Cosa succede dopo il crowdfunding?
Facciamo il punto sul "dopo"
Facciamo il punto sul "dopo"
Spesso si racconta il crowdfunding come una storia che culmina nel momento in cui il contatore della raccolta tocca la cifra sperata. In realtà, quello non è il traguardo, ma la linea di partenza. È il momento in cui finisce la narrazione e inizia la parte più dura: l’impresa industriale.
Il problema è che la fase successiva, quella che si svolge lontano dai riflettori nei due o tre anni seguenti, è spesso invisibile. È qui che il denaro raccolto e le aspettative dei sostenitori devono trasformarsi in un prodotto vero o in un’azienda capace di camminare sulle proprie gambe. Ed è proprio qui che si annidano i rischi maggiori, spesso sotto forma di "fallimenti silenziosi": progetti che non chiudono ufficialmente, ma che smettono di comunicare, accumulano ritardi o riducono drasticamente le promesse fatte.
Al di là dell’investimento un problema generale dei progetti di crowdfunding
Per capire quanto sia diffuso il fenomeno, partiamo dal modello più semplice: la raccolta fondi basata su ricompense, dove si paga in anticipo per ricevere un prodotto. La piattaforma Kickstarter, in collaborazione con il ricercatore Ethan Mollick dell’Università della Pennsylvania, ha fornito in passato i numeri più onesti e completi su questo tema.
Secondo i dati, circa il 9% dei progetti finanziati con successo non riesce mai a consegnare quanto promesso. Tradotto in denaro, significa che l’8% dei fondi raccolti finisce in iniziative che si rivelano un buco nell'acqua. Ma il dato forse più interessante riguarda la puntualità: solo il 65% dei sostenitori ha percepito di aver ricevuto il proprio ordine "in tempo". Chi partecipa a queste campagne deve mettere in conto una realtà statistica precisa: c’è una possibilità su dieci che il progetto fallisca del tutto e, anche quando va bene, è molto probabile che ci siano ritardi significativi.
Queste cifre non servono a demonizzare lo strumento, ma a chiarire un equivoco di fondo: finanziare un progetto online non significa fare acquisti in un negozio. Si sta supportando un processo creativo o industriale ancora incerto, non comprando un oggetto già sugli scaffali. Lo stesso vale per gli investimenti.
Quando si investe in aziende: il rischio "zombie"
Il discorso si fa ancora più delicato quando si parla di investire capitali in cambio di quote societarie (equity crowdfunding). Un’azienda può sopravvivere formalmente senza però crescere, rimanendo in una sorta di limbo. Per chi ha investito, questo scenario è spesso frustrante quanto un fallimento: le quote possedute non si possono vendere facilmente (manca un mercato liquido) e il capitale rimane bloccato in un'impresa che non genera valore.
Per monitorare questi esiti esistono osservatori specializzati come KingsCrowd, che tracciano nel tempo il destino delle startup finanziate. Nel loro aggiornamento del 2025, basato su oltre 650 casi monitorati, emerge chiaramente come il mercato stia maturando: si iniziano a contare sia le "uscite" positive (aziende vendute o quotate) sia le chiusure definitive. I dati parziali del 2025 (l’aggiornamento risale a ottobre) per il mercato statunitense mostrano, ad esempio, un rapporto tra successi e fallimenti che vede ancora prevalere le difficoltà (35 chiusure contro 19 uscite positive in un dato periodo), a dimostrazione che il rischio d'impresa è reale e misurabile.
Il contesto italiano: come distinguere la crescita dalla sopravvivenza
Anche in Italia la situazione riflette queste dinamiche e viene monitorata con attenzione dall'Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano. I loro report annuali non si limitano a contare i capitali raccolti, ma offrono una fotografia essenziale per capire lo stato di salute del settore. Quando i dati aggregati tendono a mostrare un rallentamento della raccolta o una contrazione dei volumi, come accaduto in alcune fasi recenti, questo influisce direttamente sulle aziende già finanziate: diventa più difficile trovare nuovi capitali per sostenere la crescita nei 24-36 mesi successivi alla campagna.
Anche in Italia iniziano ad essere disponibili analisi che provano a osservare cosa accade alle imprese finanziate dal pubblico nel medio periodo, andando oltre la sola fase di raccolta. Oltre ai report dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano, alcune ricerche indipendenti — come quelle promosse dall’Italian Tech Alliance insieme a operatori del settore e riprese da testate specializzate come StartupItalia — hanno incrociato i dati delle campagne di equity crowdfunding con le performance economico-finanziarie successive. Questi lavori mostrano che, a distanza di due o tre anni, non tutte le società riescono a tradurre le previsioni dei business plan in una crescita effettiva e sostenuta: molte restano operative ma con dimensioni e risultati inferiori alle attese iniziali. Si tratta di evidenze ancora parziali, ma utili per ricordare che il successo della campagna rappresenta solo il primo passaggio di un percorso più lungo e incerto.
Proprio perché gli esiti delle campagne non sono sempre immediatamente leggibili e perché molte imprese restano in una zona intermedia tra crescita e stallo, per chi investe o semplicemente osserva questo mercato diventa importante guardare oltre la comunicazione ufficiale. Le piattaforme e le società tendono a raccontare soprattutto la fase iniziale, mentre nel tempo le informazioni si fanno più frammentarie. In questi casi, la documentazione pubblica rappresenta uno degli strumenti più semplici e affidabili per capire se un progetto sta effettivamente evolvendo. I bilanci depositati, le visure camerali e gli atti societari consentono di verificare se l’attività prosegue con continuità, se i ricavi crescono, se la struttura dell’azienda cambia o si ridimensiona. Spesso i segnali di difficoltà emergono molto prima di un’eventuale chiusura formale: ritardi nel deposito dei conti, frequenti cambi di amministratori o di sede, assenza di comunicazioni verso i soci sono indicatori che suggeriscono una fase di rallentamento o di incertezza operativa.
Crowdfunding addio?
Assolutamente no: ma queste considerazioni servono a rendere chiaro che la fase iniziale, quella in cui si valuta il progetto in cui si vuole investire, deve essere svolta con molta attenzione e consapevolezza che non sempre ciò che è di moda poi funziona. In secondo luogo, qui vale più che mai l’idea di non mettere mai troppi soldi in un solo progetto, anche se ci piace molto: diversificare è qui, più che mai, una fonte di salute per il proprio portafoglio. Meglio investire 500 euro in dieci progetti diversi e di diverso tipo che 5.000 euro in un solo progetto.
LA VISURA CAMERALE
La visura camerale è un documento che contiene le informazioni base di una società. Innanzitutto, ti offre informazioni come il luogo in cui si trova la sede legale, l’indirizzo della pec e l’iscrizione al numero delle imprese. Il che forse non è un gran che, ma può anche soddisfare la tua curiosità di guardare in faccia la sede della società in cui investi inserendo l’indirizzo in google maps. La visura camerale ti dice inoltre dell’iscrizione al registro delle imprese, ma anche se è iscritta al registro delle start up innovative (l’informazione è buona per sapere se potrebbe avere o meno i benefici fiscali). Poi ci trovi l’oggetto sociale, quindi ciò che fa (o potrebbe fare) la società nel dettaglio, quali sono i poteri dei suoi amministratori e altre eventuali informazioni iscritte/annotate su asset e titoli (se presenti) che ha in mano. Ci sta poi indicazione del capitale della società e quanto di questo è stato sottoscritto e versato e quando possibile quali sono i soci (ovviamente al momento della visura, quindi non c’è ancora ciò che sarà la società dopo l’operazione di crowdfunding). Trovi i nomi degli amministratori (puoi cercarli sui social e cercare di farti un’idea di chi sono, o per lo meno di come si presentano; per molti investitori sempre meglio vedere in faccia le persone, anche se ovviamente la fisiognomica non è una scienza su cui fare affidamento). E scopri anche la classificazione Ateco che ti dà un’idea del settore in cui opera la società.