Bestiame: un investimento… vivo?
Il mercato del bestiame è fortemente concentrato sugli Stati Uniti.
Il mercato del bestiame è fortemente concentrato sugli Stati Uniti.
Dopo cotone, cacao, soia e caffè, facciamo il punto su un’altra materia prima legata al mondo delle produzioni agricole e rurali, ma questa volta non parliamo di agricoltura vera e propria, ma di animali. Quando si parla di materie prime, il bestiame è probabilmente uno degli esempi più lontani dall’immaginario finanziario tradizionale. Non è una risorsa estratta, non cresce nei campi, non si conserva facilmente. È “vivo”, deperibile, costoso da mantenere e fortemente dipendente da fattori biologici. Proprio per questo, però, il bestiame rappresenta un mercato estremamente complesso, dove economia reale, agricoltura, alimentazione ed energia si incontrano in modo diretto.
Investire nel bestiame significa, di fatto, investire nella catena globale delle proteine animali: carne bovina, suina e, indirettamente, pollame. È un mercato che risponde meno alla finanza e più alla fisiologia degli animali, ai costi di alimentazione e alle abitudini di consumo. E proprio questa sua natura lo rende difficile da leggere, ma anche molto rivelatore dello stato dell’economia reale.
Dove nasce il prezzo del bestiame
A differenza di altre commodity agricole, il mercato del bestiame è fortemente concentrato sugli Stati Uniti in termini di benchmark e derivati, che svolgono un ruolo centrale sia come produttori sia come riferimento per la formazione dei prezzi tramite i futures su live cattle (bovini pronti per la macellazione) e lean hogs (carne di maiale con specifiche caratteristiche di magrezza). Tuttavia, la produzione è distribuita globalmente e risente delle dinamiche di consumo in Asia, in particolare in Cina, oggi il primo consumatore mondiale di carne suina.
Il prezzo del bestiame non dipende solo dalla domanda finale di carne, ma da un ciclo produttivo lungo e rigido. Un allevatore non può “aumentare l’offerta” rapidamente se i prezzi salgono: servono mesi, se non anni, per ricostituire le mandrie. Questo rende il mercato strutturalmente ciclico. Quando i prezzi sono bassi, gli allevatori riducono il numero di capi; quando l’offerta diventa scarsa, i prezzi salgono, ma l’aggiustamento è lento. È un meccanismo che tende ad amplificare le oscillazioni, soprattutto nelle fasi di stress economico o climatico.
Il ruolo chiave dei mangimi
Il vero cuore economico del mercato del bestiame non è l’animale, ma ciò che mangia. Mais e soia, principali componenti dei mangimi, rappresentano una quota rilevantissima dei costi di allevamento. Quando i prezzi dei cereali salgono, la redditività degli allevamenti si riduce e molti operatori sono costretti a ridimensionare le mandrie o ad anticipare le macellazioni. Nel breve periodo questo può aumentare l’offerta di carne e deprimere i prezzi; nel medio periodo, però, crea scarsità e prepara la fase successiva di rialzo.
Per questo motivo, il bestiame è una commodity fortemente “derivata”: non reagisce solo ai propri fondamentali, ma anche a quelli di altre materie prime agricole. Un rally del mais o della soia, magari causato da siccità o tensioni geopolitiche, può avere effetti profondi e differiti sul prezzo della carne, anche senza variazioni immediate della domanda finale.
Energia, trasporti e inflazione alimentare
Come per molte altre materie prime agricole, anche il bestiame risente indirettamente del prezzo dell’energia. Carburanti e elettricità incidono sui costi di trasporto, refrigerazione e trasformazione. In un contesto di energia volatile, come quello degli ultimi anni, l’intera filiera delle proteine animali diventa più costosa e meno prevedibile.
Questo spiega perché il bestiame sia spesso al centro delle dinamiche di inflazione alimentare. Quando salgono i prezzi della carne, l’impatto sui consumatori è immediato e politicamente sensibile. In molti Paesi, soprattutto emergenti, questo può tradursi in interventi sui prezzi, sussidi o restrizioni alle esportazioni, che alterano ulteriormente l’equilibrio del mercato globale.
Investire nel bestiame: un mercato solo per operatori esperti
Anche sul bestiame esistono strumenti finanziari quotati che replicano l’andamento dei futures su bovini e suini. Tuttavia, si tratta di mercati tecnici, caratterizzati da forte volatilità e da dinamiche di roll complesse. La deperibilità del sottostante e la stagionalità accentuata rendono questi strumenti poco adatti a un investimento passivo di lungo periodo.
Il bestiame va letto più come una scommessa ciclica o come una copertura tattica contro l’inflazione alimentare, piuttosto che come un investimento “da cassettista”. È una materia prima che premia la conoscenza dei cicli agricoli, dei costi di produzione e delle dinamiche dei consumi, più che l’analisi finanziaria tradizionale.
Negli ultimi anni, i prezzi del live cattle hanno mostrato forti oscillazioni, con fasi di rialzo legate alla riduzione delle mandrie negli Stati Uniti e fasi di correzione quando la domanda dei consumatori rallenta sotto il peso dell’inflazione. Oggi il mercato resta sostenuto da un’offerta relativamente limitata, ma i prezzi elevati della carne iniziano a pesare sui consumi, soprattutto in un contesto economico incerto.
Gli Etc sul bestiame: strumenti da maneggiare con cautela
Anche il mercato del bestiame è accessibile, almeno in teoria, agli investitori tramite strumenti quotati. A Piazza Affari sono per esempio presenti Etc che replicano l’andamento dei futures sui suini magri (lean hogs), oppure panieri che combinano più materie prime agricole e zootecniche. Come sempre in questi casi, però, l’accessibilità non va confusa con la semplicità.
Gli Etc sul bestiame replicano contratti futures a breve scadenza e sono quindi esposti a tutti i problemi tipici di questi strumenti: elevata volatilità, effetti di roll spesso penalizzanti e forte dipendenza da fattori stagionali e tecnici. Inoltre, il sottostante è uno dei più difficili da interpretare per un investitore non specializzato: cicli produttivi lunghi, reazioni ritardate ai prezzi dei mangimi, interventi politici e improvvisi cambiamenti nella domanda rendono il quadro poco lineare.
Per il buon padre di famiglia, il bestiame non rappresenta quindi una scelta di investimento adatta. Non offre rendimenti stabili, non protegge in modo affidabile dall’inflazione e non è facilmente diversificabile all’interno di un portafoglio tradizionale.
Come molte commodity agricole, anche il bestiame è più utile come strumento di lettura dell’economia reale, costi, inflazione, consumi alimentari, che come investimento da detenere nel tempo. Guardarlo aiuta a capire cosa sta succedendo sotto la superficie dei mercati finanziari; investirci, invece, richiede sangue freddo, competenze specifiche e una buona dose di prudenza. Noi finora lo abbiamo consigliato comunque attraverso singole azioni del settore (vedi qui per Ldc, ultimo consiglio mantieni, e qui per Tyson Foods, ultimo consiglio mantieni, le nostre analisi più recenti, ma attenzione che nelle prossime settimane arriveranno risultati e aggiornamenti). Continua a seguirci, quindi, per vedere i consigli che daremo in futuro.