A gennaio le Borse mondiali, considerate in euro e con dividendi reinvestiti, hanno registrato un progresso complessivo intorno al 2%, ma il risultato finale nasconde un mese irregolare, caratterizzato da fasi di tensione alternate a recuperi, con forti differenze tra aree geografiche e settori. A dominare il quadro è stato un mix di fattori macroeconomici, politici e societari: dalle incertezze sulla politica monetaria statunitense alle tensioni geopolitiche e commerciali, fino ai segnali contrastanti provenienti da Cina ed Europa.
Negli Stati Uniti la Borsa ha chiuso il mese sostanzialmente invariata (+0,1%), ma con una volatilità elevata. Il settore tecnologico si è mosso a due velocità: da un lato i semiconduttori hanno beneficiato di risultati solidi e di prospettive legate agli investimenti in intelligenza artificiale e manifattura avanzata; dall’altro i software hanno sofferto per conti deludenti e indicazioni prudenti per il 2026. A pesare sulle attese sono stati anche i verbali della Fed, che hanno messo in luce divisioni interne sul percorso dei tassi, e il rallentamento del mercato del lavoro, evidente nel forte calo delle nuove assunzioni nella seconda parte del 2025. In questo contesto, pur con un’inflazione in rallentamento, i mercati obbligazionari Usa hanno iniziato a chiedere rendimenti più elevati sulle scadenze lunghe, contribuendo a frenare Wall Street.
Decisamente più brillante l’andamento del Giappone, con la Borsa di Tokyo in rialzo del 5,1%. Il mercato ha continuato a beneficiare di un contesto macro relativamente favorevole, di utili societari solidi e di un orientamento ancora prudente della Bank of Japan, che pur avendo portato i tassi allo 0,75% mantiene una politica monetaria complessivamente accomodante rispetto agli standard internazionali. Il rafforzamento delle esportazioni e il ruolo centrale del Paese nelle filiere tecnologiche globali hanno sostenuto l’interesse degli investitori.
Nell’eurozona il bilancio di gennaio è stato positivo (+2,3%), ma meno lineare rispetto a Tokyo. I listini hanno alternato fasi di recupero a momenti di cautela, influenzati dalle tensioni geopolitiche, dalla minaccia di nuovi dazi Usa e da un quadro macroeconomico fragile, soprattutto sul fronte industriale. I dati PMI confermano un’industria ancora in difficoltà, in particolare in Germania, mentre l’inflazione è tornata in prossimità dell’obiettivo della Bce. Questo ha rafforzato l’aspettativa di tassi fermi a lungo, offrendo un parziale sostegno ai mercati azionari, pur in assenza di una crescita economica robusta.
Tra i Paesi emergenti, gennaio ha visto un forte recupero del Brasile (+14%), sostenuto dal rialzo delle materie prime e dalle attese di un futuro allentamento monetario, dopo tassi portati al 15% dalla Banca centrale. Più complessa la situazione in Asia: l’Indonesia ha sofferto anche per le critiche di MSCI sulla qualità dei dati di mercato, che hanno spinto alcuni investitori a ridurre l’esposizione, mentre l’India ha pagato valutazioni elevate e prese di beneficio. Va tuttavia ricordato che l’economia indonesiana resta solida, con una crescita del Pil del 5,1% nel 2025, trainata da domanda interna ed esportazioni strategiche come il nichel.
Sul fronte obbligazionario, i titoli di Stato in euro hanno guadagnato in media lo 0,8%, favoriti dal rientro dell’inflazione e dall’orientamento prudente della Bce. Di segno opposto i bond Usa (-1,4%), penalizzati dal rialzo dei rendimenti a lungo termine e da un dollaro in calo dell’1,3%. In lieve flessione anche i titoli cinesi (-0,3%), in un contesto di ripresa ancora selettiva e di politiche monetarie attente a evitare pressioni sul cambio.
Per chi volesse dividere i suoi soldi tra un investimento in un Etf azionario internazionale e uno in un Etf obbligazionario internazionale ricordiamo che la nostra strategia (con un orizzonte temporale di 10 anni) per l’investitore più prudente (lo definiamo Difensivo) si orienta a un mix di azioni e bond che vede le prime pesare per un 15%, il resto va ai bond. Il ruolo delle azioni sale man mano che cala l’avversione al rischio. Un investitore Equilibrato può già puntare su un 60% di azioni e uno che non teme il rischio e ha una visione più Dinamica può arrivare al 70%. Per farlo può scegliere uno degli Etf azionari e uno di quelli obbligazionari indicati in tabella. In grassetto trovi quelli consigliati da Investi.
Rispetto a un mese fa l’esposizione alle Borse è salita di un 5% al 50% nel portafoglio Equilibrato. A spingerci in questa direzione è stato il bilanciamento complessivo del rapporto rischio e rendimento che ci ha spinto a dare più spazio in questo portafoglio a una Piazza azionarie come il Brasile, Paese che sembra attualmente ben impostato per una crescita basata sui consumi interni. Chi avesse messo in pratica la nostra strategia in passato deve ora vendere una parte del suo Etf obbligazionario internazionale, comprando quello azionario internazionale ribilanciando i pesi.