Quei rischi che neghiamo...
Esg, clima. cambiamento climatico, negazionismo, bias
Esg, clima. cambiamento climatico, negazionismo, bias
La finanza moderna riconosce che il cambiamento climatico rappresenta un rischio sistemico per i mercati finanziari. Paradossalmente, molti investitori faticano ancora a integrarlo nelle proprie decisioni, mostrando una sorta di “negazionismo climatico” negli investimenti. In altre parole, pur ammettendo a parole che il climate change è un pericolo reale, tendono nei fatti a sottovalutarne o negarne l’impatto finanziario. Ad esempio, in un sondaggio condotto tra investitori istituzionali, la maggioranza riconosceva il climate change come un rischio significativo da gestire, eppure circa la metà riteneva che non avrebbe effetti sul proprio portafoglio: un chiaro caso di dissonanza cognitiva che porta a negare i rischi climatici potenziali. Questo divario è attribuito proprio a bias cognitivi – come l’inerzia, il pensiero di gruppo e un eccesso di ottimismo – che rallentano le reazioni nonostante i rischi siano noti.
I bias cognitivi alla base della negazione del rischio climatico
I meccanismi psicologici e cognitivi descritti dalla finanza comportamentale possono spiegare perché molti investitori mostrano resistenza nel prendere sul serio i rischi legati al clima. Questi bias cognitivi agiscono come lenti distorcenti: ci fanno percepire il cambiamento climatico come astratto, lontano o non urgente, influenzando le decisioni finanziarie. Ecco quali sono i bias che intervengono per spiegare questa situazione.
Bias dello status quo: spinge gli investitori a mantenere allocazioni tradizionali, anche in settori ad alto impatto ambientale, per evitare il disagio del cambiamento. La familiarità con il passato prevale sulla necessità di adattamento.
Bias di conferma: porta a cercare e dare peso solo alle informazioni che confermano convinzioni preesistenti, ignorando evidenze scientifiche e analisi allarmanti sui rischi climatici.
Euristica della disponibilità: eventi lontani nel tempo o nello spazio vengono percepiti come meno rilevanti. Il climate change, spesso astratto e graduale, non viene considerato prioritario fino a che non produce danni tangibili e vicini.
Bias di normalità: ci fa credere che il futuro replicherà il passato. Gli investitori proiettano modelli storici senza considerare discontinuità climatiche o regolatorie.
Bias del presente (miopia temporale): favorisce benefici immediati (es. dividendi da settori ad alta emissione) rispetto alla prevenzione di rischi futuri. I costi della transizione ecologica vengono percepiti come troppo alti oggi, nonostante i potenziali guadagni futuri.
Ottimismo e overconfidence: si sottovalutano gli impatti climatici credendo che andrà tutto bene o che si saprà reagire in tempo. L’eccessiva fiducia può portare a ignorare stress test e segnali d’allarme.
Effetto gregge e groupthink: la mancanza di azione da parte della maggioranza viene interpretata come prova dell’irrilevanza del rischio climatico. Il pensiero di gruppo ostacola opinioni divergenti e rinforza l’inerzia collettiva.