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Sacchetti biodegradabili, arriva l'ok per portarli da casa. Ma qualche dubbio ancora c'è

Si impennano i consumi di frutta e verdura confezionate: è una delle evidenze che l'obbligo dei sacchetti biodegradabili non è stato accolto da tutti bonariamente. A distanza di qualche mese, ora arriva il via libera all'utilizzo di sacchetti propri per la spesa: ma siamo sicuri che la misura sia poi realmente attuabile?

  • di
  • Roberto Usai
16 maggio 2018
  • di
  • Roberto Usai
Cosa c'è da sapere sui sacchetti biodegradabili

Da quando è scattato l'obbligo, non c'è pace per i sacchetti biodegradabili. Sì, perché dallo scorso 1° gennaio i bioshopper continuano ad accendere gli animi e, dopo qualche mese, iniziano a trapelare gli effetti della loro introduzione sulle abitudini dei consumatori. I primi dati, infatti, mostrano un'impennata delle vendite dei prodotti freschi confezionati, un vero e proprio paradosso se si pensa che la Direttiva europea è stata emanata proprio con l'intento di ridurre l'utilizzo di plastica leggera. Stando ai dati diffusi da Ismea, l'Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, a dispetto di un calo del 3,5% degli alimenti sfusi, sarebbe cresciuto dell'11% l'acquisto di prodotti confezionati che, paradossalmente, costano in media il 43% in più. Segnale piuttosto evidente che la mole di informazioni, in diversi casi spesso infondate, ha ottenuto sul consumatore un effetto destabilizzante.

Ok ai sacchetti da casa, ma è realmente fattibile?

Un altro tema che ha tenuto banco per settimane riguarda la mancata possibilità di utilizzare sacchetti o contenitori propri. Bene, a distanza di qualche mese, dopo il via libera del Consiglio di Stato, è arrivato anche l'ok da parte del Ministero della Salute: i consumatori possono acquistare frutta e verdura sfusa utilizzando sacchetti portati da casa. Un bel traguardo, direbbe qualcuno. Se non fosse che, in realtà, l'operazione non risulta fattibile alle condizioni poste finora. A partire dal fatto che il supermercato è il responsabile dell'igiene degli alimenti che escono dal punto vendita, quindi non può assumersi la responsabilità di un'eventuale contaminazione dovuta a sacchetti casalinghi. In seconda analisi, c'è il problema del peso di sacchetti o contenitori portati da casa: chi dice che siano dello stesso peso su cui sono state tarate le bilance dei supermercati? Insomma, sulla vicenda regna ancora parecchia confusione. Quello che sembra piuttosto evidente è che a tutta la faccenda siano mancate sin dal principio soluzioni realmente efficaci.

Le risposte ai dubbi più comuni

La Direttiva europea obbliga l'Italia a far pagare i sacchetti?

L'obbligo dei sacchetti biodegradabili in Italia è stato introdotto dalla legge 123/2017, emanata anche per recepire una direttiva dell'Unione europea in tema di materiali di imballaggio. Ma cosa prevede esattamente il testo? La Direttiva Ue fissa degli obiettivi in termini di riduzione nell'utilizzo dei sacchetti di plastica per gli Stati membri e lascia loro una certa libertà d'azione. L'Unione europea stabilisce che, riguardo i bio shopper, gli Stati possano prevedere l'uso di strumenti economici come la fissazione del prezzo, imposte e prelievi, purché questi portino a una riduzione sostenuta dell'utilizzo di borse di plastica. La scelta di esplicitare il costo del singolo sacchetto, perciò, è una decisione presa dal nostro Parlamento. 

Perché i sacchetti che prima erano gratuiti ora si pagano?

Nonostante le polemiche, il realtà anche i vecchi sacchetti di plastica utlizzati al supermercato si pagavano. Fino a dicembre 2017, però, il loro costo veniva sostenuto dai distributori che lo ricaricavano poi sul prezzo finale degli alimenti. La verità, perciò, sta nel fatto che il loro costo fosse occulto, a differenza di quello dei sacchetti biodegradabili che si è scelto di esplicitare. Perché questa differenza? Nell'ottica di ridurre gli sprechi, dare un prezzo ai bio shopper significa disincentivarne l'abuso. Sostanzialmente, facendo ricadere il loro costo sul consumatore (o meglio rendendolo esplicito), si vuole alimentare una maggiore consapevolezza nel loro utilizzo e sensibilizzare gli utenti.

Davvero i sacchetti non sono completamente biodegradabili?

Le borse per alimenti sfusi utilizzate come imballaggio primario devono essere biodegradabili e compostabili in conformità allo standard UNI EN 13432 che definisce la compostabilità in condizioni controllate (impianti di compostaggio). Quando vengono mandati in impianto di compostaggio, questi sacchetti si dissolvono completamente in sostanza organica, anidride carbonica e acqua e vanno a formare compost. Quello che non è al 100%, invece, è la provenienza da materie prime rinnovabili: i bioshopper devono avere un contenuto minimo di materia prima rinnovabile – certificato EN 16640:2017 – di almeno il 40%, il resto può essere derivato da fonti fossili.

Le etichette rendono i sacchetti non biodegradabili?

Questa è un'informazione vera in parte. Infatti è vero che non tutte le etichette sono adatte a finire assieme ai rifiuti della raccolta dell'umido, perché contengono carta, colla e inchiostro. In circolazione esistono invece etichette idonee allo smaltimento con i rifiuti organici e, per esempio, la catena di supermercati Esselunga ha deciso di utilizzarle. Cosa succede allora se facciamo la spesa negli altri punti vendita e volessimo usare i sacchetti per la raccolta dell'umido? Una soluzione valida è quella di non applicare le etichette sul sacchetto, ma sui manici delle buste. In questo modo risulterà più semplice tagliarle via con l'aiuto delle forbici prima di gettarlo. 

È possibile pesare i singoli prodotti e non pagare i sacchetti?

All'indomani dell'entrata in vigore del provvedimento, la rete si è sbizzarrita con soluzioni fantasiose per boicottare l'iniziativa con l'illusione di non pagare i sacchetti. Quindi si sono visti esperimenti di etichette applicate direttamente su arance, banane e mele e fotografate come un trofeo da esibire. Quello che tanti hanno sottovalutato è che il costo del sacchetto viene addebitato su ogni etichetta, quindi questa operazione non consentirebbe di risparmiare il costo del sacchetto ma, al contrario, di pagarlo più volte, per altro senza neanche averlo utilizzato.

Quanto costano i bio shopper?

La normativa non prevede un limite massimo di prezzo, ma lascia agli Stati la libertà di utilizzo di strumenti economici come la fissazione del prezzo. Ogni singolo bio shopper ha un costo che può variare a seconda del punto vendita, ma che nella maggior parte dei casi si aggira tra 1 e 2 centesimi. Noi abbiamo fatto qualche verifica a Milano e abbiamo riscontrato prezzi piuttosto allineati: si va dal prezzo di 1 centesimo a sacchetto applicato dai punti vendita Esselunga e Lidl ai 2 centesimi di Carrefour e Ipercoop. Quanto incidono sulla spesa annua? A conti fatti poco, ipotizzando per eccesso anche 4 sacchetti al giorno (da 2 centesimi ognuno), in un anno la spesa sfiorerebbe i 15 euro. 

In che modo aiuterebbero a risparmiare?

Nei Comuni in cui è in vigore la raccolta dei rifiuti organici, riutilizzare i sacchetti biodegradabili consente sicuramente un buon risparmio. Se consideriamo il prezzo di vendita medio di un sacchetto compostabile vergine (circa 22 centesimi a pezzo), sfruttare quello precedentemente utilizzato per l'acquisto di frutta e verdura consentirebbe comunque di risparmiare circa 20 centesimi a sacchetto.

Perché non si possono riutilizzare?

Un aspetto che ha contribuito ad alimentare le polemiche riguarda la mancata possibilità di riutilizzo dei sacchetti già acquistati al supermercato. Dopo un'iniziale chiusura, a causa delle possibili contaminazioni batteriche, ora il Ministero della Salute conferma la possibilità per i consumatori di utilizzare sacchetti propri, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti. Non sono ancora resi noti ulteriori dettagli: insomma, la situazione è ancora in divenire e noi continuiamo a tenerla monitorata.

Quale impatto ha la plastica sull'ecosistema?

Solo in Europa sono oltre 8 miliardi i sacchetti di plastica che ogni anno si disperdono nell'ambiente: sfuggono alle maglie della raccolta dei rifiuti e finiscono per accumularsi nell'ambiente, specie in quello marino. Gli ultimi dati a disposizione sono piuttosto allarmanti: frammenti di plastica sono stati trovati nel 94% degli uccelli marini del mare del Nord, ma anche nello stomaco di tartarughe e mammiferi marini. Oltre al pesante impatto sull'ecosistema, le implicazioni di questo mare di plastica sono diverse e i danni calcolati riguardano più aspetti:

  • Ambientale 
    Dovuto all'inquinamento dell'acqua, dell'aria e del suolo;
  • Economico
    Dovuto alla perdita di materie prime, al minore introito per l'industria del riciclo e all'aumento dei costi di pulizia ambientale;
  • Sociale
    Causa la perdita del valore estetico del paesaggio e implica possibili danni alla salute.
Quali vantaggi comporta l'utilizzo dei bio shopper?

Il vantaggio dei sacchetti biodegradabili e compostabili sta nel fatto che

  • sono prodotti da materie prime rinnovabili;
  • si deteriorano in tempi rapidi (circa 12 settimane) quando vengono smaltiti in impianti di compostaggio industriale.

Questo non significa che si dissolvano nel nulla quando si disperdono nell’ambiente: la degradazione avviene correttamente solo negli impianti di compostaggio.


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