Criptovalute, dalla scommessa al bilancio
Il dibattito sull'uso delle criptovalute in Europa continua.
Il dibattito sull'uso delle criptovalute in Europa continua.
Un imprenditore si presenta in banca per chiedere un prestito. Non offre in garanzia un immobile né un portafoglio titoli, ma bitcoin custoditi in un wallet digitale. Fino a pochi anni fa sarebbe sembrata una provocazione. Oggi, in alcuni Paesi europei, non è più fantascienza.
Le criptovalute stanno attraversando un cambio di status profondo: da asset percepiti come strumenti speculativi individuali a strumenti che iniziano a svolgere funzioni di sistema. Possono diventare pegno per ottenere credito, voce nei bilanci bancari, persino oggetto di discussione come possibile riserva strategica di uno Stato. Il punto non è più se esistano, ma come vengano integrate nell’architettura finanziaria tradizionale.
Bitcoin come garanzia: cosa significa davvero
Per capire la portata del cambiamento bisogna partire da un concetto semplice: il pegno. È una garanzia reale su un bene. Se non restituisci il prestito, il creditore può rivalersi su quel bene. Tradizionalmente si tratta di immobili, macchinari, azioni o obbligazioni. Oggi, in alcuni contesti, anche le criptovalute iniziano a essere considerate “bene aggredibile” in un contratto.
Il regolamento europeo MiCA ha disciplinato molti aspetti del mercato cripto (emissione, trasparenza, servizi) ma non ha definito in modo dettagliato l’uso delle criptovalute come garanzia reale. Per questo alcuni Paesi si stanno muovendo con interventi specifici. In Francia, una recente legge (DDADUE 5) ha introdotto un quadro più chiaro per il pegno su cripto‑beni, permettendo in determinate condizioni prestiti garantiti da criptovalute senza doverle vendere.
Per noi italiani la domanda è immediata: cosa cambierebbe se una banca accettasse Bitcoin in garanzia? I pro sono evidenti. Chi possiede un patrimonio digitale ma non immobiliare potrebbe accedere più facilmente al credito. Si aumenterebbe la liquidità e si aprirebbero nuovi modelli di lending. Ma i contro non sono trascurabili. Le criptovalute sono altamente volatili: un crollo improvviso potrebbe far scattare richieste di integrazione della garanzia, la gestione tecnica e la custodia pongono rischi operativi non banali. Per questo il tema è ancora a uno stato embrionale. Ma è abbastanza interessante capire che a livello mondiale c’è chi ci ha già pensato. Se si andasse ulteriormente in questo senso questo sarebbe un ulteriore piccolo passo nel consolidamento delle criptovalute.
Bitcoin come “oro digitale”? Il dibattito tedesco
Il passaggio successivo è ancora più ambizioso. Immaginiamo il Tesoro di uno Stato che, accanto alle riserve d’oro e alle valute estere, detenga anche bitcoin. Sembra uno scenario estremo, ma in Germania il tema è entrato nel dibattito pubblico: alcuni partiti liberali e conservatori hanno proposto l’idea di una riserva strategica in Bitcoin, aperta anche alla Bundesbank come possibile asset di lungo periodo (finora si tratta, però, di proposte, non di decisioni operative). Le riserve di uno Stato servono a garantire stabilità e credibilità. Comprendono oro, dollari, titoli di alta qualità. L’idea di includere Bitcoin nasce da una parte del mondo cripto che lo considera una sorta di “oro digitale”: offerta limitata, indipendenza da una banca centrale, portabilità globale.
I sostenitori parlano di diversificazione strategica. In un mondo geopoliticamente instabile, detenere un asset non legato a un singolo Paese potrebbe ridurre alcuni rischi. I critici ribattono che la volatilità di Bitcoin è incompatibile con la funzione di stabilità che una riserva deve avere. Un bene che può perdere il 20% in pochi giorni difficilmente è uno strumento di ancoraggio. Un dibattito simile è avvenuto negli Usa circa un anno fa.
In Italia un dibattito simile non è all’ordine del giorno. Pesano la tradizione prudente delle istituzioni, il ruolo centrale della Banca centrale europea e il timore reputazionale di associare lo Stato a un asset percepito come speculativo. Eppure, la questione di fondo resta: è più rischioso ignorare completamente un fenomeno o valutarlo con criteri tecnici, senza ideologia?
Quando le criptovalute entrano in bilancio
Il vero potenziale cambio di paradigma sta qui: le criptovalute stanno passando dal trading su exchange all’ingresso nei bilanci (per un caso classico, quello di Strategy vedi qui, e per i problemi che comporta negli indici di Borsa vedi qui). Per le banche significa nuove opportunità ma anche nuove metriche di rischio. Se un prestito è garantito da bitcoin, come si pondera il rischio? Quanto capitale va accantonato? Come si gestisce un crollo improvviso del prezzo?
Per gli Stati il tema riguarda non solo le riserve, ma anche la regolazione fiscale e contabile. Le criptovalute, se riconosciute come asset rilevanti, richiedono criteri chiari di valutazione, tassazione e trattamento nei conti pubblici.
Per il piccolo investitore le conseguenze sono ambivalenti. Da un lato, la possibilità di usare le proprie criptovalute come garanzia aumenta la loro legittimazione. Dall’altro, comporta maggiore regolazione e il rischio di indebitarsi su un patrimonio altamente volatile. Se il valore scende, non si perde solo un investimento: si può perdere la capacità di sostenere un prestito.
Italia: in ritardo o semplicemente prudente?
Il confronto europeo mostra approcci diversi. La Francia appare più orientata a costruire un quadro giuridico chiaro per l’uso delle criptovalute come garanzia. In Germania si discute apertamente del loro ruolo strategico. L’autorità di vigilanza BaFin da anni tratta molti crypto‑asset come strumenti finanziari a pieno titolo, richiedendo licenze specifiche agli operatori e integrando le nuove regole europee (MiCA) nel quadro esistente. L’Italia, per ora, osserva.
Si può leggere questa posizione in due modi. Come ritardo, che rischia di lasciare spazio ad altri sistemi finanziari più dinamici. Oppure come prudenza, in attesa di un quadro più stabile e meno esposto a shock di mercato.
Di fatto il dibattito tedesco, visti i precedenti americani non è una novità, e ben vengano regole come quelle francesi, volte a una maggiore regolamentazione dei prestiti garantiti da criptovalute. Un messaggio da tutto questo potrebbe essere che forse il vero rischio non è prendere le criptovalute troppo sul serio, ma non prenderle sul serio abbastanza. Certo sembra che il mondo si stia adattando per integrarle nelle sue strutture e farcele restare. Ma per il piccolo risparmiatore la situazione cambia assai poco. Sì, diviene sempre più probabile che tra 10 anni sia ancora alle prese con le criptovalute e che il fenomeno non scompaia, vista la straordinaria resilienza mostrata in questi 15 anni, pur essendo anche manifesta la loro scarsa utilità come mezzo di pagamento e la loro natura perlopiù speculativa. Ma il punto è che questo non salva dagli alti e bassi né dai rischi che comportano.
La morale è che comunque conviene sempre essere prudenti e preferire se non si è esperti e proprio si vuole investire, strumenti quotati che sono più facili da comprendere, tanto più che ora ce ne sono un sacco quotati anche a Milano.