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Caffè, cosa c'è dietro la produzione

09 luglio 2014
caffè

09 luglio 2014

Il caffè è un piacere, ma il costo pagato da ambiente e lavoratori per produrlo è alto. Diritti negati, biodiversità a rischio e speculazioni del mercato sono alcune delle responsabilità sociali dei marchi più noti che abbiamo rilevato visitando le piantagioni in Brasile ed Etiopia e analizzando la documentazione disponibile.

Arabica, Robusta o miscele. In polvere, in capsule o cialde. Di caffè ce ne sono di tante qualità e formati (usa il nostro servizio online per scegliere quello giusto). Ma - andando oltre i piaceri del palato - ti sei mai chiesto anche cosa c'è dietro la produzione? Nella nostra inchiesta abbiamo analizzato la documentazione disponibile sulla responsabilità sociale delle principali aziende produttrici e fatto dei sopralluoghi nelle piantagioni in Brasile ed Etiopia.


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Il lato oscuro della tazzina

Il caffè sarà anche un piacere per i sensi, ma la tazzina nasconde anche un lato molto amaro, che è quello dei costi pagati da ambiente e lavoratori.

  • Deforestazione, suolo a rischio e pesticidi: spesso per far posto alle coltivazioni vengono sacrificate foreste equatoriali come è accaduto in Brasile, Vietnam, Colombia e Indonesia: basti pensare che l'80% degli 11,8 milioni di ettari piantati a caffè sono (o erano) foreste pluviali. Le colture intensive comportano inoltre un'elevato impoverimento del suolo e un maggiore uso di pesticidi, mettendo a rischio l'elevata  biodiversità di questi paesi; senza contare il lavaggio dei chicchi, che avviene con sostanze chimiche molto inquinanti per le falde acquifere. 
  • Strozzati dal mercato e dai rischi per la salute: l'enorme business della tazzina, che è secondo solo a quello del petrolio, sta schiacciando milioni di coltivatori. Il 75% di questi sono piccoli produttori, in balia delle grosse aziende che impongono prezzi sempre più al ribasso per la materia prima, mentre il costo del prodotto finito al supermercato resta sempre pressoché invariato. L'industria dei pesticidi, inoltre, vende a questi piccoli coltivatori prodotti a buon mercato molto tossici, con pericolose conseguenze per la salute: "Il problema maggiore dell'industria del caffè è il cancro", ci dicono i rappresentanti del sindacato brasiliano Cresol.

Le aziende fanno di più, ma non basta

Una buona notizia c'è: rispetto alla precedente inchiesta sulla responsabilità sociale delle aziende produttrici (2006), si registrano significativi progressi, ma si può fare molto di più. Tra i marchi più impegnati e trasparenti della nostra inchiesta ci sono Illy e Altromercato. (gli altri valutati sono stati: Nestlé, Kimbo, Caffè Kosè, Splendid, Compagnia dell'Arabica, Caffè Corsini, Caffé Vergnano, Lavazza, Segafredo e Pellini). Molti produttori hanno promosso azioni per assicurare ai lavoratori standard di vita accettabili, aderendo a codici di condotta e a certificazioni etiche ed ecologiche. Poche, però, le aziende che si sono attrezzate per valutare in modo diretto l'impatto delle proprie attività, per poi incentivare buone pratiche.  


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