Durante la riunione della Fed del 27 e 28 gennaio, la decisione era stata a larghissima maggioranza di mantenere i tassi invariati. Su dodici votanti, solo due dissidenti, molto vicini a Trump, volevano un’ulteriore riduzione del costo del denaro, in linea con i desideri del Presidente americano. Ma dietro l’ampio consenso si nascondono profonde divisioni, emerse con la pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione. I banchieri centrali americani sono in particolare fortemente divisi sulle prospettive future dell’inflazione.
Alcuni sottolineano che l’inflazione (2,4% a gennaio) è elevata a causa dei dazi doganali e che potrebbe restare stabilmente superiore all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. Nel peggiore dei casi, potrebbe persino rendersi necessario aumentare il tasso di riferimento per raggiungere tale obiettivo. Altri banchieri centrali evidenziano invece il forte calo dell’inflazione, che era ancora al 3% un anno fa, e prevedono una marcata moderazione delle pressioni inflazionistiche grazie ai significativi guadagni di produttività apportati dalle nuove tecnologie. E poiché il mercato del lavoro è praticamente fermo, con sole 311.000 nuove assunzioni negli ultimi tredici mesi, è indispensabile proseguire con la riduzione dei tassi.