Le stablecoin, le “cripto” dal valore stabile, sono diventate in pochi anni un ponte fra finanza tradizionale e digitale. Ma dietro la promessa di un dollaro sempre disponibile si nasconde un sistema complesso, oggi al centro dell’attenzione della stampa anglosassone e dei regolatori (ne abbiamo parlato anche in passato). Il caso più discusso è Tether, l’emittente di USDT, la stablecoin più diffusa al mondo. Le sue scelte di investimento stanno influenzando mercati sensibili come l’oro e i titoli di Stato americani, con effetti che vanno ben oltre l’universo crypto.
La sorpresa maggiore riguarda l’oro. Mentre il prezzo saliva ai massimi storici, Tether acquistava lingotti più di molte banche centrali, accumulando quantità comparabili a quelle di interi Paesi. Questa domanda inattesa ha ridotto l’offerta di oro fisico e contribuito a rafforzare il rally dei prezzi, secondo analisti e report di banche d’affari citati da Financial Times e Bloomberg. Ma non è tutto Tether è diventato uno dei maggiori detentori al mondo di titoli di Stato Usa, con un portafoglio paragonabile a quello di nazioni come la Germania o la Corea del Sud (circa 135 miliardi di dollari), superando molti alleati storici degli USA. Un ruolo enorme per un soggetto privato, non regolamentato come una banca, che inevitabilmente solleva interrogativi sulla stabilità dei mercati.
Le agenzie di rating osservano con preoccupazione la composizione delle riserve che dovrebbero garantire il valore di USDT. S&P, che da luglio valuta le stablecoin con criteri specifici, ha classificato USDT come “debole”. Nelle riserve non ci sono solo asset sicuri e liquidi come i titoli di Stato, ma anche oro, criptovalute volatili come bitcoin, prestiti garantiti e obbligazioni societarie di dubbia trasparenza. Una quota in crescita, considerata ad alto rischio perché difficilmente liquidabile in caso di improvvisi rimborsi. Il rischio, spiegano gli analisti, è che una brusca caduta del valore di questi asset renda impossibile mantenere il cambio fisso con il dollaro.
I conti col Genius act
A luglio 2025 è entrato in vigore negli Stati Uniti il Genius Act, la prima legge organica per regolamentare le stablecoin. Impone riserve interamente costituite da asset “risk-free”, audit mensili e supervisione della Federal Reserve. La norma ha reso più sicuro il mercato americano e ha messo USDC, l’altra grande stablecoin, su un percorso pienamente regolamentato. Ma ha lasciato intatto il nodo principale: Tether non ha sede negli USA e non rientra nel perimetro della legge. USDT può quindi continuare a circolare globalmente senza rispettare gli standard richiesti negli Stati Uniti, mantenendo le sue riserve in oro, bitcoin e strumenti meno trasparenti.
Secondo il Wall Street Journal, questo crea un mercato “a doppia velocità”: da un lato stablecoin regolate e sicure per l’ambiente statunitense; dall’altro USDT, dominante nei mercati emergenti e negli exchange offshore, dove né il Genius Act né la vigilanza americana riescono ad arrivare. Ed è qui che nasce la vera preoccupazione dei regolatori internazionali. Se un giorno gli utenti dovessero correre a riscattare USDT, Tether sarebbe costretta a liquidare rapidamente oro e Treasury, con possibili ripercussioni sui prezzi globali e sulla stabilità dei mercati finanziari.
Per i consumatori, questo scenario ricorda che la “stabilità” non è una caratteristica automatica delle stablecoin, ma dipende dalla solidità e dalla trasparenza delle riserve. Finché una parte importante del mercato resta in mano a operatori poco regolamentati, la domanda decisiva rimane aperta: quanto è davvero stabile una moneta che promette di esserlo sempre?