Case della Comunità: cosa sono e cosa cambia per il cittadino
Le Case della Comunità sono il cuore della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale avviata con i fondi del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma cosa sono davvero? In questo articolo ne approfondiamo le principali funzioni, i servizi previsti, chi le gestirà e quale ruolo rivestiranno in rapporto con gli altri servizi sanitari di base, come il medico di famiglia, la guardia medica o le strutture ospedaliere.
In questo articolo
- Cosa sono le Case della Comunità
- A cosa servono e cosa offrono
- Differenze tra Casa della Comunità e Ospedale di Comunità
- Chi gestisce le Case della Comunità
- Come si accederà ai servizi delle Case della Comunità
- Il Ruolo delle Case di Comunità nel PNRR
- Case di Comunità in Lombardia
- Altroconsumo ti aiuta con le liste d'attesa
Le Case della Comunità sono una delle novità più importanti di questa riforma. Grazie ai fondi arrivati dall’Europa, L’Italia ha programmato di attivarne circa 1700 su tutto il territorio nazionale, di 1038 da attivare entro il 30 giugno 2026, pena la perdita del prestito europeo. Per farlo, dovrà costruire nuovi edifici o riconvertire strutture esistenti, dotandole di personale e strumentazione utile a fornire i servizi sanitari previsti.
Ma cosa sono esattamente le Case della Comunità? Quali funzioni svolgono? E a che punto siamo? L’Italia ha rispettato le promesse?
Il traguardo raggiunto (forse) all’ultimo
Secondo indiscrezioni stampa, il Ministero è molto fiducioso che l’obiettivo sia stato raggiunto. Ma la situazione resta comunque da verificare: al 30 giugno, termine ufficiale fissato dal PNRR per l’attivazione delle Case della Comunità con tutti i servizi sanitari obbligatori previsti, non tutto era ancora chiaro sul piano ufficiale.
Mentre gli ultimi, ma datati, dati ufficiali (di cui parleremo dopo) presagivano uno scenario preoccupante, le informazioni non ufficiali diffuse dai quotidiani proprio il 30 giugno rassicurano che l’obiettivo sarà non solo raggiunto ma addirittura superato, scampando sul filo di lana il pericolo di dover restituire i fondi ricevuti. Resta però da chiarire quali strutture siano effettivamente attive e pienamente rendicontabili ai fini del target europeo.
Dalla teoria alla pratica
Al momento però tutto è ancora in forse: presso il Ministero stanno avvenendo le verifiche tecniche su tutti i nuovi presidi sanitari considerabili effettivamente attivi e rendicontabili entro fine agosto ai fini del raggiungimento del target europeo.
Rimane poi il nodo del personale medico, ancora in definizione a ridosso della scadenza: medici di base e SSN hanno concordato un impegno massimo settimanale di sei ore nelle Case della Comunità per garantire una copertura assistenziale che, in teoria, dovrà essere garantita 24 ore su 24 ai cittadini. Se questo livello di presenza di camici bianchi sarà sufficiente ad assicurare i servizi previsti, lo vedremo sono nei prossimi mesi.
Superata la verifica documentale, bisognerà infatti vedere se queste strutture diventeranno davvero un presidio utile ed efficace nel migliorare l’assistenza medica sul territorio. Quali servizi offriranno ai cittadini? Quale sarà il rapporto con gli ambulatori dei medici di base o gli ospedali? Da chi si andrà per ricevere l’assistenza sanitaria di base? Come si accederà alle Case della Comunità?
Torna all'inizioCosa sono le Case della Comunità
Le Case della Comunità sono un nuovo presidio del Servizio sanitario Nazionale. Si tratta di strutture sanitarie dedicate all’assistenza di base che tutte le Regioni dovranno attivare su tutto il territorio italiano entro il 30 giugno 2026, secondo quanto previsto dal PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Una parte sostanziale dei finanziamenti ottenuti nell’ambito del PNRR è infatti volta alla costituzione di centinaia di questi presidi, riconvertendo perlopiù edifici e strutture sanitarie esistenti (ad esempio, i locali di Asl o di strutture ospedaliere), oppure costruendone di nuove. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare l’assistenza sanitaria di prossimità, quella che oggi è incarnata dagli ambulatori dei medici di base e dei pediatri, e dai medici della continuità assistenziale (cioè le guardie mediche, attive quando gli ambulatori di medici e pediatri sono chiusi), le cui debolezze sono emerse con forza durante la pandemia di Covid.
Il PNRR ha inizialmente previsto l’attivazione di 1350 Case della Comunità sul territorio, indicativamente 1 ogni 40-50.000 abitanti, entro la prima metà del 2026. L’Italia ha però ottenuto dalla Commissione Europea la possibilità di rimodulare questo obiettivo per compensare l’aumento dei costi incorso negli ultimi anni, target ora fissato ad un minimo di 1038 Case della Comunità, individuate perlopiù in edifici già esistenti da riconvertire o ristrutturare. L’obiettivo è però di raggiungere il target inziale e anche di superarlo, arrivando a più di 1.700 Case della Comunità da realizzare grazie a fondi addizionali per l’edilizia sanitaria.
Torna all'inizioA cosa servono e cosa offrono
Le Case della Comunità saranno strutture sanitarie nuove, soprattutto da un punto di vista funzionale e non necessariamente dal punto di vista della collocazione e dei locali, in quanto in buona parte dei casi si sovrapporranno agli attuali poliambulatori delle Asl.
Per come sono state pensate, rivestiranno un ruolo intermedio tra gli ambulatori dei medici e dei pediatri di famiglia e l’ospedale, con un obiettivo duplice:
- offrire ai cittadini un’assistenza di base complementare a quella che già ricevono dai propri medici e pediatri, assicurando così una vera continuità dell’assistenza quando gli ambulatori di questi ultimi non sono aperti, anche in orari diurni;
- ridurre il ricorso improprio al Pronto Soccorso per problemi di salute non realmente urgenti, con l’obiettivo dichiarato di ridurne il sovraffollamento.
Non solo: le Case della Comunità saranno il punto unico di accesso per attività di prevenzione, cura e riabilitazione, soprattutto per i cittadini fragili per malattia o condizione sociale o affetti da malattie croniche, diventando così il centro in cui si organizzano tutti i servizi che già ora le Asl garantiscono.
Quali servizi saranno offerti
Secondo quanto previsto dal PNRR e dal Decreto 23 maggio 2022, n. 77 del Ministero della Salute che fissa gli standard per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria territoriale, la Casa della Comunità sarà un punto di riferimento per questi servizi.
- Assistenza medica - come quella fornita dal medico di base o dal pediatra di libera scelta – 7 giorni su 7, h24. Ciò significa che se un cittadino avrà bisogno di assistenza medica di base e lo studio del proprio medico sarà chiuso, nella Casa della Comunità potrà trovare sempre assistenza, anche in giorni e orari in cui di norma non è attiva la Guardia medica. Sono però ancora da definire quali servizi nella pratica dovranno essere garantiti e come si integreranno con gli ambulatori dei medici di base e dei pediatri (che non spariranno affatto, ma che in alcuni casi potranno essere addirittura ospitati all’interno dei locali delle Case della Comunità). La grande maggioranza della case della comunità (definite “Hub”) fornirà questo servizio di assistenza primaria tutti i giorni della settimana e a tutte le ore, mentre una minoranza, definite “spoke”, offriranno questo servizio solo dal lunedì al sabato, nell’arco delle 12 ore diurne.
- Assistenza infermieristica 7 giorni su 7, h12. Anche in questo caso, l’accesso al servizio nella pratica va ancora dettagliato, ma l’accesso avverrà perlopiù su richiesta diretta dei medici e pediatri di base, quantomeno nell’orario di servizio. A differenza delle case “hub” che forniranno questo servizio tutti i giorni a tutte le ore, le case “spoke” non daranno il servizio alla domenica.
- Il servizio di assistenza domiciliare, che nella Casa della Comunità trova il suo punto di riferimento organizzativo sia per la popolazione, sia per i professionisti sanitari che la forniscono e che secondo uno degli obiettivi del PNRR dovrà essere potenziata in tutte le Regioni.
- Il servizio di Guardia medica, o più precisamente di Continuità Assistenziale, cioè il servizio serale e notturno che si attiva negli orari e nei giorni in cui gli ambulatori dei medici di base e dei pediatri di libera scelta sono chiusi. Questo servizio non sarà presente in tutte le case della comunità, ma solo in quelle definite “hub” che saranno la maggioranza.
- Servizi ambulatoriali specialistici per malattie ad elevata diffusione (cardiache, respiratorie, diabete, ecc.) a cui si accederà sia dietro richiesta dei medici e pediatri curanti, sia in occasione di iniziative sanitarie organizzate dalle Asl. E lo stesso vale peri servizi diagnostici per i malati cronici, che saranno resi possibili dalla disponibilità di apparecchiature diagnostiche di base, come l’ecografo, l’elettrocardiografo, il retinografo, l’OCT, lo spirometro, ecc.
E ancora: un punto prelievi, per le analisi di laboratorio; un CUP, cioè uno sportello per le prenotazioni di visite, esami e trattamenti; e il PUA, cioè un punto unico di accesso, per l’accoglienza e l’orientamento ai servizi della struttura, dedicato soprattutto ai cittadini più fragili.
Nelle Case della Comunità saranno organizzati e forniti gli altri classici servizi già erogati dalle Asl: dai Centri Vaccinali ai Consultori Familiari; dai servizi per la salute mentale a quelli per le dipendenze patologiche; le Cure Palliative; la neuropsichiatria infantile e per l’adolescenza; la medicina dello sport; i Programmi di screening oncologico, ecc. Non saranno però presenti in tutte le Case, ma dipenderanno dall’organizzazione territoriale dei servizi sanitari. Sempre nella casa della comunità è prevista l’integrazione con i servizi sociali.
Torna all'inizioDifferenze tra Casa della Comunità e Ospedale di Comunità
Se la casa della Comunità è una struttura in cui si prevede un accesso “al bisogno”, paragonabile a quello di una visita presso il proprio medico di base o dallo specialista, oppure “programmata” dietro prescrizione dei medici o per iniziativa delle Case della Salute stesse, l’Ospedale di comunità è invece una struttura di ricovero di nuova tipologia.
Come per la Casa della Comunità, nella riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR l’Ospedale di Comunità (sì, la dicitura è diversa: nel caso dell’Ospedale, cambia la preposizione, che diventa semplice) è pensato come struttura intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero vero e proprio, rivolto a pazienti che non richiedono cure intensive, ma che non possono essere assistiti opportunamente al proprio domicilio. In sostanza, l’Ospedale di Comunità è parte di una strategia di deospedalizzazione delle cure, portandole più vicino al paziente e al suo domicilio, contribuendo così a una maggiore sostenibilità del sistema sanitario.
Entro la metà del 2026 è previsto che vengano creati almeno 307 ospedali di comunità (ma le regioni puntano a realizzarne quasi 600 con fondi extra Pnrr). Avranno un limitatissimo numero di posti letto, tra i 15 e i 20, pensati per ricoveri brevi, non superiori ai 30 giorni, di pazienti che necessitano di assistenza prevalentemente infermieristica, con lo scopo di limitare i ricoveri inappropriati, oppure favorire dimissioni protette. Vi potranno quindi accedere pazienti fragili o cronici che hanno avuto una riacutizzazione di un problema preesistente o problemi imprevisti, ma che non necessitano di un ricovero ospedaliero tradizionale, oppure pazienti dimessi dall’ospedale, ma ancora richiedenti assistenza continuativa o supporto riabilitativo-rieducativo. Per fornire questi servizi, è previsto che ogni ospedale di comunità garantisca un’assistenza infermieristica 7 giorni su 7 per tutte le 24 ore, mentre l’assistenza medica è assicurata in orari diurni per almeno 4 ore e mezza al giorno, 6 giorni su 7; nelle ore serali e notturne e nei giorni festivi e prefestivi, l’assistenza medica sarà in forma di pronta disponibilità. L’assistenza medica notturna potrà essere garantita anche tramite la Guardia medica, secondo accordi locali.
L’accesso, secondo quanto previsto dalle attuali norme, avverrà su richiesta del medico o pediatra di famiglia, del medico di guardia medica, dello specialista ambulatoriale od ospedaliero, oppure del medico di pronto soccorso.
Torna all'inizioChi gestisce le Case della Comunità
Le Case della Comunità saranno gestite da équipe multidisciplinari di professionisti sanitari e socio-sanitari, per garantire una presa in carico completa e continuativa del paziente. Ci saranno quindi:
- Medici di medicina generale e pediatri per fornire l’assistenza primaria
- Medici specialisti ambulatoriali per consulenze specialistiche.
- Infermieri di Famiglia o Comunità per l'assistenza infermieristica ambulatoriale, la valutazione dei bisogni di salute dell’utenza e l’assistenza domiciliare.
A questi si aggiungono gli assistenti sociali e altri professionisti sanitari, presenti nelle Case della Comunità a seconda delle necessità: possono essere coinvolti anche psicologi, ostetriche, fisioterapisti e altri professionisti della prevenzione e della riabilitazione. È poi previsto del personale amministrativo per la relazione col pubblico e l’assistenza all'utenza
Ruolo delle Aziende Sanitarie Locali
Le aziende sanitarie sono fondamentalmente i gestori delle Case della Comunità, in quanto responsabili della programmazione delle attività delle Case della Comunità e del coordinamento con tutti gli altri servizi sanitari e socio-sanitari previsti per i cittadini che abitano nei distretti territoriali di competenza. Le Asl gestiscono le risorse umane, finanziarie e logistiche necessarie per il funzionamento delle case della comunità e ne monitorano l’attività.
Coinvolgimento delle Regioni e dello Stato
Lo Stato e le Regioni collaborano fin dalla partenza per l'attivazione delle Case della Comunità secondo quanto indicato nel PNRR e nelle norme o documenti di indirizzo elaborati a valle. Le Regioni restano responsabili della localizzazione e dell’attivazione delle nuove strutture sanitarie, dell'integrazione con i servizi esistenti, della formazione del personale e del monitoraggio dell'efficienza. Le decisioni sono prese congiuntamente tramite la Conferenza Stato-Regioni e i piani regionali si allineano alle indicazioni nazionali. Lo Stato promuove la digitalizzazione e sviluppa linee guida nazionali, mentre le Regioni sono responsabili della declinazione a livello locale.
Torna all'inizioCome si accederà ai servizi delle Case della Comunità
Le Casa della Comunità sono state pensate per essere luoghi di facile accesso e per rappresentare un punto unico di riferimento per l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria soprattutto dei cittadini più bisogni di cure e assistenza. La creazione dei Punti Unici di Accesso, cioè sportelli in cui si daranno informazioni e orientamento, ha proprio la funzione di indirizzare i cittadini ai servizi. Il primo contatto prevede un momento informativo e di conoscenza, con particolare attenzione agli anziani, svolto dall'Infermiere di Famiglia e Comunità o da personale appositamente formato. La presa in carico sarà poi gestita dall’equipe medica e infermieristica della Casa della comunità e prevederà servizi basati su un piano di assistenza individuale. Per altri servizi “al bisogno” ci saranno probabilmente accessi indirizzati dai medici e pediatri di base o prescritti dai curanti, oppure ad accesso diretto/prenotato, come nel caso della continuità assistenziale.
Torna all'inizioIl Ruolo delle Case di Comunità nel PNRR
Le Case della Comunità hanno un ruolo centrale nella riforma delle cure primarie prevista dal Decreto 23 maggio 2022, n. 77 del Ministero della Salute, la quale verrà in gran parte finanziata con i fondi che sostengono il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
In quanto presidio intermedio tra gli ambulatori di medici e pediatri di famiglia (che non scompaiono in questa riforma) e come punti unico di accesso a vari servizi sanitari e socio-sanitari, la Casa della Comunità diventa la struttura centrale in cui ruoterà la gran parte dell’offerta sanitaria delle regioni. Si tratta infatti di strutture pensate per rafforzare l’assistenza territoriale e ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso, con una particolare attenzione ai pazienti cronici e fragili e alla programmazione di interventi di prevenzione per la comunità.
Le Case della Comunità non rappresentano però un vera novità, in quanto prima delle riforme iniziate con il PNRR, strutture simili a queste erano già state pensate e previste da normative precedenti e che hanno portato alla sperimentazione delle Case della Salute e a cui le Case della Comunità si ispirano. Prima del PNRR, le Case della Salute erano già presenti in Emilia Romagna, che ne contava oltre centro strutture, ma anche in Veneto, Toscana, Piemonte, Marche, Lazio o Sicilia (solo per citare le regioni dove queste erano più diffuse).
Queste esperienze, tuttavia, non erano diffuse su tutto il territorio italiano in modo omogeneo (e molte Regioni molto popolose, come la Lombardia, la Campania o la Puglia non ne avevano affatto) e operavano in maniera non uniforme in termini di servizi offerti e di orario di apertura al pubblico. Lo stesso vale per gli Ospedali di comunità, sempre previsti dalla nuova riforma, ma che erano stati già attivati e sperimentati in vari regioni, seppur con denominazioni e modalità differenti.
La nuova riforma delle cure territoriali mira quindi ad uniformare l’offerta di servizi di base sul territorio. Rimangono però aperti molti capitoli, soprattutto il ruolo e il coinvolgimento di medici e pediatri di famiglia.
Ma a che punto siamo con la realizzazione delle Case della Comunità?
Non è del tutto chiaro. Stando alle informazioni diffuse a mezzo stampa proprio nel giorno del termine ultimo per l’attivazione delle case della Comunità, l’obiettivo sembra essere stato raggiunto: al 30 giugno sembra siano attive con i servizi obbligatori circa 1200 strutture, quindi ben oltre il target minimo di 1038 promesso nel PNRR, seppur molto lontano dalle 1715 Case programmate. Il problema è che questi dati non ufficiali sono molto diversi dagli ultimi dati ufficiali diffusi, che non presagivano nulla di buono.
Stando ai più recenti dati dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, a 6 mesi dalla scadenza fissata dal Pnrr, risultavano pienamente funzionante meno del 4% delle Case della comunità previste (cioè, 66 in tutto), mentre meno del 50% di esse aveva attivato almeno uno dei servizi obbligatori (781 Case su 1.715 previste). La maggioranza di esse non aveva però ancora né i servizi medici di base (presenti in sole 204 Case), né quelli infermieristici (solo in 216 Case) previsti obbligatoriamente dalle norme.
Una cosa, questa, che non sorprendeva affatto, in quanto la questione dell’adesione o meno dei medici e pediatri di base al funzionamento delle Case non è mai stata risolta per tempo ed è rimasta aperta fino a pochi giorni prima della scadenza del PNRR. E definirla del tutto chiusa è un azzardo.
Dopo le proteste per le iniziali proposte legislative di Regioni e Ministero – che imponevano ai medici di famiglia una presenza obbligatoria fissa nelle Case della comunità in aggiunta alla loro attività ambulatoriale – sindacati medici e SSN hanno trovato un accordo per su un quantitativo minimo di ore aggiuntive retribuite da prestare nelle Case, da un minimo di tre ore a un massimo di sei a settimana per medico, con l’obiettivo di assicurare la presenza di almeno un medico in ogni struttura nell’arco delle 24 ore. Ma tutto è poi lasciato alle Regioni e alle Asl, che dovranno definire il loro fabbisogno di ore reale e accordarsi con i medici in loco. Se questo impegno sarà sostenibile per gli oberati i medici di famiglia ed efficace nel garantire l’assistenza promessa ai cittadini dal SSN, sarà tutto da vedere.
Ultima nota dolente, delle 781 Case almeno parzialmente funzionanti conteggiate nell’ultimo resoconto ufficiale, 532 si concentravano in cinque regioni: Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Toscana, Veneto. E, a parte poche altre (come Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sardegna e valle d’Aosta, a buono o ottimo punto), le restanti regioni erano molto lontane dagli obiettivi prefissati, se non addirittura alla partenza: in particolare Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sicilia e le P.A. di Trento e Bolzano. E la situazione era grave anche per gli Ospedali di comunità: quelli dichiarati attivi erano 163 sui 594 previsti ad oggi. Meno del 30% erano in Veneto, con 47 strutture sulle 73 previste, mentre in Lombardia se ne contavano 30 sulle 64 previste. Dai più recenti dati ufficiosi sembra sul fronte degli Ospedali di comunità l’obiettivo sia stato raggiunto all’ultimo minuto, mentre il gap Nord- Sud sembra rimanga tale.
Torna all'inizioCase di Comunità in Lombardia
La Lombardia è una regione che, a differenza della altre, non ha esperienze simili a quelle delle Case della Salute dell’Emilia Romagna e nelle prime ricognizioni risultava non avere nessuna struttura simile attiva. Si tratta quindi per la Lombardia di creare un ampio numero di strutture, riconvertendo le attuali e fornendole del personale necessario per attivare i servizi richiesti.
Quante Case di Comunità Sono Presenti (e attive) in Lombardia
Secondo gli ultimi dati diffusi da Agenas, il percorso di attivazione delle Case “di” Comunità (curiosamente la regione Lombardia ha optato per l’uso di una preposizione differente da quella usata nelle normative) sembrava piuttosto indietro a sei mesi dalla scadenza risultavano attive con almeno un servizio 150 Case di comunità delle 207 promesse, ma solo 22 con tutti i servizi attivi, compresa l’assistenza medica e infermieristica. 76 di esse, invece, avevano tutti i servizi previsti, tranne la presenza medica e infermieristica. Gli ultimi dati ufficiosi diffusi nel giorno della scadenza dell’attivazione di questi presidi, sembra che in Lombardia siano operative186 Case: come si arrivati in soli sei mesi a riempire questo gap è tutto da spiegare. Serve aspettare la pubblicazione di dati ufficiali, nella speranza che non solo in Lombardia, ma anche nelle altre Regioni, siano state davvero attivate le Case della comunità promesse col Pnrr.
Torna all'inizioAltroconsumo ti aiuta con le liste d'attesa
Se le Case della Comunità aprono scenari nuovi in termini di fruizione dell'assistenza sanitaria sul territorio da parte dei cittadini, restano però aperte tutte le questioni che rendono il nostro servizio sanitario un punto critico per gli italiani. Secondo una nostra recente inchiesta, il 48% dei cittadini giudica negativamente i servizi dell’Asl e il 39% quelli dei Pronto Soccorso: su entrambi i fronti pesano soprattutto le lunghe attese per esami e visite, comprese quelle dal proprio medico di base (di cui alcuni cittadini sono addirittura sprovvisti, per via dei mancati turnover di medici che vanno in pensione).
Il problema ormai atavico delle liste d'attesa per prenotare visite ed esami è il tasto più dolente per i cittadini. Per questo Altroconsumo ha deciso di offrire alle persone gli strumenti per ottenere ciò che spetta loro per legge, ovvero prime visite, controlli e ricoveri nei tempi previsti dalle prescrizioni dei medici e l'accesso trasparente alle agende di prenotazione, che non devono mai essere chiuse, come vuole la legge; se anche tu vuoi ottenere il rispetto dei tempi, iscriviti al nostro servizio e ricevi il modello di lettera adatto al tuo caso, con i riferimenti normativi e gli indirizzi email a cui spedirlo.
Stop alle liste d'attesa: fai valere i tuoi diritti
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