Anche il Bitcoin è sceso
Negli ultimi giorni il prezzo di Bitcoin ha registrato un crollo significativo, riportandosi su livelli che non si vedevano da mesi.
Negli ultimi giorni il prezzo di Bitcoin ha registrato un crollo significativo, riportandosi su livelli che non si vedevano da mesi.
Negli ultimi giorni non è stato solo l'oro a calare: il prezzo di Bitcoin ha registrato un crollo significativo, riportandosi su livelli che non si vedevano da mesi. Se venerdì 30 era ancora a quota 84088,13 dollari, oggi risulta in forte calo, con minimi anche a 75.000 dollari per poi tornare, mentre scriviamo, intorno a quota 78.000. Siamo su un livello vicino ai minimi toccati dopo lo shock dei dazi e delle tensioni macroeconomiche dell’anno scorso. Non si tratta quindi di una semplice flessione settimanale, ma sembra piuttosto di un cambio di prospettive legato al mutamento delle aspettative circa la politica monetaria statunitense, innescato dalla possibile nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Warsh è percepito dai mercati come una figura meno incline a tagli rapidi dei tassi e più attenta alla disciplina monetaria. Questo ha provocato un brusco cambio delle attese: la prospettiva di tassi più alti e liquidità meno abbondante sui mercati tende a penalizzare in modo diretto gli investimenti più rischiosi, tra cui le criptovalute.
A differenza dell’oro, pur esso in calo, Bitcoin non viene più interpretato in questa fase come una vera riserva di valore difensiva, ma prevalentemente come un investimento speculativo fortemente dipendente dalla liquidità globale. In questo contesto, la narrativa di Bitcoin come “copertura contro la svalutazione del dollaro” perde forza quando il dollaro si rafforza e la banca centrale segnala una linea più restrittiva. La reazione del mercato riflette proprio questa lettura: meno liquidità, meno propensione al rischio.
Un ruolo cruciale lo hanno avuto anche i deflussi dagli ETF spot su Bitcoin, che nell’ultima settimana di gennaio sono stati intensi e sono ai livelli peggiori da febbraio 2025. Il motivo è che comportano a loro volta vendite da parte di questi strumenti, che detengono Bitcoin fisici, e ciò aumenta la pressione ribassista sui prezzi e segnalano un raffreddamento dell’interesse istituzionale, almeno nel breve periodo.
Poi ci sono altri meccanismi che tendono a rafforzare queste dinamiche, come le liquidazioni di posizioni a leva (scommesse) sulle criptovalute, e un contesto più ampio di rifiuto del rischio che penalizza l’intero settore delle criptovalute, troppo volatili.
È una occasione buona per investire in Bitcoin?
Qui un po’ di prudenza si impone. Di buono c’è che ora il Bitcoin non è più ai massimi e il calo non nasce da problemi strutturali, cioè da una crisi tecnologica, attacchi alla rete, problemi di regolamentazione (es. divieti) o fallimenti di siti in cui si scambiano criptovalute (cripto-exchange). Anzi, il calo è dovuto a fattori macroeconomici legati alla prospettiva di una Fed che non abbasserà troppo allegramente i tassi. E quindi tutto questo fa pensare che se questi fattori dovessero invertirsi, anche il Bitcoin potrebbe riprendersi. Però c’è anche un rovescio della medaglia. In primo luogo è sempre più chiaro che il Bitcoin non è un bene rifugio, in secondo luogo che soffre con tassi alti. Ciò significa che se la Fed dovesse effettivamente confermare una posizione restrittiva, o comunque non lasca, nei confronti dei tassi, non ci sono motivi particolari per cui il Bitcoin, e con esso le principali criptovalute, debba riprendersi. Quindi può benissimo calare ancora. Di fatto il Bitcoin non è: un sostituto della liquidità, né una protezione dall’inflazione nel breve periodo, né un investimento per obiettivi a 2–3 anni.
Chi proprio proprio ci volesse scommettere lo dovrebbe fare in un’ottica di lungo periodo, con una parte minimale del proprio portafoglio, e sapendo che comunque è una lotteria. E se proprio vuole farlo, almeno lo faccia utilizzando strumenti quotati sui mercati europei come gli Etn. Almeno rimane in un contesto finanziario ben regolamentato, anche se, ovviamente, nessuna regolamentazione può di per sé rendere remunerativo un prodotto.