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Date di scadenza: quando buttare il cibo in scadenza e quando no

Per alcuni alimenti è essenziale rispettare la data di scadenza. Con altri si può essere più flessibili perché la data è solo indicativa. Che cosa bisogna sapere per mangiare senza rischi né sprechi.

29 aprile 2022
sveglia con cibo al posto delle lancette

Ogni anno un terzo di tutto il cibo prodotto nel mondo non viene consumato. Lo spreco alimentare è una questione che riguarda tutti, dalle istituzioni ai grandi produttori, fino a noi, che ci sediamo a tavola ogni giorno. La scarsa conoscenza delle informazioni riportate sulle confezioni o la loro poca chiarezza sono infatti tra i fattori che portano cibo normalmente commestibile a finire nella spazzatura di casa. Secondo una nostra inchiesta svolta nella primavera del 2020, solo il 37% degli italiani comprende correttamente il significato delle date riportate sugli alimenti e la importante differenza fra data di scadenza e termine minimo di conservazione.

Scadenze o termine minimo di conservazione?

La data di scadenza viene indicata sulle confezioni o sulle etichette di alcuni alimenti: è la dicitura “da consumare entro” seguita dal giorno e dal mese. Questa indicazione ci dice la data entro cui un alimento deve essere consumato. Pensiamo ad esempio agli alimenti delicati, come una tartare di pesce crudo: dal giorno successivo alla scadenza l’alimento deve essere considerato scaduto, perché consumarlo può essere pericoloso per la salute.

Il “termine minimo di conservazione” o TMC viene indicato sulle confezioni con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” seguita da mese, anno e in alcuni casi dal giorno. Questa data ci indica fino a quando un prodotto alimentare (come la pasta, la farina, i biscotti) conserva le sue caratteristiche specifiche - nutrizionali e di gusto, aspetto e aroma - se si rispetta un’adeguata conservazione.

Scaduto, non sempre pericoloso

Molto spesso sia la data di scadenza sia il TMC vengono interpretati in senso restrittivo. In realtà i prodotti con il TMC raggiunto o superato non sono dannosi per la salute e possono essere ancora consumati: l’alimento è ancora commestibile, in certi casi addirittura per mesi. Pensiamo a una confezione di crackers: magari con il passare dei giorni si modificheranno un po’ il gusto e la consistenza, probabilmente non saranno più friabili come al momento dell’acquisto, ma mangiarli sarà comunque sicuro.

Quanto tempo dopo si può mangiare?

Ma per quanto tempo è possibile consumare un alimento dopo il termine minimo di conservazione? Dipende dai casi. I prodotti che vanno tenuti in frigorifero sono quelli più deperibili: questi in linea di massima hanno la data di scadenza, che è bene rispettare. In qualche caso (per esempio lo yogurt oppure il latte fresco) si può sforare di uno o due giorni, purché la temperatura del frigo sia impostata correttamente a 4 °C, la confezione sia integra e non si presentino cattivi odori. Con altri alimenti freschi (soprattutto i più deperibili come pesce crudo, carne fresca, formaggi freschi...) invece bisogna essere ligi, perché c’è il rischio che prolifichino microrganismi, alcuni dei quali sono patogeni, cioè dannosi per l’uomo.

I prodotti da dispensa in genere possono essere consumati anche dopo due mesi dal termine minimo di conservazione; in linea generale più lungo è il termine minimo di conservazione previsto, maggiore sarà il margine di tolleranza.