L'economia globale si muove su un terreno sempre più accidentato. La guerra in Medio Oriente, scoppiata alla fine di febbraio, ha ridisegnato lo scenario su cui operano Banche centrali, Governi e mercati: il conflitto rappresenta il principale fattore di discontinuità rispetto a un percorso di crescita che, fino a pochi mesi fa, appariva relativamente solido.
Il Fondo Monetario Internazionale stima la crescita globale al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, al di sotto della media storica 2000–2019 del 3,7%, con l'inflazione mondiale attesa in rialzo al 4,4%. In uno scenario avverso, con prezzi energetici persistentemente elevati, la crescita potrebbe scendere al 2,5% e l'inflazione raggiungere il 5,4%. Negli Stati Uniti il Beige Book della Federal Reserve, cioè il bollettino sullo stato di salute dell’economia americana, fotografa una situazione ancora in espansione, ma a ritmo lieve o modesto in otto dei dodici distretti, con due in stagnazione e due in leggera contrazione. La guerra pesa su assunzioni, investimenti e prezzi, con costi dell'energia, dei metalli e dei trasporti in forte rincaro. I consumi mostrano una polarizzazione crescente: le famiglie meno abbienti sono sotto pressione finanziaria, mentre la spesa dei redditi più elevati resta resiliente. La Bce ha risposto all'incertezza mantenendo invariati i tassi di interesse, adottando un approccio dipendente dai dati, riunione per riunione: per l'eurozona stima una crescita dello 0,9% nel 2026 e un'inflazione media al 2,6%, riviste rispettivamente al ribasso e al rialzo rispetto alle proiezioni di dicembre.
Sul fronte dei prezzi europei, marzo 2026 ha consegnato segnali contraddittori. L'inflazione nell'area euro si è attestata al 2,6% annuo, sopra le stime preliminari del 2,5%, con il comparto dei servizi e l'energia tra i principali fattori di pressione. In Italia l'indice dei prezzi al consumo è salito all'1,7%, trascinato dalla risalita dei prezzi energetici e dall'accelerazione degli alimentari non lavorati, mentre l'inflazione di fondo è scesa all'1,9%, segnalando un allentamento delle pressioni strutturali. In Polonia lo shock è stato più brusco: l'inflazione è balzata al 3% dal 2,1% di febbraio, quasi per intero a causa di un rialzo del 15,4% mensile dei carburanti per trasporto, con le altre voci di spesa rimaste sostanzialmente stabili. L'energia è dunque il fattore che più di ogni altro spiega le divergenze tra Paesi e tra mesi: dove i prezzi energetici erano ancora in territorio negativo, la loro risalita amplifica l'inflazione generale senza necessariamente indicare un deterioramento strutturale.
In questo contesto di incertezza diffusa, la Cina si distingue per una tenuta sorprendente. Nel primo trimestre del 2026 il Pil è cresciuto del 5% anno su anno, il ritmo più elevato degli ultimi tre trimestri. La produzione industriale è avanzata del 5,7% a marzo, mentre le esportazioni sono balzate del 15% nel trimestre. Le vendite estere di auto elettriche sono raddoppiate nel solo mese di marzo, beneficiando di una domanda globale crescente in risposta ai rincari energetici. Eppure, anche Pechino mostra squilibri profondi: le vendite al dettaglio sono cresciute di appena l'1,7% e gli investimenti immobiliari sono calati dell'11,2%.