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Crisi, cresce il divario tra poveri e ricchi. Scegliere per risparmiare

05 febbraio 2013

05 febbraio 2013

La crisi economica non ha gli stessi effetti su tutti, ma penalizza i più deboli. Diminuiscono le entrate di chi ha già meno; al Sud il calo dei redditi sfiora l'otto per cento. Le famiglie a rischio di povertà hanno raggiunto il 28% del totale. Diventa quanto mai importante risparmiare nelle spese di tutti i giorni: ti aiutano i nostri calcolatori.

La crisi economica ha colpito duramente, ma non ha colpito tutti allo stesso modo. Purtroppo, chi già faceva fatica è stato colpito di più. È quanto emerge analizzando i dati (ci basiamo su quelli pubblicati nel 2012 dalla Banca d’Italia) da diversi punti di vista: per reddito familiare, per professione, per zona geografica.
In tempi di crisi è dunque quanto mai importante scegliere bene per risparmiare, dalle bollette ai farmaci, dall'assicurazione al supermercato. Utilizza le nostri calcolatori per risparmiare.
Il peggioramento per chi è già più svantaggiato si nota anche esaminando i dati per aree geografiche: al Sud il calo del reddito sfiora l'otto per cento.
Aumentata la differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi
Questo quadro delinea una tendenza che persiste: i più recenti dati Istat (gennaio 2013) mostrano un ulteriore peggioramento dei redditi delle famiglie, un crollo che oggi è arrivato al 10% da quando si è scatenata la crisi. Se i criteri di distribuzione del reddito non sono cambiati (e non c’è nulla che possa far pensare che lo siano), ciò comporta che la differenza tra redditi più alti e più bassi si sia ulteriormente allargata.
L'analisi per categorie professionali (redditi del 2010) mostra il peggioramento marcato del reddito degli operai.
Il 28% delle famiglie a rischio povertà
Del resto, l’Istat attesta che nel 2011 le famiglie a rischio di povertà o di esclusione sociale sono arrivate al 28% del totale, con un aumento di quasi il 4% nel giro di un solo anno. Peggio: le famiglie in stato di deprivazione economica grave sono quasi raddoppiate tra il 2010 e il 2011, oltrepassando l’11%. Sono dati duri da digerire, dei quali chi ha a cuore l’interesse del Paese - e soprattutto il suo futuro - dovrebbe tenere conto.

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