Ebola in Congo e Uganda: rischio pandemia? Cosa sappiamo sull’emergenza Oms
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. Il rischio per chi vive in Italia è basso ma è stata attivata la procedura di sorveglianza attiva per chi rientra da zone a rischio.
Il 16 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità Oms ha dichiarato l’epidemia di malattia da virus Ebola Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo e Uganda un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, definizione nota anche come Pheic (Public health emergency of international concern). Non siamo di fronte a una nuova pandemia - il rischio è basso e in generale gli ebolavirus non sono contagiosi come i virus che solitamente causano le pandemie - ma la situazione in quelle aree del continente africano è un evento straordinario che richiede un coordinamento internazionale. L’Italia ha attivato la procedura di sorveglianza attiva per chi rientra da zone a rischio.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha finora avuto notizie di oltre 500 casi sospetti e di 130 morti sospette, ma solo 30 casi sono stati confermati dalle autorità sanitarie locali. La zona dove si è sviluppato il contagio, a causa della stagione delle piogge e dell’instabilità politica, è molto difficile da raggiungere, cosa che ha creato un ritardo nel tracciamento e nel contenimento dei casi da parte degli operatori sanitari. Mentre scriviamo due medici americani che lavoravano nelle aree in cui è scoppiata l'epidemia sono stati trasportati in due ospedali europei (a Berlino e a Praga) attrezzati per gestire questo tipo di emergenze. Uno dei due manifesta sintomi, mentre il secondo no ma è tenuto in isolamento e monitorato. Gli Stati Uniti non ne hanno agevolato il rientro, vietando temporaneamente l’ingresso a tutti coloro che hanno soggiornato recentemente nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o in Sud Sudan.
Che cos’è Ebola Bundibugyo
La malattia da virus Ebola è una malattia infettiva grave, spesso letale. Non esiste un solo virus Ebola ma diverse specie: il più noto è il Zaire ebolavirus, per il quale è stato sviluppato un vaccino. Il focolaio attuale, invece, è causato dal virus Ebola Bundibugyo: una variante già responsabile in passato di epidemie nell’uomo ma meno nota, contro la quale non esiste ancora un vaccino specifico.
Quali sono i sintomi
I primi sintomi sono poco specifici e possono somigliare ad altre infezioni diffuse nelle stesse aree, come la malaria. In genere Ebola si manifesta con:
- febbre
- forte stanchezza
- dolori muscolari e articolari
- mal di testa e mal di gola
- vomito
- diarrea
- dolore addominale
- eruzione cutanea
- emorragie
Come si trasmette
Il virus Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di persone infette o decedute. Il contagio può avvenire anche tramite oggetti, superfici o materiali contaminati. La trasmissione è più probabile in ambito familiare, durante pratiche funerarie non sicure o in strutture sanitarie dove non sono disponibili dispositivi di protezione adeguati.
Ebola non si trasmette come un comune virus respiratorio. In genere, una persona non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi; il periodo di incubazione può variare da 2 a 21 giorni.
Torna all'inizioNon c’è un vaccino
Per Ebola Bundibugyo non esiste al momento un vaccino autorizzato. I vaccini disponibili contro Ebola causata dal virus Zaire, infatti, non sono automaticamente efficaci contro altre specie di ebolavirus. Anche il ministero della Salute italiano, nella circolare sull’epidemia, segnala che per questa variante non sono disponibili vaccini autorizzati né terapie specifiche approvate.
La gestione dei casi si basa quindi soprattutto sulla rapidità della diagnosi, sull’isolamento, su cure di supporto (idratazione e trattamento dei sintomi) e su misure rigorose di prevenzione della trasmissione, soprattutto negli ospedali e nelle comunità colpite.
Torna all'inizioCosa fare se si deve viaggiare in zone a rischio
Per la Repubblica Democratica del Congo, il ministero degli Esteri invita a rimandare qualsiasi viaggio a causa della situazione di sicurezza, con particolare attenzione alle province orientali, tra cui Ituri e Nord Kivu. Chi si trova già nel Paese è invitato a valutare il rientro, registrarsi su DoveSiamoNelMondo o tramite l’app ViaggiareSicuri e mantenere i contatti con l’ambasciata.
Per Uganda e RDC, prima della partenza è opportuno consultare Viaggiare Sicuri, rivolgersi al proprio medico o a un centro di medicina dei viaggi, verificare coperture assicurative e possibilità di evacuazione sanitaria, portare farmaci essenziali, bere solo acqua sicura ed evitare cibi crudi o di dubbia provenienza.
Nelle aree a rischio Ebola bisogna evitare contatti con persone malate o decedute, sangue e fluidi corporei, materiali potenzialmente contaminati, pratiche funerarie non sicure, animali selvatici e carne di selvaggina. È importante anche lavarsi spesso le mani e seguire le indicazioni delle autorità sanitarie locali e internazionali.
Torna all'inizioCosa fare al rientro da Congo o Uganda
Il ministero della Salute ha attivato una sorveglianza sanitaria sui rientri per il personale sanitario e non sanitario impegnato in attività di cooperazione, assistenza o logistica nelle aree interessate dall’epidemia.
Le organizzazioni governative e non governative devono comunicare i rientri con almeno 48 ore di anticipo, indicando dati del viaggiatore, itinerario e condizioni cliniche.
In caso di sintomi durante il viaggio aereo, chi è stato in un Paese interessato nei 21 giorni precedenti deve avvisare subito l’equipaggio. La circolare ministeriale prevede procedure specifiche negli aeroporti individuati per la gestione sanitaria e il tracciamento dei contatti.
Torna all'inizioAttivata la “sorveglianza attiva”
L’Italia, dopo la dichiarazione dell’Oms, ha attivato la procedura di sorveglianza attiva. La sorveglianza attiva non è una quarantena generalizzata per tutti coloro che arrivano da zone a rischio. Le autorità sanitarie però identificano le persone potenzialmente esposte, raccolgono informazioni su viaggio e contatti, forniscono istruzioni precise e monitorano l’eventuale comparsa di sintomi nel periodo di incubazione.
Per Ebola, questo periodo può arrivare fino a 21 giorni. Per questo, chi rientra da aree interessate dall’epidemia deve prestare attenzione alla comparsa di febbre, vomito, diarrea, mal di testa, mal di gola, dolore addominale o altri sintomi compatibili.
Chi rientra da Repubblica Democratica del Congo o Uganda deve contattare rapidamente un medico o i servizi sanitari se, entro 21 giorni dal rientro, compaiono sintomi compatibili con Ebola.
È importante non presentarsi senza preavviso in pronto soccorso o in ambulatori affollati. Prima bisogna telefonare, spiegare i sintomi e segnalare il viaggio recente o eventuali esposizioni a rischio. Questo permette agli operatori sanitari di attivare le misure di protezione necessarie.
Torna all'inizioEbola in Italia: dobbiamo preoccuparci?
In Italia il rischio di contrarre il virus Ebola è molto basso ed è legato soprattutto a viaggi o attività nelle aree colpite. La dichiarazione dell’Oms segnala una situazione seria a livello internazionale, ma non significa che ci sia un rischio immediato per chi vive in Italia.
La situazione attuale, quindi, merita attenzione ma non bisogna allarmarsi. I consigli principali, destinati soprattutto ai viaggiatori e agli operatori di organizzazioni che operano in aree potenzialmente a rischio è quello di informarsi prima di partire, evitare viaggi non necessari nelle zone segnalate in cui circola questo virus, seguire le indicazioni ufficiali e contattare subito i servizi sanitari in caso di sintomi dopo il rientro.
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