2026: crescono i costi fissi sull’auto, è venuto il momento del car sharing?
Car sharing: ci sono occasioni d'acquisto?
Car sharing: ci sono occasioni d'acquisto?
Il 2026 si apre con un’ulteriore stretta sui costi dell’automobile privata. Ai rincari dei carburanti e dei pedaggi autostradali si aggiunge un intervento fiscale che incide direttamente sulle assicurazioni: la legge di bilancio ha innalzato dal 2,5% al 12,5% l’aliquota dell’RC auto relativa ad alcune garanzie accessorie, come l’infortunio del conducente e l’assistenza stradale, per i contratti stipulati o rinnovati a partire dal 1°gennaio 2026. L’effetto è un aumento dei premi assicurativi per una quota significativa di automobilisti, con un gettito stimato per lo Stato di 115 milioni di euro entro la fine del 2026. A questo si aggiunge l’aumento delle accise sul diesel, che, negli ultimi giorni, ha reso più oneroso questo carburante rispetto alla benzina, innalzando ulteriormente i costi per i possessori di un mezzo diesel, già penalizzati da alcune restrizioni alla circolazione.
I nuovi rincari si inseriscono in un quadro già oneroso per chi possiede un’auto. In Italia, secondo l’Annuario Statistico ACI 2025, in Italia mantenere un’auto costa mediamente oltre 4.000 euro all’anno a veicolo, considerando le principali voci come carburante, manutenzione, assicurazione e tasse, anche senza un utilizzo intensivo del veicolo. Si tratta in larga parte di costi fissi o difficilmente comprimibili, che gravano sul bilancio familiare indipendentemente dai chilometri percorsi.

Il confronto con il car sharing è immediato sul piano economico. Per un utente urbano che utilizza l’auto in modo occasionale, la spesa annua per il car sharing si colloca tipicamente tra poche centinaia e circa 1.000 euro, un costo variabile in funzione della frequenza d’uso e della città. In questo caso il costo è direttamente proporzionale all’utilizzo: nessuna assicurazione da sostenere, nessuna manutenzione, nessun costo di parcheggio o svalutazione del veicolo. È in questa forbice — tra un’auto di proprietà che può costare anche quattro o cinque volte di più rispetto a un utilizzo condiviso — che si colloca il rinnovato interesse economico per il car sharing. Non si tratta solo di una scelta ambientale o di stile di vita, ma di una risposta razionale a un problema di convenienza, resa ancora più attuale dall’aumento dei costi assicurativi deciso per il 2026.
Se l’aumento dei costi dell’auto privata contribuisce a rendere il car sharing potenzialmente più attraente per una parte della domanda, dal lato delle imprese il quadro è molto meno lineare. I risultati economici delle società quotate che operano, direttamente o indirettamente, nel car sharing mostrano infatti come questo servizio, a causa degli elevati costi fissi, sia difficile da sostenere come attività autonoma e venga spesso utilizzato come complemento strategico all’interno di gruppi più ampi.
Un caso emblematico è Avis Budget Group (125,18 Usd; Isin US0537741052), quotata al Nasdaq, che ha incluso Zipcar nel proprio portafoglio. Nel 2024 il gruppo ha registrato ricavi per circa 11,8 miliardi di dollari, ma ha chiuso l’esercizio con una perdita netta di circa 1,8 miliardi, dopo un 2023 ancora in utile. Il risultato è stato fortemente influenzato dalle svalutazioni della flotta e dall’aumento dei costi operativi.
In questo contesto, il car sharing rappresentato da Zipcar non è un motore di profitti autonomo, ma una leva per presidiare la mobilità urbana e diversificare l’offerta rispetto al noleggio tradizionale, sfruttando infrastrutture già esistenti. Questo fatto è confermato dai risultati del 1° semestre 2025, in cui i ricavi sono pari a circa 3 miliardi di dollari, sostanzialmente stabili rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e l’utile netto si è fermato a 5 milioni di dollari, in calo rispetto al 2024.
Una dinamica simile emerge anche in Europa. Per operatori storici del noleggio come Hertz Global Holdings (5,32 euro; Isin US42806J7000) e Sixt (71,95 euro; Isin DE0007231326), entrambi quotati, il car sharing svolge un ruolo ancora più chiaramente accessorio. Hertz, reduce da una fase di ristrutturazione complessa, presenta negli ultimi esercizi margini netti negativi e risultati fortemente volatili, condizionati dal debito e dal costo della flotta.
In questo quadro, le iniziative di mobilità condivisa e on-demand hanno un peso limitato nei conti complessivi e vengono utilizzate soprattutto per migliorare l’utilizzo dei veicoli e intercettare una clientela urbana occasionale. Sixt, pur mostrando una struttura finanziaria più solida rispetto ad altri operatori, mantiene il car sharing come estensione del noleggio, non come business separato.
Accanto a questi operatori, il car sharing compare in modo indiretto nei bilanci di grandi piattaforme di mobilità. Uber (85,41 Usd; Isin US90353T1007) e Lyft (19,25 Usd; Isin US55087P1049) non sono società di car sharing in senso stretto, ma influenzano il settore grazie alle loro dimensioni finanziarie e alla capacità di integrare diversi servizi di mobilità.
Uber, in particolare, nel 2024 ha registrato ricavi per circa 43,9 miliardi di dollari e un utile netto di quasi 9,8 miliardi, mostrando una solidità economica che le consente di sperimentare e integrare nuovi servizi senza che questi debbano essere immediatamente redditizi. In questi casi, il car sharing assume una funzione strategica: completare l’offerta e aumentare la frequenza di utilizzo delle piattaforme, più che generare profitti diretti.
Nel complesso, i dati economici delle società quotate raccontano una storia coerente: il car sharing tende a funzionare meglio quando è inserito all’interno di gruppi più grandi, capaci di assorbire perdite temporanee e di sfruttare sinergie industriali. Al contrario, i modelli più “puri” faticano a raggiungere una redditività stabile, soprattutto in contesti urbani caratterizzati da costi elevati e regolazione stringente. È questa tensione tra domanda crescente e sostenibilità finanziaria che rende il car sharing un settore interessante non solo dal punto di vista della mobilità, ma anche da quello dell’analisi economica e dei mercati.
Nonostante il settore sembri essere promettente, in un’ottica di sviluppo futuro, le singole società che operano nel settore, secondo i nostri modelli di valutazione non hanno multipli interessanti, oltre ad avere un giudizio di qualità sui risultati inferiore alla media. Abbiamo cercato anche tra gli Etf, ma, oggi, non ne esiste uno dedicato al car sharing. L’Etf XTracker Future Mobility (107,48 euro; Isin IE00BGV5VR99), che potrebbe avvicinarsi a quanto cerchiamo, tra i titoli che hanno più peso non ne annovera nessuno che si occupa di car sharing. Per questo motivo, al momento, non te ne consigliamo nessuno, pur riservandoci di tenere d’occhio il settore.