Negli ultimi anni l’alluminio è tornato al centro dell’attenzione degli investitori, non solo come metallo leggero per lattine e serramenti, ma come materia prima strategica per l’economia globale. È strettamente legato ai grandi trend industriali e alla transizione energetica. Capire perché l’alluminio può rappresentare un investimento interessante significa analizzarne il ruolo industriale, le dinamiche di prezzo e i principali fattori di rischio.
L’alluminio è ovunque: è presente nelle auto, negli aerei, negli edifici, negli imballaggi alimentari, nei cavi elettrici e nelle infrastrutture per le energie rinnovabili. La sua combinazione di leggerezza, resistenza e conducibilità termica ed elettrica lo rende indispensabile in settori in forte evoluzione. La mobilità elettrica, per esempio, richiede veicoli più leggeri per aumentare l’autonomia delle batterie; l’alluminio consente di ridurre il peso mantenendo solidità strutturale. Allo stesso modo, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e reti elettriche utilizzano grandi quantità di questo metallo.
Dalla Bauxite con tanta energia…
Dal punto di vista industriale, l’alluminio primario si ottiene quasi esclusivamente dalla bauxite, un minerale ricco di ossidi di alluminio. La raffinazione avviene in due fasi: il processo Bayer, che trasforma la bauxite in allumina (ossido di alluminio), e il processo Hall–Héroult, in cui l’allumina viene elettrolizzata per ottenere alluminio metallico. Si tratta di passaggi altamente energivori, che generano anche sottoprodotti con rilievo ambientale (come i cosiddetti “red mud”) e che tendono a concentrarsi in pochi poli industriali integrati bauxite–allumina–alluminio.
La produzione mondiale è fortemente concentrata in termini geografici. La Cina da sola rappresenta una quota dominante della produzione primaria globale, seguita a distanza da grandi produttori come India, Russia, Canada, Emirati Arabi Uniti e Australia. Questa concentrazione rende il mercato particolarmente esposto a decisioni politiche e regolatorie: dazi, sanzioni, politiche energetiche nazionali e limiti ambientali possono alterare rapidamente l’equilibrio tra domanda e offerta, con effetti diretti sulle quotazioni.
Cosa ne determina il prezzo
Ma da cosa dipende il prezzo dell’alluminio? Il primo fattore è la domanda industriale. Quando l’economia globale cresce e aumentano produzione edilizia, automotive e infrastrutturale, la richiesta di alluminio tende a salire, spingendo i prezzi verso l’alto; in fasi di rallentamento economico, accade l’opposto. È quindi un metallo marcatamente ciclico, sensibile al ciclo economico e agli investimenti in grandi opere pubbliche e private.
Un elemento cruciale, lo si può immaginare da quanto detto prima, è il costo dell’energia. La produzione primaria di alluminio richiede enormi quantità di elettricità: nei complessi di fusione più energivori, l’energia è spesso la principale voce di costo e può arrivare a rappresentare una quota molto rilevante dei costi operativi di uno smelter, soprattutto quando l’elettricità è cara. Se i prezzi dell’elettricità aumentano, molti impianti riducono la produzione o risultano non competitivi, comprimendo l’offerta e sostenendo le quotazioni. La competitività dei produttori dipende quindi in larga misura dall’accesso a energia a basso costo, spesso idroelettrica, e il mercato dell’alluminio risulta strettamente collegato a quello energetico.
Anche la geopolitica gioca un ruolo determinante. La concentrazione geografica della produzione fa sì che decisioni come dazi, sanzioni, restrizioni all’export o chiusure di impianti per motivi ambientali incidano in modo significativo sull’offerta globale. Questi interventi possono aumentare la volatilità dei prezzi e creare differenziali regionali tra mercati fisici e mercati finanziari.
Però si ricicla inifinitamente
Un aspetto distintivo dell’alluminio è la sua elevata riciclabilità: può essere riutilizzato virtualmente infinite volte senza perdere qualità metallurgica. Ancora più importante, il riciclo richiede molto meno energia rispetto alla produzione primaria: spesso si cita un risparmio nell’ordine del 90–95% dell’energia necessaria per produrre alluminio primario da bauxite. Questo lo rende particolarmente interessante in un contesto in cui sostenibilità, riduzione delle emissioni e economia circolare sono centrali. La crescita dell’alluminio riciclato contribuisce a stabilizzare l’offerta e a ridurre l’intensità energetica complessiva del settore, ma non elimina la dipendenza dalla domanda industriale e dall’espansione della capacità primaria nelle fasi di forte crescita.
Il punto di vista di chi investe
Dal punto di vista dell’investitore, l’alluminio al solito può svolgere una funzione di diversificazione. Come altre materie prime, tende a reagire in modo diverso rispetto ad azioni e obbligazioni, soprattutto in periodi di inflazione, shock energetici o tensioni sulle catene di approvvigionamento. Tuttavia, non è un investimento privo di rischi: la volatilità può essere elevata, i prezzi sono influenzati da fattori globali spesso imprevedibili e il mercato è esposto sia al ciclo economico sia alle decisioni politiche e regolamentari. A Piazza Affari è quotato l’Etc Wisdomtree Aluminium (3,39 euro al 19/2; Isin GB00B15KXN58) sui contratti future sull’alluminio (per cui vedi qui per i problemi di questa tipologia di prodotto).
Attualmente il costo dell’alluminio è di 3.040,57 dollari la tonnellata (prezzo al 19/2) presso il London Metal Exchange, un livello che non è ai massimi, ma quasi. Siamo comunque sopra le ultime previsioni disponibili (di ottobre) della banca mondiale che lo davano in media a 2.600 dollari nel 2026 e a 2.700 dollari nel 2027. Se c’è qualcosa di buono da anticipare nei prezzi ci sembra già stimato. Non consigliamo quindi l’investimento.