Giovedì 5 febbraio la BCE si riunirà per decidere cosa fare con i propri tassi di interesse e le attese del mercato sono per un nulla di fatto: i tassi sui depositi rimarranno al 2% e quindi quelli ufficiali al 2,15%.
Le ragioni che portano a pensare a questo esito sono diverse. La prima è contenuta nei verbali della riunione di dicembre, dai quali si evince che a Francoforte non vi è nessuna fretta di mettere ulteriormente mano al costo del denaro. I dati finali sull’inflazione di dicembre hanno inoltre mostrato che il carovita è all’1,9%, mentre l’inflazione di fondo è al 2,4%, con le attese della BCE per una convergenza al 2% obiettivo nei prossimi anni.
Ad oggi, quindi, l’andamento dell’inflazione, così come l’andamento dell’inflazione attesa, è tale da non mostrare la necessità di tagliare ulteriormente i tassi di interesse per far convergere il carovita verso l’obiettivo del 2%. Se non vi è questa necessità per aiutare la convergenza dell’inflazione all’obiettivo, non ci sono neanche troppi margini per tagliare ulteriormente, perché i salari continuano a crescere a ritmo sostenuto e l’inflazione dei servizi rimane ancora alta. Entrambi sono previsti rallentare, ma rimangono comunque una fonte di pressione sui prezzi che deve essere monitorata e che non consente un continuo allentamento monetario.
In tutto questo c’è però un elemento che sta emergendo e che potrà creare eventualmente dei grattacapi alla BCE in futuro. Si tratta dell’andamento del dollaro. La valuta americana è arrivata a 1,20 nei confronti dell’euro, un livello che non si vedeva da circa cinque anni. Un livello troppo basso del dollaro, o di converso un livello troppo elevato dell’euro, può essere un problema per l’economia, perché le esportazioni europee sono più costose e quindi questo può avere effetti negativi sulla crescita, ma soprattutto significa anche che le importazioni costano di meno questo tiene bassi i prezzi.
Un euro più forte, dunque, può rappresentare un fattore che fa ulteriormente rallentare i prezzi, facendoli allontanare eccessivamente dall’obiettivo del 2% della BCE. Infatti, per la BCE è importante mantenere una stabilità dei prezzi attorno al 2%, andando a correggere sia le situazioni in cui l’inflazione è troppo sopra il 2%, ma anche quando l’inflazione è troppo sotto il 2%. È per questo che si dice che l’obiettivo è simmetrico, perché vale sia in positivo che in negativo.
La BCE non ha un obiettivo dichiarato e preciso sul tasso di cambio: in altri termini non ha nel suo statuto, nel suo mandato, un valore preciso che deve essere rispettato per il valore dell’euro nei confronti del dollaro o di altre valute. È anche vero, però, che questo è uno dei tanti fattori che va a studiare, analizzare e monitorare per poi prendere decisioni in fatto di tassi di interesse.
Se la debolezza del dollaro dovesse persistere nel tempo, questo potrebbe portare ai problemi che abbiamo appena citato. Significa che la BCE dovrà fare molta attenzione a questo elemento. Nella riunione di giovedì non sarà ancora il momento in cui il cambio potrà spostare gli equilibri: i tassi, come detto, rimarranno fermi. Ciò che sarà più interessante notare sarà il linguaggio utilizzato dalla BCE, per capire quanto effettivamente il cambio potrà impattare sulle decisioni future e in quali direzioni.