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Divorzio e separazione: tutto quello che c'è da sapere

07 settembre 2017
divorzio e separazione

07 settembre 2017

Beni in comune, casa familiare, assegno di mantenimento. Quando il matrimonio o l'unione civile vanno in fumo, sono diversi gli aspetti patrimoniali di cui tenere conto. Ecco un vademecum per sapere come muoversi in queste circostanze.

Comunione dei beni, casa, assegno di mantenimento: quando si decide di andare ognuno per la propria strada i nodi da affrontare sono parecchi. Partiamo ad esempio dalla casa: che ne è dell'abitazione familiare? Chi paga le bollette e l'affitto? E i mobili? C'è poi da capire chi paga le tasse sulla casa, così come tutti gli altri aspetti fiscali.

Un altro nodo da affrontare è quello della comunione dei beni, che si scioglie con la sentenza di separazione o con il provvedimento che scioglie l'unione civile. Che fine fanno i beni acquistati in precedenza? Gli aspetti più prettamente economici riguardano la pensione e l'eredità, l'assegno di mantenimento che il giudice può stabilire a carico di uno dei partner (come si calcola? che fare se non viene corrisposto con regolarità) e gli alimenti, previsti se l'ex si trova in stato di bisogno.

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La casa

L'attribuzione del diritto di continuare ad abitare nella casa familiare è indipendente dal regime patrimoniale scelto, da chi ne sia l'effettivo proprietario (o intestatario del contratto di locazione), o di chi vi abbia messo i soldi. 

Se ci sono figli

Se ci sono figli, la legge dà la preferenza al genitore a cui i figli sono affidati o con il quale i figli convivono, anche se maggiorenni. In caso di affido separato dei figli, se cioè uno o più figli siano stati affidati alla madre e uno o più figli al padre, il giudice dovrà decidere caso per caso tenendo conto dell'età dei figli, delle esigenze scolastiche e affettive, delle condizioni di salute, ecc. Più incerta l'assegnazione se non ci sono figli, anche se l'orientamento più recente nega, in questo caso, il diritto ad abitare la casa familiare al partner che non ne è proprietario.

Se non ci sono figli

Se invece non ci sono figli la casa verrà assegnata al proprietario. Se l’immobile è intestato a entrambi i partner, ciascuno potrà attivare il procedimento di scioglimento della comunione e offrire all’altro di acquistare anche la sua metà per ottenerne la proprietà esclusiva.

Il partner al quale è affidata la casa può affittarla ad altri?

Per mantenere il diritto sulla casa, l'assegnatario deve effettivamente abitarla, facendone la sua dimora abituale. L'assegnazione della casa impone, inoltre, un uso personaledella stessa. Non è possibile quindi darla in prestito o in locazione ad altri.

Chi deve pagare le bollette, le spese condominiali,...?

Le spese ordinarie della casa familiare (manutenzione ordinaria, bollette, riscaldamento...) gravano su chi la occupa, quelle straordinarie (per esempio le ristrutturazioni) devono spartirsi al 50%.

Chi ha pagato i mobili, può portarli via?

È prassi dei Tribunali assegnare la casa familiare insieme ai beni che la arredano (mobilio, elettrodomestici, suppellettili,…) e che sono necessari alla vita quotidiana, a prescindere da chi ne sia il proprietario. In questo modo si garantisce ai soggetti che continuano ad abitare la casa familiare, soprattutto ai figli, di preservare le proprie abitudini domestiche in quello che è stato l’habitat familiare. Fanno eccezione i beni di uso strettamente personale, quelli che servono per l'esercizio della professione o quelli del tutto voluttuari (come soprammobili, quadri...). Se però l’assegnatario dell’immobile trasloca, l'altro può reclamare i beni di sua proprietà e chiedere che vengano divisi quelli comuni.

Se il contratto di locazione è intestato solo al coniuge o al partner che ci abitava quando era single, l'altro può continuare ad abitarci, se ha l'affidamento dei figli?

Se il giudice dovesse decidere di assegnare la casa al partner non intestatario del contratto di locazione, quest'ultimo dovrà comunicarlo al proprietario dell'appartamento e subentrare nel contratto. Il proprietario non potrà opporsi alla decisione giudiziale. 

Se il partner a cui non è stata affidata la casa è l'unico proprietario, può venderla?

In questi casi, il proprietario della casa non può venderla. Se lo fa comunque, l’assegnatario e i figli non corrono il rischio di doverla liberare perché il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare, avendo data certa, è opponibile all’acquirente per nove anni anche se non trascritto; se, invece, viene trascritto è opponibile anche oltre i nove anni.

Cosa succede nel caso di coppia di fatto con figli?

È ormai pacifico che in caso di scioglimento della famiglia di fatto il diritto all'assegnazione della casa spetta al genitore convivente con i figli. 

 
Le tasse

In caso di separazione, se l'abitazione principale della coppia, cointestata, viene assegnata a uno solo dei proprietari, entrambi possono continuare a dichiararla usufruendo della deduzione totale del reddito riferito a essa. In caso di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile, il partner che si è trasferito può comunque continuare a dichiarare l'immobile come abitazione principale nella percentuale di sua proprietà solo se vi dimorano i suoi figli. In entrambe le situazioni, il coniuge trasferito che risiede in altro alloggio di sua proprietà, deve decidere quale delle due case dichiarare come abitazione principale. Stesse regole se l'immobile è intestato esclusivamente al coniuge al quale non è stata assegnata la dimora familiare. Inoltre è bene sapere che, in caso d'acquisto di una nuova abitazione da parte del coniuge trasferito, questi non potrà usufruire delle agevolazioni per l'acquisto della prima casa se continua a essere cointestatario con il coniuge separato di un'altra abitazione acquistata con le stesse agevolazioni.

Interessi sui mutui

La detrazione degli interessi sul mutuo stipulato per l'acquisto dell'abitazione principale spetta al contribuente acquirente e intestatario del contratto di mutuo, anche se l'immobile è adibito ad abitazione principale di un suo familiare. Nel caso di separazione legale, anche il coniuge separato, finché non intervenga l'annotazione della sentenza di divorzio, rientra tra i familiari. Pertanto il coniuge trasferito può continuare a detrarre. In caso di divorzio, al coniuge che ha trasferito la propria dimora abituale spetta comunque il beneficio della detrazione per la quota di competenza se nell'immobile hanno la propria dimora abituale i figli (la legge parla infatti di parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo). Chiaramente la detrazione spetta su un solo mutuo, quindi se il coniuge trasferito contraesse un nuovo mutuo per l'acquisto della casa in cui va a risiedere potrà detrarre gli interessi solo di questo.

L’IMU e la TASI

Per quanto riguarda le due imposte comunali sugli immobili, in caso di separazione o divorzio la casa coniugale assegnata all’ex coniuge non viene tassata perché è considerata abitazione principale di quest’ultimo.

E le spese di ristrutturazione?

Nel caso in cui la coppia che si separa/divorzia abbia effettuato lavori di ristrutturazione edilizia sulla casa familiare, usufruendo delle detrazioni previste (che possono essere ripartite in diverse annualità), le quote di detrazione continuano a spettare anche al coniuge trasferito. Sempre che, ovviamente, mantenga la proprietà dell'immobile, o che venga inserito nel rogito di vendita la volontà di proseguire nella detrazione.

Beni in comune

La comunione dei beni si scioglie con la sentenza di separazione o con il provvedimento che scioglie l’unione civile. Una volta sciolta la comunione, ciascuna parte può pretendere che i beni siano divisi. Ogni cosa deve essere distribuita in parti uguali, le attività come le passività. I beni che non possono essere divisi vengono venduti con spartizione del prezzo ricavato. Se le parti non trovano un accordo, sulla divisione decide il giudice. Nell'attivo rientrano non solo gli acquisti, ma anche i risparmi di ciascuno dei partner, frutto del lavoro e del patrimonio personale.

La separazione dei beni

Se invece il regime della famiglia è la separazione dei beni, ognuno di essi rimane, nei confronti dei propri beni, nella stessa situazione in cui si troverebbe se non fosse sposato. Ogni partner conserva infatti la titolarità, l'amministrazione, il godimento esclusivo di ogni bene acquistato prima e durante l’unione. Se però le parti, pur in regime di separazione, avevano deciso di intestare a entrambi il conto corrente, il conto titoli, o altri beni, devono poter provare di chi sia la proprietà (con documenti, fatture, testimonianze) per esempio, che l’acquisto è avvenuto esclusivamente con denaro proveniente dal suo conto corrente personale. Altrimenti il giudice, in caso di controversia, li considera al 50% ciascuno.

Mentre è in corso il procedimento di separazione (o di scioglimento dell’unione civile), che ne è del conto corrente, dei titoli e degli altri rapporti patrimoniali se la coppia è in regime di comunione legale?

Il conto corrente e i titoli (azioni, obbligazioni, titoli di Stato) fanno parte della comunione, ma secondo la giurisprudenza prevalente, se sono intestati a un solo coniuge non sussiste un diritto dell'altro a ottenere la propria parte fino a quando la comunione non sia sciolta. In pratica, ciascuna parte può legittimamente continuare a gestire conti personali e titoli come faceva prima. Il discorso vale anche per i conti cointestati, che però sarà meglio separare per prevenire ulteriori disaccordi. Soprattutto se il conto ha le firme disgiunte, visto che ciascuno può disporre dell'intera somma depositata senza la firma dell'altro. Inoltre, è opportuno farsi consegnare dalla banca un estratto storico di tutti i movimenti bancari, per avere una prova di tutte le disposizioni effettuate da entrambi.

Cosa si può fare nel caso in cui, prima che la comunione venga sciolta, uno dei coniugi/partner esageri con le spese allo scopo di sottrarre soldi alla comunione

Al momento di sciogliere la comunione, si deve anzitutto procedere ai rimborsi e alle restituzioni delle somme prelevate dal patrimonio comune per finalità differenti dai bisogni della famiglia, dopo di ché si può procedere alla ripartizione del patrimonio in parti uguali. Se però il conto corrente comune era alimentato esclusivamente dai versamenti di uno solo dei due coniugi e partner, questo può chiedere la restituzione delle somme indebitamente prelevate dall’altro, sempre che sia in grado di dimostrarne la proprietà esclusiva. Nei casi estremi, in cui uno dei coniugi gestisce i beni familiari in modo avventato, l'altro può ricorrere al giudice chiedendo un provvedimento cautelare d'urgenza per preservare il patrimonio.  

Rientrano nella comunione anche i beni acquistati dopo che il Tribunale ha autorizzato i coniugi a vivere separati? 

Nei procedimenti di separazione giudiziale, se il giudice autorizza i coniugi comparsi innanzi a sé a vivere separati, la comunione si scioglie già da quel momento. L’ordinanza di autorizzazione (da non confondere con la successiva sentenza di separazione, né tantomeno con quella di divorzio) va comunicata all’ufficiale di stato civile affinché annoti nei registri lo scioglimento della comunione. In caso di separazione consensuale, la comunione si scioglie alla data di sottoscrizione del verbale di separazione, purché omologato. Per le coppie unite civilmente, che non devono passare per la separazione personale, la comunione cessa con il provvedimento che scioglie definitivamente l’unione.

Eredità e pensione

Quando è possibile richiedere una quota della liquidazione (Tfr) dell'ex?

L’ex coniuge, così come l’ex partner dell’unione civile, ha diritti sulla liquidazione per fine rapporto lavorativo dell'altro se non si è risposato (o non ha contratto un’altra unione civile) e riceve l'assegno di mantenimento (a meno che non sia stato concordato il versamento in unica soluzione). In particolare, gli spetta il 40% della liquidazione riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con l’unione matrimoniale o civile.

Il divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità?Cosa succede in caso di nuove nozze o nuova unione?

Soltanto se aveva già diritto all'assegno e non si è risposato o ha contratto nuova unione civile, il divorziato ha diritto alla reversibilità (cioè a quella pensione che, in caso di morte, passa al coniuge, ai figli e ai parenti del pensionato). Naturalmente il rapporto di lavoro da cui trae origine il trattamento pensionistico deve essere anteriore allo scioglimento dell’unione matrimoniale o civile. Per quanto riguarda l'ammontare della pensione di reversibilità, il divorziato ha diritto a tutta la pensione se l'ex, defunto, non si era risposato. In caso contrario, occorrerà chiedere al Tribunale di ripartire la pensione col nuovo coniuge o col nuovo partner superstite, tenendo conto della durata dell’unione.

Il divorziato ha diritti sull'eredità dell’ex coniuge?

Con il divorzio o lo scioglimento dell’unione civile si perdono i diritti ereditari, tranne in casi particolari. Quando il divorziato che aveva diritto all'assegno divorzile si trova in stato di bisogno, può richiedere al Tribunale un assegno periodico a carico dell'eredità. Il Tribunale terrà conto dell'importo delle somme percepite, della gravità dello stato di bisogno e dell'eventuale pensione di reversibilità. Inoltre terrà conto del valore dei beni ereditari, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. Il divorziato perde il diritto all'assegno se si risposa o perde lo stato di bisogno.

Quando, durante il periodo di separazione (che ricordiamo non è previsto per le unioni civili), il giudice riconosce che uno dei due coniugi non ha mezzi sufficienti per continuare a mantenere un tenore di vita analogo a quello che conduceva durante la convivenza, stabilisce un assegno di mantenimento in suo favore, pagato dall’altro coniuge. E in genere stabilisce anche che l'assegno debba essere adeguato automaticamente al costo della vita, secondo gli indici Istat. Se il coniuge percepisce redditi sotto forma di assegni di mantenimento deve inserirli nella propria dichiarazione dei redditi come redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente.

 
Assegno di mantenimento

L’obbligo di assistenza materiale nascente dall’unione non si estingue con la fine del rapporto, ma prosegue anche successivamente con l’assegno di mantenimento prima e con quello divorzile dopo.

Già durante il procedimento di separazione il giudice può stabilire che un coniuge paghi un assegno di mantenimento all'altro, quando quest'ultimo non ha mezzi sufficienti per continuare a tenere un tenore di vita analogo a quello che conduceva (o che avrebbe potuto pretendere) durante la convivenza matrimoniale. L'assegno di mantenimento è dovuto soltanto se, al coniuge che ne fa richiesta, non sia stata addebitata la separazione.

Assegno di divorzio

Diverso è l'assegno di divorzio, che non ha lo scopo di garantire lo stesso tenore di vita tenuto durante il matrimonio, ma è subordinato alla condizione che chi lo percepisce non abbia redditi adeguati. Altra cosa ancora sono gli alimenti, che rappresentano un contributo minimo e indispensabile per consentire all’ex partner la sopravvivenza. Non possono dunque eccedere lo stretto indispensabile.

Contributo casa

Oltre all’assegno periodico, il giudice può stabilire a favore del partner più debole il cd. contributo casa cioè una somma da corrispondere per il pagamento del canone di locazione e delle spese condominiali. La quantificazione del “contributo casa”, se non stabilito direttamente dall’autorità giudiziaria, può essere determinato per relationem, qualora il provvedimento preveda, per esempio, l’obbligo di pagamento delle spese di locazione oppure alle spese ordinarie del condominio relative all’immobile a disposizione dell’ex.

Ciascun coniuge (o parte dell’unione civile) è obbligato a prestare gli alimenti se l'altro versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere a se stesso autonomamente e per ragioni obiettive. Perciò chi è in grado di lavorare non ne ha diritto.

Il provvedimento relativo all'assegno può essere modificato?

Se ricorrono giustificati motivi, si può chiedere al giudice che le condizioni di separazione siano modificate. La modifica è possibile anche se l'assegno è stato stabilito di comune accordo, con la separazione consensuale.

Come si calcola l'entità dell'assegno di divorzio?

È indipendente dall'importo dell'assegno di mantenimento attribuito con la sentenza di separazione, dato che i presupposti sono diversi. Per provare la propria situazione, i coniugi possono presentare all'udienza di comparizione la dichiarazione dei redditi e ogni altra documentazione relativa ai redditi e al patrimonio. Se uno dei coniugi contesta i redditi dell'altro, il Tribunale può disporre indagini avvalendosi anche della polizia tributaria. Per fare la valutazione si tiene conto anche della durata del matrimonio. La sentenza deve anche stabilire un criterio di adeguamento automatico dell'assegno, almeno con riferimento agli indici di rivalutazione monetaria.

Cosa fare se il coniuge o la parte dell’unione civile tenuto a versare l'assegno di divorzio non paga?

Se l’ex non paga, il beneficiario può attivarsi per il recupero delle somme: si inizia notificando la sentenza di separazione, che è il titolo esecutivo, unitamente all’atto di precetto, cioè l’atto con cui si intima il pagamento entro 30 giorni, altrimenti si procederà ad esecuzione forzata. Le somme possono essere recuperate anche presso chi normalmente corrisponde somme di denaro all'ex coniuge (datore di lavoro, inquilino...). Inoltre, se esiste il pericolo che il coniuge obbligato a corrispondere l'assegnopossa sottrarsi ai suoi obblighi, l’altro può chiedere al giudice che vengano fornite garanzie adeguate, come per esempio l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale sui suoi beni. Infine, chi non corrisponde l'assegno è responsabile penalmente per violazione degli  obblighi di assistenza familiare punito con la reclusione fino a un anno o con una multa da 103 euro a 1.032 euro.

È possibile ottenere il pagamento dell'assegno di divorzio in un'unica soluzione? 

Sì, al posto dell'assegno mensile è possibile stabilire il pagamento di una somma globale per la liquidazione del rapporto, ma i coniugi devono essere d'accordo e il Tribunale deve giudicare giusta la liquidazione. Attenzione però: una volta accettata questa soluzione, non si potrà avanzare più nessuna altra richiesta di contenuto economico. Inoltre, per le somme versate in un’unica soluzione non è prevista la deducibilità dal reddito come per gli assegni periodici.

Se colui che percepisce l'assegno si risposa (o contrae nuova unione civile), continua ad averne diritto?

No, perde questo diritto automaticamente. 

Cos'è il fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno?

La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto in via sperimentale il fondo di solidarietà a tutela del coniuge che non riceve l’assegno di mantenimento. Il coniuge in stato di bisogno che non è in grado di mantenere sé stesso e i figli minori (o maggiorenni portatori di handicap grave) con lui conviventi, se non ha ricevuto l’assegno di mantenimento per inadempimento del coniuge obbligato può proporre istanza per accedere al fondo, da depositare presso la cancelleria del tribunale competente in base al luogo di residenza. Il beneficiario dell’assegno, in sostanza, può chiedere una somma non superiore all’importo dell’assegno stesso e comunque per un massimo 448,07 euro, pari alla somma massima dell'assegno sociale. La procedura non prevede costi per il ricorrente.

Come funziona il fondo di solidarietà?

Il giudice verifica la sussistenza presupposti per l’accesso al fondo (stato di bisogno, incapacità di provvedere al mantenimento si sé e dei figli conviventi,  inadempimento del coniuge obbligato al mantenimento) e nei 30 giorni successivi al deposito dell’istanza decide. Se la accoglie, trasmette il provvedimento al Ministero della giustizia affinché provveda al pagamento. Il Ministero si rivale sul coniuge inadempiente per recuperare le somme erogate. 

 
Gli alimenti

Non bisogna confondere gli assegni di mantenimento e divorzio con gli alimenti, che vengono versati solo se il coniuge o il partner dell’unione civile si trova in stato di bisogno (per questo non possono eccedere lo stretto indispensabile).

Chi li versa può dedurli

Il contribuente che versa periodicamente assegni al coniuge, compreso il contributo casa, può portarli interamente in deduzione dal proprio reddito imponibile, a condizione che sia intervenuta la separazione legale ed effettiva, l'annullamento o il divorzio, che l'importo sia pari a quello determinato dal giudice (comprese le rivalutazioni) e che le somme siano pagate periodicamente e non in unica soluzione. In caso di separazione di fatto, dunque, l'eventuale versamento volontario di assegni non fa sorgere alcun diritto alla deduzione. Per quanto riguarda il mantenimento dei figli, poiché entrambi i genitori devono continuare a provvedervi, il genitore cui non siano stati affidati dovrà contribuire economicamente al loro sostentamento, versando al genitore affidatario un assegno determinato dal giudice in base ai rispettivi redditi e alle esigenze dei figli. Ma gli assegni di mantenimento per i figli non sono deducibili dal reddito imponibile. Pertanto, è necessario che nel provvedimento del giudice che dispone il pagamento a favore dell'ex-coniuge e dei figli siano chiaramente indicati i due importi distinti. Se non c'è questa distinzione, l'assegno è da considerare destinato per metà ai figli. Di conseguenza il coniuge che lo versa avrà diritto a dedurre la metà dell'importo totale. Per poter usufruire delle deduzioni, dovrete presentare al Caf in sede di dichiarazione dei redditi l'atto del giudice e inserire l'importo nei quadri del 730 o dell'Unico tra gli oneri deducibili dal reddito.

Chi li percepisce deve dichiararli

Il coniuge che percepisce gli assegni di mantenimento e/o il contributo casa deve inserirli nella dichiarazione dei redditi, visto che sono imponibili ai fini Irpef.  La parte dell'assegno destinata al mantenimento dei figli non è imponibile, quindi non deve essere dichiarata né dai figli né dal coniuge che li ha in affidamento. Se il provvedimento del giudice non distingue la quota di assegno periodico destinata al coniuge da quella per il mantenimento dei figli, l’assegno o il “contributo casa” si considerano destinati al coniuge per metà del loro importo. Questi redditi sono assimilati a quelli da lavoro dipendente, ma usufruiscono di specifiche detrazioni che, ovviamente non dipendono dal numero di giorni lavorati.