Petrolio l’offerta è elevata...
La situazione in Venezuela non impatterà più di tanto sul prezzo del petrolio quest'anno.
La situazione in Venezuela non impatterà più di tanto sul prezzo del petrolio quest'anno.
Molte materie prime han chiuso il 2025 su livelli record o quasi, ma il petrolio non è stato tra questi e il prezzo del barile di Brent è sceso rispetto a inizio anno. E per il 2026 non vediamo rimbalzi della domanda o cali di offerta che possano sostenere una ripresa dei prezzi.
Il nodo di Caracas
I recenti eventi in Venezuela non sembrano avere avuto un impatto significativo: il Paese produce meno di 1 milione di barili al giorno (1% della produzione globale), quindi l’impatto sul prezzo del greggio di una crisi è minimo. Se le società Usa dovessero tornare (al momento non è previsto), rilanciare l'industria petrolifera venezuelana richiederà decine di miliardi di dollari e anni di lavoro. Le principali compagnie petrolifere richiederanno garanzie a lungo termine prima di impegnarsi in modo significativo con il Paese, il che, in definitiva, significa stabilità. Ciò aumenterà l'offerta globale e quindi i prezzi si abbasseranno, sempre che la domanda si mantenga ai livelli attuali.
Prezzi sotto controllo
Per tutti i motivi visti fin qui pensiamo che i prezzi del petrolio nel 2026 non avranno sostanziali rimonte, salvo una forte riduzione della produzione da parte dell’OPEC (il gruppo dei principali Paesi produttori) nei prossimi mesi o un grave incidente geopolitico che potrebbe, tuttavia, cambiare lo scenario. L’EIA (Energy Information Administration, agenzia del governo Usa per l’energia) prevede per il 2026 una media intorno ai 55 dollari Usa per il Brent (petrolio del mare del Nord), con una lieve risalita a fine anno. Il nostro scenario rimane quello di un eccesso di offerta, con un barile di Brent sotto i 60 dollari Usa. Importanti capacità produttive, avviate negli ultimi anni, entreranno in funzione quest’anno, come in Guyana o in Brasile, in un momento in cui la domanda mondiale di petrolio rallenta, in particolare in Cina. In questo Paese, lo sviluppo delle auto elettriche limita il consumo di benzina. Prevediamo quindi un calo degli utili delle attività petrolifere, in parte compensato da un aumento della produzione, da buoni risultati nella raffinazione all’inizio del 2026 e dalla crescita degli utili nel gas. Quest’ultimo è sempre più utilizzato per la produzione di energia destinata ai data center. Il settore energetico pesa solo per poco più del 3% sull’indice mondiale Msci World. La sua evoluzione ha quindi un impatto limitato sui mercati azionari. Attenzione, però, anche se il settore non dovrebbe quindi registrare una forte risalita nel 2026, riteniamo comunque che la maggior parte dei cali sia ormai alle spalle. Dal punto di vista operativo non consigliamo prodotti che investono nel petrolio e se avete comprato in passato Etf o fondi sul settore energia li potete mantenere. Se volete scommettere sul settore energia potete piuttosto scommettere sul fatto che la fame dei data center spingerà il nucleare e acquistare l’Etf VanEck uranium nuclear technologies (48,395 euro al 2/1/26; Isin IE000M7V94E1). Attenzione che è comunque una scommessa rischiosa sullo sviluppo del nucleare e vale per il lungo periodo. @