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Come scegliere il pellet

Trova il pellet che più si adatta alle tue necessità

Un trucco per scegliere il pellet di qualità è guardare quanta segatura c'è nel sacchetto: se è troppo vuol dire che tende a sfaldarsi e darà problemi di pulizia. Ma a volte non è sufficiente: ecco i nostri consigli e i risultati del test.

La guida passo passo

Cos'è il pellet e come si produce

Il pellet è un combustibile derivato dal legno: si ottiene comprimendo segatura e trucioli di legna non trattata con sostanze chimiche, in genere provenienti da segherie, lavorazioni industriali e falegnamerie. Prima di essere pressato, il materiale viene essiccato e depolverato; poi, attraverso l’azione combinata di pressione e calore, viene trasformato in piccoli cilindretti compatti. Non servono colle o additivi chimici: è la lignina naturalmente presente nel legno che, riscaldandosi, funge da collante.

Le dimensioni standard del pellet per uso domestico prevedono un diametro compreso tra 6 e 8 mm e una lunghezza pari a circa 3–4 volte il diametro. La norma europea EN ISO 17225-2 definisce requisiti minimi di qualità: contenuto di umidità, residuo di cenere, potere calorifico del pellet, densità, dimensioni e purezza del materiale.

Il pellet rappresenta una risorsa rinnovabile, e siccome spesso la sua produzione deriva da scarti di lavorazione che vengono valorizzati, può risultare particolarmente sostenibile, poiché riduce la domanda di legna “da taglio” e contribuisce a un uso più efficiente delle risorse forestali. La qualità finale del prodotto, però, dipende da ogni fase della filiera: dalla scelta dell’essenza legnosa alle condizioni di essiccazione, dalla pressatura al confezionamento, fino allo stoccaggio presso il rivenditore.

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Scegliere il pellet giusto

La qualità di pellet che scegli incide in modo diretto sui consumi, sulla pulizia della stufa e sulla durata dei componenti. Un pellet scadente può portare a maggiori consumi, produrre molta cenere, sporcare vetro e braciere, costringendoti a intervenire più spesso con la manutenzione.

In questa guida ti spieghiamo come leggere le etichette, come capire se il pellet è buono davvero, quali differenze concrete ci sono tra pellet di faggio e pellet di abete, come riconoscere il pellet migliore per la tua stufa e quali pellet evitare per non sprecare denaro e calore. Troverai anche indicazioni pratiche su quanto costa il pellet, quanto dura un sacchetto di pellet, quanti sacchi ci sono in un bancale di pellet e quanto pesa un sacchetto di pellet: tutti parametri che devi valutare per programmare al meglio gli acquisti.

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Come riconoscere un pellet di qualità?

Il pellet migliore non è quello con il potere calorifico più alto in etichetta. La vera qualità nasce dalla coerenza tra i dati tecnici dichiarati e il comportamento reale del pellet nella tua stufa. I fattori che vanno valutati sono quindi:

  • quanto scalda
  • quanta cenere produce
  • quanto spesso richiede pulizia della stufa
  • come influisce sui consumi

Etichette incomplete o poco trasparenti non permettono di giudicare facilmente la qualità del pellet. Un pellet davvero affidabile, invece, unisce chiarezza dei dati, certificazioni credibili e prestazioni coerenti in uso quotidiano.

I criteri che contano davvero: potere calorifico, umidità, cenere

Quando scegli un pellet, i parametri che influenzano di più consumi, comfort e manutenzione sono sempre gli stessi, a prescindere dall’essenza lignea da cui è prodotto. Li vediamo di seguito.

Umidità

L'umidità dev'essere inferiore al 10%, con valori ottimali tra il 5% e il 7%. Un pellet più umido consuma parte dell’energia solo per far evaporare l’acqua, riducendo la resa termica e generando combustioni meno stabili.

Residuo di cenere

Un pellet di alta qualità presenta un residuo di cenere contenuto. La certificazione ENplus A1 richiede valori inferiori al 0,7% di massa di cenere sul totale del prodotto di partenza, ma molti prodotti “top” si collocano oggi tra 0,3% e 0,5%. Più cenere significa più pulizie, rischi di intasamento del braciere e minor efficienza, oltre a maggiori emissioni di particolato nell’atmosfera.

Densità e compattezza

Un pellet troppo friabile tende a rompersi in piccoli pezzi e a generare polvere, con effetti negativi sul dosaggio della coclea e sulla combustione. Densità e compattezza indicano una pressatura corretta.

Uniformità dimensionale e visiva

Cilindretti regolari, della stessa lunghezza e privi di impurità visibili segnalano una lavorazione accurata.

Potere calorifico

Per il pellet domestico si considerano buoni i valori compresi in genere tra 4,6 e 5 kWh/kg “tal quale”, cioè con lo stesso livello di umidità che si trova nell’uso domestico. Molti produttori indicano il potere calorifico del pellet misurato “allo stato anidro”, cioè su un campione completamente privo di umidità. È un dato utile in laboratorio, ma poco rappresentativo delle condizioni reali di utilizzo: in casa il pellet contiene sempre una certa percentuale di acqua. Per esempio, il potere calorifico reale del pellet, misurato “tal quale” (o “as received”), può essere inferiore anche di 0,2–0,4 kWh/kg rispetto al valore anidro, perché l’umidità presente nel materiale riduce la quantità di calore sprigionata dalla combustione. Oltre al valore in kWh/kg, per valutare il calore reale erogato dalla combustione è utile considerare anche i kWh per sacco da 15 kg: un buon pellet fornisce circa 69–75 kWh per ogni sacco da 15 kg (a seconda dell’umidità).

La combinazione dei fattori elencati in precedenza determina quanta energia termica ottieni da un sacco e quanto sarà efficiente la tua stufa in condizioni reali. Oltre ai parametri già citati, i prodotti premium oggi dichiarano anche:

  • densità apparente (tipicamente 600–750 kg/m³), che influisce sulla stabilità di combustione ed è utile per stimare la resa in stufe di potenza elevata;
  • resistenza meccanica secondo il regolamento ISO 18847, che misura la capacità del pellet di non sbriciolarsi durante il trasporto. È espressa in % di fine prodotto e un valore alto è fondamentale per evitare polveri in eccesso;
  • contenuto di cloro e azoto, che può incidere sulla formazione di incrostazioni e sulle emissioni.
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Come capire se il pellet è buono leggendo l’etichetta

Un’etichetta affidabile dovrebbe riportare, in modo chiaro e leggibile:

  • Potere calorifico (PCI) – meglio se espresso “tal quale”, con valori almeno pari a 4,6–4,8 kWh/kg.
  • Umidità – da indicare obbligatoriamente, idealmente <10%.
  • Residuo di cenere – preferibile <1%, ottimale <0,7%.
  • Dimensioni del pellet – diametro (es. 6 mm) e lunghezza.
  • Essenza legnosa – abete, faggio, misto (o altre specifiche).
  • Anno di produzione e lotto – indispensabili per la tracciabilità.
  • Certificazione – ENplus A1 o riferimento alla norma EN ISO 17225-2.
  • Origine della materia prima – meglio se indicata con una certa precisione, possibilmente con certificazioni forestali (FSC, PEFC).
  • Eventuale distinzione tra potere calorifico del pellet anidro e potere calorifico del pellet tal quale, da interpretare con attenzione.

Sono da evitare le confezioni che si limitano a slogan come “alta resa”, “premium”, “super” senza riportare valori misurati. L’etichetta deve sempre permetterti di fare confronti rapidi e chiari tra due sacchi di pellet diverso.

Certificazioni e informazioni obbligatorie

Le certificazioni, come ENplus e la classe di qualità del pellet in base alla norma EN ISO 17225-2, sono uno strumento importante per orientarsi. La norma EN ISO 17225-2 definisce requisiti minimi per il pellet domestico, mentre la certificazione ENplus è la certificazione volontaria più diffusa, che prevede controlli ripetuti nel tempo, audit annuali e verifiche sulla filiera logistica, dalla produzione allo stoccaggio.

ENplus - Certificazione Europea secondo lo standard EN 14961-2: 2011 che classifica il pellet secondo tre classi: la A, con A1 e A2 per usi domestici, mentre la B è per usi industriali.

 

DINPlus - Questa norma specifica che il pellet è prodotto con materiale di partenza detto "legno vergine" privo di contaminanti (colle, vernici, conservanti). Nella fabbricazione è tuttavia consentito l'uso di materiali termo-agglutinati di origine vegetale non modificati chimicamente (ad esempio frumento, segale o amido), che comunque non può superare il 2% del prodotto.

ÖNORM M 7135 - Il marchio prescrive che il pellet venga prodotto con le stesse modalità di DINplus riguardo “legno vergine”, contaminanti, farine di frumento, segale o amido. Qui il produttore del pellet deve stipulare un contratto di sorveglianza con un istituto di analisi che seguirà una verifica iniziale e una verifica senza preavviso una volta all’anno.

Esiste un valore, relativo ai residui di cenere, che indica il grado di sporcizia che il pellet lascia all'interno dell'apparecchio che viene utilizzato per la combustione. Il pellet viene distinto in tre classi di qualità a seconda della quantità di cenere prodotta:

  • Classe A1: corrisponde alla qualità più elevata, caratterizzata da un contenuto di ceneri massimo pari allo 0,7%;
  • Classe A2: caratterizzata da un contenuto di ceneri minore o al massimo uguale all'1,2%;
  • Classe B: per utilizzo non domestico, caratterizzata da un contenuto di ceneri massimo del 3,5%.

La certificazione è un ottimo punto di partenza per individuare un pellet buono, ma non basta da sola: la resa può essere influenzata dal trasporto, dalla conservazione del bancale presso il rivenditore o dal modo in cui il pellet viene stoccato in casa. Anche il pellet migliore sulla carta può perdere parte delle sue qualità se assorbe umidità o se le confezioni sono danneggiate. Un pellet realmente affidabile è quello che:

  • riporta tutti i dati obbligatori senza omissioni,
  • è prodotto o distribuito da un soggetto rintracciabile,
  • mantiene un comportamento stabile nella tua stufa (fiamma regolare, poca cenere, vetro che non si sporca troppo in fretta),
  • è stoccato nel modo corretto, soprattutto al riparo dall’umidità.

Come evitare le etichette fuorvianti

Un problema crescente è rappresentato dalle etichette incomplete o fuorvianti e dalla diffusione di pellet falsamente dichiarati ENplus, spesso venduti online. È importante che il sacco riporti un codice ENplus verificabile nel database ufficiale (EPC). In caso contrario, è meglio evitare l’acquisto. Ecco come deve essere il marchio ENplus e cosa rappresentano i vari simboli e le indicazioni riportate.

Sono da guardare con sospetto:

  • etichette che non dichiarano umidità e cenere,
  • valori di potere calorifico riportati solo allo stato anidro, senza chiarire il potere calorifico reale,
  • assenza di indicazioni su origine della materia prima, lotto o anno di produzione.

Quando manca trasparenza, è più facile trovarsi di fronte a un pellet da evitare. Molti consumatori associano il pellet “molto chiaro” a un prodotto di alta qualità. In realtà, il colore dipende:

  • dalla quantità di corteccia (che può essere presente anche in pellet di qualità),
  • dall’essenza,
  • dal livello di tostatura della materia lignea di partenza.

Un pellet scuro non è necessariamente scadente: ciò che conta sono umidità, cenere e densità, non la tonalità del legno.

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Quale tipo scegliere tra faggio, abete e misto

La scelta dell’essenza legnosa è un tema ricorrente: meglio pellet di faggio o abete? Esiste un’essenza “perfetta” per ogni stufa? In realtà, non esiste un’essenza universalmente migliore: la differenza la fa sempre la combinazione tra qualità complessiva del pellet, essiccazione, certificazione, regolazioni della stufa e condizioni della casa. La scelta dell’essenza dipende anche dalla tipologia di stufa:

  • stufe piccole (6–8 kW) → beneficiano spesso di pellet più secco e combustione stabile (abete).
  • termostufe e caldaie → possono sfruttare meglio pellet più densi ed “energetici” (faggio).
  • stufe canalizzate → preferiscono pellet con densità elevata e bassa umidità per garantire continuità alla combustione.

Pellet di faggio

Il faggio ha una struttura più densa rispetto ad altre essenze e può offrire una resa termica elevata. Un buon pellet di faggio produce una fiamma vivace, tempi di salita in temperatura relativamente rapidi e un calore intenso, particolarmente apprezzato nelle giornate più fredde.

Se però il pellet di faggio non è essiccato correttamente o contiene impurità, può generare una quantità di cenere leggermente superiore rispetto a un buon pellet di abete. Per questo è importante guardare non solo l’essenza, ma anche i valori di umidità e cenere indicati in etichetta.

Il pellet di faggio può essere una scelta conveniente quando:

  • si richiede molta potenza in tempi brevi,
  • la stufa è progettata per gestire combustioni energiche,
  • si dispone di una buona evacuazione dei fumi e si è pronti a effettuare la manutenzione con la giusta frequenza.

Pellet di abete

L’abete è apprezzato per la combustione omogenea e per il residuo di cenere generalmente più basso rispetto al faggio. Un pellet di abete di qualità, e in particolare un pellet di abete bianco, offre in genere una fiamma stabile e una resa costante, ideale per le stufe che funzionano molte ore al giorno. I pellet di abete bianco sono molto apprezzati nelle stufe moderne che richiedono combustioni pulite per mantenere attiva la sensoristica.

La presenza naturale di resina contribuisce al potere calorifico del pellet, ma rende ancora più importante la qualità della lavorazione: se il processo non è accurato, possono formarsi depositi o incrostazioni nel braciere e sui componenti della stufa.

È bene ricordare che il colore chiaro spesso associato all’abete non è un indicatore assoluto di qualità: un pellet visivamente molto chiaro ma con parametri tecnici scadenti non è migliore di un pellet più scuro ma ben prodotto.
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Quali pellet evitare

Esistono alcuni segnali che dovrebbero far pensare a un pellet da evitare, indipendentemente dall’essenza dichiarata. Li elenchiamo di seguito:

  • Odori anomali che ricordano colla, vernici o solventi, che possono indicare l’uso di materiali non idonei.
  • Polvere in eccesso nel sacco: è indice di pellet che si frantuma facilmente e può compromettere il dosaggio della coclea.
  • Cilindretti friabili, irregolari o molto rotti, che indicano una pressatura non ottimale o una manipolazione scorretta.
  • Colore molto scuro, non accompagnato da indicazioni chiare sull’essenza – potrebbe far pensare alla presenza di cortecce o altri materiali indesiderati.
  • Etichetta incompleta, priva di valori fondamentali (umidità, cenere, potere calorifico, origine).
  • Assenza di data di produzione, lotto o origine: rende impossibile la tracciabilità.
  • Provenienza non trasparente o riferimenti generici a “residui industriali” non certificati.

Un pellet con queste caratteristiche rischia di aumentare consumi e depositi, sporcare la stufa, produrre molta cenere e ridurre il comfort in casa. Oltre ai segnali elencati, durante l’uso sono campanelli d’allarme:

  • vetro che si oscura in 2–3 ore
  • fiamma instabile o giallastra
  • rumori o blocchi della coclea
  • accumulo rapido di residui nel braciere.

Un pellet scadente può causare interventi tecnici anche molto costosi, soprattutto se danneggia la coclea o intasa i condotti.

Confronto tra pellet economici e premium

A parità di stufa e di condizioni della casa, la differenza tra un pellet economico e un pellet di fascia superiore può tradursi in diversi sacchi di scarto alla fine della stagione. Un pellet con umidità del 12–13% può perdere potere calorifico fino a 0,3 kWh/kg rispetto a un pellet più asciutto; alla prova dei fatti, questo significa dover acquistare un numero maggiore di sacchi per ottenere lo stesso calore. Un esempio pratico:

  • con un pellet economico potresti ritrovarti a usare un sacco in più ogni 5–6 consumati;
  • con un pellet di qualità superiore, pur pagando qualcosa in più a sacco, potresti ridurre il fabbisogno complessivo e la frequenza delle pulizie.

Anche il residuo di cenere incide: un pellet con cenere all’1,5–2% richiede pulizie frequenti del braciere e può causare incrostazioni, mentre un buon pellet, con cenere sotto lo 0,7%, mantiene la stufa più pulita e stabile. Un pellet premium può costare 1 € in più a sacco, ma se fornisce 5–6 kWh in più al sacco, in una stagione di 2 bancali la differenza diventa significativa: si risparmiano diversi sacchi e si riduce la manutenzione. Considerando il costo reale per kWh utile, un pellet economico da 5,50 € può risultare, a parità di calore prodotto, più caro di un pellet “premium” da 6,50–7 €, proprio perché ne serve una quantità maggiore nell’arco della stagione.

Bisogna in ogni caso fare attenzione alle normative vigenti nella propria regione in merito al tipo di pellet che si può utilizzare. Può capitare infatti che sussista l’obbligo di utilizzare solo pellet certificato ENPlus A1 e questo pone un limite minimo alla qualità del pellet che si può usare.

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Costi, resa e consumi

Con un costo medio di 63,61 €/MWh, il pellet risulta significativamente più economico del gas naturale (che si attesta intorno ai 96,35 €/MWh) e del gasolio da riscaldamento (121,14 €/MWh), offrendo un risparmio netto rispettivamente del 20% e di quasi il 50%.

Per quanto riguarda la spesa al dettaglio, le rilevazioni effettuate a settembre 2025 indicano un prezzo medio nazionale di 5,68 euro per un sacco da 15 kg di pellet certificato ENplus A1. Sebbene si registri un lieve incremento rispetto ai 5,44 euro di gennaio 2025, i costi rimangono stabili e ben lontani dai picchi eccezionali che avevano caratterizzato la crisi energetica del biennio 2022-2023.

Tuttavia, il costo non è l'unico parametro da considerare per valutare la convenienza reale: resa e consumi dipendono strettamente dalla qualità del combustibile e dall'efficienza dell'impianto. Per massimizzare il rendimento, è essenziale scegliere esclusivamente pellet certificato ENplus A1, che garantisce un basso contenuto di ceneri e l'assenza di additivi chimici o vernici. Utilizzare pellet di bassa qualità in apparecchi obsoleti, infatti, non solo peggiora la resa termica aumentando i consumi, ma incrementa drasticamente le emissioni di particolato. Al contrario, l'abbinamento tra pellet certificato e stufe moderne (classe 4 o 5 stelle) assicura una combustione efficiente e sostenibile.

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Domande frequenti

Rispondiamo alle domande più frequenti sui pellet

Quando conviene il pellet?

Conviene scegliere il pellet quando non si ha la possibilità di realizzare impianti come le pompe di calore o un sistema tradizionale a gas. È infatti molto conveniente rispetto al gasolio e il GPL, ma prima di tutto occorre poter installare una canna fumaria di dimensioni adeguate.

Il pellet è sostenibile?

Il pellet è considerato una fonte energetica sostenibile, ma solo a patto di rispettare precisi criteri di filiera e tecnologia ormai stringenti. La sua natura "green" deriva dalla neutralità carbonica — bruciando restituisce la stessa CO₂ assorbita dalla pianta, senza aggiungere nuovo carbonio fossile — e dall'economia circolare, poiché valorizza scarti di lavorazione del legno (segatura) evitando l'abbattimento di nuovi alberi. Tuttavia, come sancito anche dalle recenti normative (D.Lgs 5/2026), la vera sostenibilità si garantisce solo utilizzando combustibile certificato (es. ENplus A1) in generatori di ultima generazione (5 stelle) che minimizzano le polveri sottili, e privilegiando filiere corte per evitare che l'inquinamento del trasporto annulli i benefici ambientali.

Meglio il pellet di faggio o di abete?

Il pellet migliore per una stufa domestica è quello che combina bassa umidità, residuo di cenere contenuto, buon potere calorifico reale e certificazione affidabile. Non esiste un “migliore assoluto” valido per tutti: per scegliere il pellet migliore per la tua casa conta la compatibilità con la stufa, la qualità dei dati dichiarati e il comportamento in uso.

Quanto costa il pellet?

Le rilevazioni effettuate a settembre 2025 indicano un prezzo medio nazionale di 5,68 euro per un sacco da 15 kg di pellet certificato ENplus A1

Come conservare il pellet?

Oltre alle verifiche al momento dell’acquisto, è fondamentale che il pellet sia conservato correttamente:

  • lontano da muri freddi
  • al riparo dalla pioggia
  • sollevato da terra (bancale o pedana)
  • in un locale asciutto e ventilato
  • evitando cambi bruschi di temperatura che generano condensa

Un sacco che ha assorbito umidità avrà granuli gonfi, più friabili e una resa sensibilmente ridotta.

Quanto dura un sacchetto di pellet?

La risposta dipende da diversi fattori:

  • isolamento dell’abitazione,
  • temperatura esterna,
  • temperatura impostata,
  • potenza della stufa e tecnologie implementate (per esempio, le stufe di ultima generazione con modulazione avanzata e gestione automatica dell’aria consumano fino al 10–15% in meno rispetto ai modelli di qualche anno fa, a parità di pellet.)
  • qualità del pellet,
  • abitudini di utilizzo (funzionamento continuo o a intervalli).

In generale, per un sacco da 15 kg si può dire che:

  • con un uso occasionale (2–3 ore al giorno a potenza media), un sacco può durare diversi giorni;
  • con un uso quotidiano a potenza media, spesso copre una giornata di riscaldamento (8–12 ore);
  • con un uso intenso, in ambienti poco isolati o a potenza elevata, un sacco può esaurirsi anche in 5–6 ore.

Anche qui la qualità fa la differenza: un pellet con umidità intorno al 6–7% può garantire una resa fino al 10% superiore rispetto a un prodotto che si avvicina al limite del 10%. Per questo l’umidità del pellet è uno degli elementi chiave per individuare il pellet migliore.

Quanti sacchi ci sono in un bancale e quanto pesa un sacco?

Quando si pianifica la spesa per tutta la stagione è utile sapere quanti sacchi ci sono in un bancale di pellet e quanto pesa un sacchetto di pellet. Il formato più comune è il sacco da 15 kg, pensato per essere sollevato e maneggiato facilmente dalla maggior parte degli utenti. In genere:

  • un sacchetto di pellet pesa 15 kg,
  • un bancale standard contiene di solito 70 sacchi,
  • il peso complessivo di un bancale è quindi di circa 1050 kg.

Esistono anche formati diversi, ma sono meno diffusi nel consumo domestico.

Qual è il pellet migliore per una stufa domestica?

Il pellet migliore per una stufa domestica è quello che combina bassa umidità, residuo di cenere contenuto, buon potere calorifico reale e certificazione affidabile. Non esiste un “migliore assoluto” valido per tutti: per scegliere il pellet migliore per la tua casa conta la compatibilità con la stufa, la qualità dei dati dichiarati e il comportamento in uso.

Il pellet scade?

Il pellet non ha una vera e propria “data di scadenza”, ma assorbe facilmente umidità. Se conservato per lunghi periodi in ambienti umidi, perde parte della sua resa e può diventare più friabile. È buona norma acquistare soprattutto per la stagione in corso o poco oltre, e conservare i sacchi in luoghi asciutti e protetti.

Quanto pellet serve per riscaldare una casa per una stagione?

Per un’abitazione di dimensioni medie e con un isolamento discreto, il consumo stagionale si colloca spesso tra 1,5 e 3 bancali. La fascia dipende dal clima della zona, dall’uso che si fa della stufa (unico sistema di riscaldamento o integrazione) e dalla qualità del pellet utilizzato.

Come capire se un pellet è davvero certificato e sicuro?

Per un pellet buono come riconoscerlo anche dal punto di vista della sicurezza, verifica la presenza del marchio di certificazione (es. ENplus A1) e del relativo codice identificativo. Controlla che l’etichetta contenga i riferimenti alla norma tecnica applicata e che il produttore o il distributore siano chiaramente indicati.

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