza, almeno nel breve periodo. A inizio aprile, l'inflazione ha rallentato marginalmente al 4,53% annuo, rispetto al 4,55% di fine marzo, con l'inflazione core scesa al 4,27%. La guerra in Iran, finora, non ha prodotto effetti misurabili sui prezzi al consumo messicani. Ciò alimenta la possibilità di un secondo taglio consecutivo dei tassi da parte di Banxico — già ridotti al 6,75% a marzo — sebbene il Consiglio resti diviso sulla tempistica. I rischi restano comunque orientati al rialzo: l'aumento dei pedaggi autostradali, gli scioperi nel settore agricolo e una eventuale escalation del conflitto mediorientale potrebbero rapidamente rimettere in discussione la traiettoria discendente.
Il filo conduttore che lega queste quattro storie è la centralità dello shock energetico e la difficoltà, comune a tutte le banche centrali, di distinguere tra pressioni transitorie e dinamiche strutturali più persistenti. Canada e Giappone stanno cercando di "guardare oltre" il caro-petrolio, il Regno Unito deve fare i conti con un'inflazione già elevata che rischia di salire ulteriormente, il Messico naviga in un momento di relativa pausa che potrebbe essere fragile. In tutti i casi, il 2026 si conferma un anno in cui la politica monetaria globale si muove su un filo sottile, sospesa tra il rischio di fare troppo poco e quello di soffocare economie già sotto pressione.
COSA FARE CON GLI INVESTIMENTI
Per quanto rigurada gli investimenti, non consigliamo né azioni nè obbligazioni di Regno Unito, Canada e Giappone. Per quanto riguarda il Messico, le obbligazoni in peso non sono all'acquisto, mentre per la Borsa controlla i nostri portafogli.