Oro su nuovi massimi storici
La recente performance dell’oro riflette una nuova e intensa ondata di acquisti rifugio, in un contesto di crescente incertezza geopolitica e finanziaria.
La recente performance dell’oro riflette una nuova e intensa ondata di acquisti rifugio, in un contesto di crescente incertezza geopolitica e finanziaria.
La recente performance dell’oro riflette una nuova e intensa ondata di acquisti rifugio, in un contesto di crescente incertezza geopolitica e finanziaria.
Un mondo di incertezze spinge il dollaro
Il principale catalizzatore del movimento è stato il riacutizzarsi delle tensioni commerciali globali, innescate dall’amministrazione statunitense con nuove minacce tariffarie che, in modo inedito, hanno coinvolto anche la Groenlandia. L’ipotesi di una guerra commerciale più ampia e disordinata ha alimentato la percezione di rischio sistemico, spingendo gli investitori istituzionali a ridurre l’esposizione su titoli rischiosi e a rifugiarsi nel metallo giallo.
A sostenere ulteriormente l’oro è arrivato il rally parallelo dell’argento, che tra il 19 e il 20 gennaio ha toccato quota 94 dollari l’oncia. Il movimento è stato amplificato dall’annuncio di nuovi controlli cinesi sulle esportazioni, che ha acceso timori di scarsità dell’offerta fisica, soprattutto per l’uso industriale. L’impennata dell’argento ha così trascinato al rialzo l’intero comparto dei metalli preziosi.
In concomitanza con l’annuncio dei dazi, i mercati delle criptovalute hanno registrato un brusco arretramento. Il calo di Bitcoin e degli asset digitali, percepiti come eccessivamente volatili in uno scenario di stress geopolitico, ha innescato una rotazione di portafoglio: parte dei capitali in uscita dal mondo cripto si è riversata sull’oro, riaffermandone il ruolo di riserva di valore più stabile.
L’ottimismo delle banche d’affari e la de-dollarizzazione
Alla luce della forza del trend, diverse grandi case d’affari hanno rivisto le stime per il 2026, indicando 5.000 dollai l’oncia come obiettivo raggiungibile già nel breve-medio periodo, con proiezioni più aggressive fino a 6–7.000 dollari in caso di deterioramento del quadro fiscale USA. Sullo sfondo pesano le attese di una Federal Reserve accomodante, chiamata a mitigare l’impatto economico dei dazi, e i timori di una nuova fase di reflazione.
Prosegue intanto il trend strutturale di accumulo di oro da parte delle banche centrali, impegnate a diversificare le riserve lontano dal dollaro USA. Il crescente debito pubblico americano e l’uso di sanzioni e dazi come strumenti geopolitici rafforzano questa strategia.
Che fare?
L’amministrazione Trump sembra inventare una crisi diplomatica dopo l’altra e bisogna ammettere che in questo contesto la figura di Donald Trump ha agito come catalizzatore del rialzo dell’oro, anche se non ne è la causa strutturale. La sua impostazione politica, caratterizzata da retorica imprevedibile, pressione sui partner commerciali e tolleranza verso deficit fiscali elevati, ha amplificato l’avversione al rischio e rafforzato la domanda di beni rifugio. Tuttavia, il trend di fondo del metallo giallo poggia su fattori più profondi e duraturi (debito pubblico, politica monetaria accomodante e de-dollarizzazione delle riserve) che trascendono il ciclo politico e ne sostendgono la tenuta anche oltre le contingenze della leadership americana. Quindi non è neanche detto che se la situazione si calmasse l’oro calerebbe tout court. In questo contesto un po’ di oro in portafoglio può essere mantenuto anche dopo i recenti forti rialzi. Mantieni Invesco physical gold (389,2 euro al 20/01; Isin IE00B579F325)