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Hantavirus Andes: rischio pandemia? Cosa sappiamo su virus e gestione dell’emergenza

Che cos’è l'hantavirus? Come si trasmette? C'è il rischio di una nuova pandemia? E ancora: cosa è successo sulla nave Hondius? Come viene gestita l'emergenza? Tutte le risposte al tema sanitario del momento con i consigli pratici per cittadini e viaggiatori.

Con il contributo esperto di:
articolo di:
11 maggio 2026
Mano con provetta e scritta Hantavirus

Il focolaio di hantavirus Andes legato alla nave MV Hondius ha riacceso una domanda inevitabile: dobbiamo temere una nuova pandemia come il Covid? Al momento gli esperti considerano il rischio per la popolazione generale basso e molto basso in Europa e per ora non c’è da preoccuparsi. Le autorità stanno reagendo con tracciamento, isolamento, rimpatri controllati e sorveglianza: una risposta più pronta rispetto al passato ma ancora con qualche criticità legate al coordinamento tra Paesi. Cosa sappiamo del virus, della sua capacità di diffondersi e cosa fare in caso di viaggi in luoghi a rischio.

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Hantavirus che cos'è e come si trasmette

Che cos’è l’hantavirus?

Gli hantavirus sono una famiglia di virus trasmessi soprattutto dai roditori. Le persone possono infettarsi respirando particelle contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti, oppure più raramente attraverso morsi o contatto con superfici contaminate. Non esiste un solo hantavirus: ne esistono diversi, associati a roditori e aree geografiche differenti, che possono dare malattie differenti, da lievi a molto gravi.

È un virus nuovo?

No. Gli hantavirus sono conosciuti da decenni: il primo che è stato scoperto, il virus Hantaan, fu isolato nel 1978 e collegato alla febbre emorragica con sindrome renale osservata tra i militari durante la guerra di Corea.

Perché si parla in particolare di virus Andes?

Il virus coinvolto nel focolaio della nave Hondius è stato identificato come virus Andes, un tipo di hantavirus presente soprattutto in Sud America, in particolare in Argentina e Cile. È rilevante perché può causare la sindrome polmonare da hantavirus, una malattia respiratoria severa, e perché è l’unico hantavirus per cui è documentata una possibile trasmissione da persona a persona, anche se in genere in contesti di contatto stretto e prolungato.

Che differenza c’è tra virus Andes e gli hantavirus europei?

Gli hantavirus presenti in Europa e Asia causano soprattutto febbre emorragica con sindrome renale, cioè forme che colpiscono soprattutto reni e vasi sanguigni; in Europa è descritta anche la nefropatia epidemica, in genere più lieve. Gli hantavirus delle Americhe, tra cui Andes, possono invece causare una sindrome cardiopolmonare, con rapido peggioramento respiratorio. Inoltre, per gli hantavirus europei non è documentata la trasmissione da persona a persona, mentre per Andes sì, seppur in modo limitato.

Il virus Andes si trasmette tra persone?

Sì, ma non come il Covid. Gli esperti della International hantavirus society sottolineano che può avvenire solo in contesti specifici: convivenza, assistenza a una persona malata senza adeguate protezioni, contatto intimo, permanenza prolungata in ambienti chiusi o affollati. Questo virus è comunque molto meno contagioso dei virus respiratori classici e del Covid.

Perché non è come il Covid?

Perché il virus del Covid (Sars Cov2) si è dimostrato capace di diffondersi molto facilmente nella popolazione generale, anche attraverso contatti casuali e in molti casi prima o senza sintomi evidenti. Il virus Andes, invece, richiede di norma contatti stretti e prolungati e si trasmette quando le persone già manifestano sintomi. La differenza è cruciale: un virus può essere molto grave per il singolo paziente, ma non avere automaticamente le caratteristiche per generare una pandemia globale.

C’è comunque il rischio di una nuova pandemia tipo Covid?

Al momento la probabilità è considerata molto bassa. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie Ecdc ha valutato il rischio in Europa come molto basso e l’Organizzazione mondiale della Sanità come basso a livello globale, pur ricordando che potrebbero emergere altri casi per via del periodo di incubazione.

Gli hantavirus sono letali?

Dipende dal tipo di hantavirus, dal contesto e dalla rapidità delle cure. Le forme europee e asiatiche possono avere un decorso variabile: alcune sono lievi, altre più gravi. Le forme cardiopolmonari delle Americhe, tra cui Andes, possono essere molto severe. Gli esperti riportano per Andes una mortalità dal 20-40%, anche se il dato cambia in base alla sorveglianza, all’accesso alle cure e alla gestione sanitaria.

Quali sono i sintomi da non sottovalutare?

All’inizio i sintomi possono sembrare quelli di un’influenza: febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, disturbi gastrointestinali. Nel caso della sindrome polmonare da hantavirus, dopo alcuni giorni possono comparire tosse, fiato corto, senso di costrizione al petto che peggiora rapidamente. Per il virus Andes, il Center for desease control americano (Cdc) indica un periodo di incubazione tra 4 e 42 giorni dall’esposizione.

Esistono cure o vaccini?

Non esiste oggi una terapia antivirale specifica approvata né un vaccino disponibile contro il virus Andes. Le cure sono soprattutto di supporto: ossigeno, terapia intensiva quando necessaria, gestione delle complicazioni respiratorie, cardiache o renali. Questo rende la diagnosi precoce molto importante: prima si riconosce la malattia, maggiori sono le possibilità di intervenire in modo appropriato.

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Che cosa è successo sulla nave MV Hondius?

Il focolaio è stato segnalato all’Oms il 2 maggio 2026 a bordo della MV Hondius, nave battente bandiera olandese con passeggeri ed equipaggio provenienti da diversi Paesi europei e non. Secondo l’ultimo aggiornamento (10 maggio), sono stati segnalati 8 casi, di cui 6 confermati e 2 probabili, con 3 decessi. La situazione resta in evoluzione: i passeggeri sono stati evacuati dalla nave e rimpatriati con procedure molto stringenti e sembrano esserci nuovi casi tra cui una cittadina francese e un passeggero americano. 

I passeggeri sono sbarcati?

Sì. La nave è arrivata a Tenerife, nelle Canarie, e lo sbarco è stato organizzato per gruppi, con trasferimenti controllati e voli di rimpatrio dedicati.

Che rischio c’è per l’Italia?

Per la popolazione generale il rischio è considerato molto basso. Il Ministero della Salute ha precisato che a bordo della nave non risultavano passeggeri di nazionalità italiana e ha attivato monitoraggio e comunicazioni a Regioni e uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera. Le persone rintracciate in Italia sono quattro contatti del volo KLM legato a una delle vittime: due italiani e due stranieri, sottoposti a sorveglianza attiva (isolamento volontario, uso di mascherina, monitoraggio con esami e valutazione clinica da parte di un centro specializzato). 

Perché si parla di isolamento o quarantena se il rischio è basso?

Perché “rischio basso per la popolazione” non significa “nessun rischio per i contatti stretti”. Le misure di isolamento e monitoraggio servono a interrompere eventuali catene di trasmissione prima che si allarghino. L’Ecdc ha classificato, in via precauzionale, le persone a bordo come contatti ad alto rischio per sbarco e rimpatrio, con monitoraggio o quarantena fino a 42 giorni, sintomi da controllare ogni giorno e test in caso di comparsa di febbre o disturbi compatibili. 

Ogni Paese decide da sé come gestire i passeggeri?

Sì, dentro un quadro comune di raccomandazioni internazionali. Ecdc e Oms forniscono indicazioni tecniche, ma l’applicazione concreta dipende dai singoli Paesi. La Spagna, ad esempio, ha approvato un protocollo con quarantena obbligatoria in ospedale militare per le persone considerate contatti sul territorio spagnolo; l’Ecdc parla per i rientri di self-quarantine nel Paese di origine con trasporti dedicati; gli Stati Uniti hanno trasferito i propri passeggeri in strutture specializzate. Questa flessibilità è utile sul piano operativo, ma può creare comunicazioni disomogenee e alimentare confusione tra i cittadini. 

La risposta internazionale è stata rapida?

Sì, e questo è un dato rassicurante. Oms, Ecdc e autorità nazionali hanno attivato tracciamento internazionale, consulenza tecnica, esperti a bordo, indicazioni per lo sbarco, gestione dei contatti e invio di kit diagnostici. È una reazione che risente anche dell’esperienza del Covid: oggi esistono procedure, reti di allerta e maggiore abitudine alla cooperazione internazionale. Questi meccanismi funzionano però solo se gli Stati collaborano e comunicano in modo trasparente. 

L’Italia non ha firmato il piano pandemico Oms: è un problema?

Non si tratta ancora di un vero e proprio piano ma di un accordo di collaborazione tra Stati. L’Oms nel maggio 2025 ha messo ai voti un documento, il Pandemic Agreement, per la gestione coordinata di nuove pandemie a livello mondiale che l’Italia non ha voluto votare in commissione. In ottica di tutela dei cittadini, è un punto critico: davanti a virus che viaggiano più velocemente delle burocrazie, indebolire il segnale di cooperazione internazionale è una scelta discutibile. 

L’accordo pandemico darebbe all’Oms il potere di imporre lockdown o vaccini?

No. L’accordo non attribuisce all’Oms il potere di imporre misure come lockdown, obblighi vaccinali o divieti di viaggio ai singoli Paesi. Questo è un punto importante perché molta disinformazione sul tema si concentra proprio su una presunta “cessione di sovranità”. Il nodo vero non è questo, ma la capacità di coordinare sorveglianza, accesso a diagnosi, vaccini e terapie quando una minaccia sanitaria attraversa più Paesi.

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Pandemie, spillover e sfide globali

Che cos’è lo spillover?

Lo spillover è il “salto di specie”: quando un microrganismo patogeno che circola in animali selvatici o domestici riesce a infettare l’uomo. Nel caso degli hantavirus, il serbatoio naturale sono i roditori; l’infezione umana avviene di solito quando si entra in contatto con ambienti contaminati da urine, feci o saliva. Lo spillover non basta da solo a creare una pandemia: perché ciò accada, il patogeno deve anche riuscire a trasmettersi efficacemente tra persone.

Perché oggi sentiamo parlare più spesso di nuovi virus?

Perché aumentano le occasioni di contatto tra esseri umani, animali e ambienti naturali alterati. Cambiamenti d’uso del suolo, deforestazione, perdita di biodiversità, commercio e sfruttamento non sostenibile della fauna, agricoltura intensiva, viaggi e trasporti più rapidi rendono più probabili gli incontri tra persone e patogeni. Gli esperti indicano questi fattori tra i motori principali del rischio pandemico moderno.

I cambiamenti climatici c’entrano?

Sì, anche se non in modo semplice e uguale per tutti i virus. Il clima può modificare la distribuzione di roditori, insetti vettori, fauna selvatica e attività umane, cambiando le occasioni di esposizione. Per gli hantavirus, le dinamiche delle popolazioni di roditori sono influenzate da fattori ambientali e stagionali.

Che cosa c’entrano viaggi, merci e crociere?

La globalizzazione non crea da sola i virus, ma può trasformare un evento locale in un problema internazionale. Nel caso della Hondius, il sospetto contagio iniziale potrebbe essere avvenuto prima dell’imbarco durante viaggi in Sud America; poi la nave, gli sbarchi intermedi e i voli internazionali hanno reso necessario rintracciare contatti in molti Paesi. È il classico scenario in cui la sanità pubblica non può più ragionare solo dentro i confini nazionali.

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Consigli pratici per cittadini e viaggiatori

È sicuro fare una crociera?

In generale sì: non c’è motivo per considerare le crociere automaticamente pericolose per hantavirus. Il rischio specifico nasce soprattutto dall’esposizione a roditori o a persone malate di virus Andes in contesti di contatto stretto e prolungato. Le attività turistiche ordinarie comportano di norma un rischio molto basso di esposizione ai roditori; il rischio aumenta invece in escursioni in aree rurali, discariche, capanni, rifugi, cantine, magazzini o ambienti chiusi e poco ventilati con tracce di topi.

Il rischio su una nave è maggiore che in altri tipi di vacanza?

La nave non è il problema principale: il problema è l’esposizione al virus. Tuttavia, una nave può diventare un contesto delicato se a bordo c’è una persona infetta perché la convivenza prolungata, gli spazi chiusi e i contatti ripetuti possono facilitare una trasmissione che nella vita quotidiana resterebbe improbabile.

Devo evitare viaggi in Sud America?

No, non in modo generalizzato. Chi viaggia in aree dove il virus Andes è presente dovrebbe però evitare ambienti infestati da roditori, non entrare in capanni o locali chiusi con escrementi, non campeggiare vicino a tane o rifiuti, conservare il cibo in contenitori chiusi e seguire le indicazioni sanitarie locali.

Se trovo escrementi di topo in casa, cantina o garage, come devo pulire?

Non bisogna spazzare a secco né usare aspirapolvere prima di disinfettare: si rischia di sollevare polvere contaminata. La procedura più prudente è: indossare guanti e mascherina, bagnare bene gli escrementi e l’area circostante con disinfettante, lasciare agire almeno cinque minuti o secondo le istruzioni del prodotto, raccogliere con carta assorbente, buttare tutto in un sacco chiuso, poi pulire di nuovo la superficie e lavarsi le mani. Il ministero della Salute raccomanda guanti e mascherine nelle pulizie di cantine, soffitte o magazzini potenzialmente contaminati. In caso di infestazione importante, ambienti molto contaminati o lavori professionali di disinfestazione, è meglio non improvvisare e rivolgersi a operatori qualificati con dispositivi di protezione adeguati. Il punto essenziale è non aerosolizzare il materiale: quindi niente scopa a secco, niente aspirapolvere, niente getti ad alta pressione prima della disinfezione.

Quando devo chiamare il medico?

Va contattato il medico se compaiono febbre alta, difficoltà respiratoria o sintomi compatibili dopo una possibile esposizione a roditori, dopo un viaggio in aree dove circolano hantavirus o dopo un contatto con un caso sospetto o confermato. È importante raccontare subito l’eventuale esposizione: i sintomi iniziali possono sembrare influenza o gastroenterite, e senza questa informazione il sospetto diagnostico può arrivare tardi.

In sintesi: c’è da preoccuparsi?

C’è da essere vigili, non spaventati. Il virus Andes è serio perché può essere grave e perché, a differenza degli hantavirus europei, può trasmettersi tra persone in condizioni particolari. Ma non ha, in base alle evidenze attuali, la contagiosità del Covid. La lezione da trarre non è “arriva un nuovo Covid”, ma “la prevenzione globale va presa sul serio”: sorveglianza, trasparenza, cooperazione internazionale, piani aggiornati e comunicazione chiara sono oggi parte della tutela dei consumatori e dei cittadini.

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