Investire è diventato ormai molto semplice: attraverso le applicazioni, l’home banking e gli strumenti tecnologici, tutti noi possiamo accedere direttamente ai mercati finanziari e acquistare o vendere azioni, obbligazioni, ETF e altri prodotti con pochi click. Lo stesso non si può dire, però, per quanto riguarda il pagamento delle tasse. Il sistema fiscale italiano è molto complesso, e questa complessità si riflette anche nella tassazione degli investimenti.
In Italia esistono due grandi tipologie di regime fiscale per gli investimenti: il regime amministrato e il regime dichiarativo.
Regime amministrato: è il più diffuso. L’intermediario si occupa automaticamente del calcolo, comprese eventuali compensazioni tra minus e plusvalenze, e del versamento delle imposte. Funge da sostituto d’imposta e non richiede alcun intervento da parte dell'investitore.
Regime dichiarativo: richiede maggiore gestione da parte dell’investitore, perché è quest’ultimo che deve preoccuparsi del calcolo e dell’inserimento di quanto dovuto nella dichiarazione dei redditi. Tuttavia, offre più controllo e flessibilità non solo delle proprie tasse, ma anche della gestione complessiva del proprio capitale.
Molti investitori scelgono il regime fiscale più semplice, ma non sempre quello più efficiente per la crescita del capitale. Infatti, se il regime amministrato ha il vantaggio della comodità, il regime dichiarativo ha molti altri vantaggi, che possono essere utili quando si investe.
IL VANTAGGIO DELLA LIQUIDITÀ
Nel regime amministrato, quando si vende un'azione in guadagno, le tasse vengono applicate immediatamente. Se, ad esempio, si avevano investiti 10.000 euro su un'azione e si guadagnano 1.000 euro – in assenza di minusvalenze pregresse - al momento della vendita i 1.000 euro di plusvalenza vengono tassati al 26%, e ci si ritrova quindi con un capitale totale di 10.740 euro (10.000 investiti + 740 di guadagno netto).
Con il regime dichiarativo, invece, il pagamento delle tasse viene rimandato al momento della dichiarazione dei redditi, che in Italia parte da maggio dell'anno successivo a quello in cui si sono realizzate le plusvalenze. Questo introduce il primo grande vantaggio: nelle tasche dell'investitore rimane una maggiore disponibilità di denaro, che può essere immediatamente reinvestita.
Tornando all'esempio precedente: nel regime dichiarativo, vendendo l'azione con un guadagno di 1.000 €, ci si ritrova con 11.000 € invece di 10.740 €, perché la vendita non viene tassata subito. Quei 260 € in più possono essere immediatamente reinvestiti. Ipotizzando di reinvestire anche solo su un conto remunerato che rende il 3% annuo, dopo un anno si avranno 11.330 euro, contro i soli 11.062,2 euro che si otterrebbero reinvestendo i 10.740 euro con lo stesso rendimento. Se questo capitale viene reinvestito o mantenuto su strumenti che generano rendimento, il beneficio si amplifica ulteriormente nel tempo. Chi ha investito in regime dichiarativo si ritrova quindi con un capitale lordo maggiore, e quindi maggiore anche una volta tassato. L’esempio è stato fatto reinvestendo su un conto remunerato, ma vale lo stesso principio anche se si reinveste in altri strumenti (azioni, bond, ETF…). In generale, Se il capitale viene reinvestito o mantenuto su strumenti che generano rendimento, il beneficio si amplifica ulteriormente nel tempo. Per questo motivo, sempre più investitori stanno adottando soluzioni che permettono di mantenere il capitale operativo più a lungo.
IL VANTAGGIO DELLA COMPENSAZIONE NON IMMEDIATA, MA A FINE ANNO
C'è poi un secondo vantaggio rilevante. Con il regime amministrato, per compensare plus e minusvalenze è necessario che la plusvalenza venga generata dopo la minusvalenza: bisogna quindi essere già in possesso di minusvalenze pregresse. Se si vende un'azione in guadagno e poi, anche solo a distanza di pochissimo tempo, si vende un'altra azione in perdita, la plusvalenza generata in precedenza è già stata tassata e non può essere compensata con la minusvalenza successiva. Per farlo sarebbe necessario generare un'ulteriore plusvalenza.
Con il regime dichiarativo, dato che la dichiarazione dei redditi è posticipata all'anno successivo, ciò che conta è il risultato complessivo a fine anno. La base imponibile è la somma algebrica di tutte le plusvalenze e minusvalenze realizzate nel corso dell'anno. Se, ad esempio, si è venduta un'azione con un guadagno di 1.000 euro e successivamente si è generata una minusvalenza di 500 euro, col regime dichiarativo si pagherà il 26% solo su 500 euro. Con il regime amministrato, invece, si sarebbero già pagate le tasse sull'intero guadagno di 1.000 euro. Con il regime dichiarativo, quindi, si possono minimizzare le tasse da pagare e pagare meno tasse si traduce in un rendimento netto dei propri investimenti più elevato.
I VANTAGGI SONO SPESSO OLTRE LA “COMFORT ZONE”
Come visto, la semplicità del regime amministrato ha un costo in termini di efficienza finanziaria. Se i vantaggi del regime dichiarativo sono chiari, perché molti continuano a preferire l’amministrato? La risposta è nella “frizione fiscale”: la percezione di complessità nel gestire autonomamente i quadri RW, RT, RL e RM. Questa frizione spesso impedisce agli investitori di adottare soluzioni più flessibili e potenzialmente più vantaggiose per la crescita del proprio patrimonio nel tempo.
SOLUZIONI PER GESTIRE LE COMPLESSITÀ FISCALI
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