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TFA (Pfas): che cos’è, i rischi per ambiente e salute

È uno dei contaminanti ambientali più diffusi nel ciclo dell’acqua e lo si trova in quelle potabili e minerali, ma anche nelle piogge e nelle falde. È molto mobile, persistente e difficile da rimuovere. I suoi effetti sulla salute sono ancora oggetto di valutazione, ma a giugno 2026 il Comitato per la valutazione dei rischi dell’ECHA ha raccomandato di classificarlo come tossico per la riproduzione e come sostanza persistente, mobile e tossica. Ecco cosa sappiamo oggi sul TFA.

Con il contributo esperto di:
articolo di:
25 giugno 2026
Fontanella, acqua e borraccia

Negli ultimi anni il TFA è stato rilevato con frequenza crescente nelle acque, sia potabili che minerali. Si tratta di una sostanza ancora poco nota ai consumatori, ma su cui l’attenzione scientifica e normativa sta aumentando. Capire che cos’è, come arriva nell’ambiente e cosa può significare per la salute è oggi più che mai importante. Torna all'inizio

Cos’è il TFA

Il TFA, o acido trifluoroacetico, è una sostanza chimica appartenente alla famiglia dei Pfas. Si tratta di un Pfas a catena ultracorta (contiene solo due atomi di carbonio) ma, proprio come i suoi parenti più noti, rimane nell’ambiente per molto tempo ed è difficile da eliminare. Non si degrada facilmente e si muove con estrema facilità nel ciclo dell’acqua, accumulandosi nelle riserve idriche e resistendo ai trattamenti di depurazione tradizionale dell’acqua potabile.

Sebbene esista anche in natura (può derivare da fenomeni geologici come l’erosione delle rocce o le eruzioni vulcaniche), la gran parte del TFA presente nell’ambiente è dovuta all’azione dell’uomo. È un prodotto di trasformazione di pesticidi, gas refrigeranti, fluoropolimeri e altri composti industriali. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), il TFA è sempre più diffuso nelle falde acquifere europee, e la sua presenza crescente rappresenta una minaccia concreta per la qualità dell’acqua potabile.

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Come entra il TFA nell’ambiente e nell’acqua che beviamo

Il TFA è estremamente solubile in acqua e ha una scarsa tendenza a legarsi al suolo, ai sedimenti o alla materia organica. Per questo motivo si diffonde con grande rapidità nell’ambiente e può penetrare nel ciclo naturale dell’acqua attraverso molteplici vie: dall’atmosfera, dal suolo, dalle acque reflue civili e industriali.

Il TFA si può formare dalla degradazione atmosferica di refrigeranti fluorurati, in particolare dai refrigeranti di nuova generazione (HFC, HFO, HCFO) e, in misura minore, dai vecchi HFC. Ulteriori sorgenti sono la degradazione di PFAS a catena lunga, pesticidi fluorurati e altri intermedi industriali, nonché alcuni scarichi industriali.

Le precipitazioni rappresentano il vettore principale del TFA verso la catena alimentare: il TFA prodotto in atmosfera viene quasi interamente trasferito in pioggia e neve e da lì in acque superficiali e sotterranee. Ecco perché il TFA si può trovare anche in acque sorgive di zone apparentemente incontaminate, lontane da aree agricole o industriali. La sua presenza, per quanto invisibile, è oggi così diffusa da renderlo uno dei contaminanti più presenti del nostro tempo.

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Quali sono i rischi per la salute?

Al momento, gli effetti del TFA sulla salute umana non sono ancora del tutto noti. Le prime valutazioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) risalgono al 2014, quando fu fissata una dose giornaliera ritenuta accettabile. Da allora, però, sono emersi nuovi studi che suggeriscono possibili effetti sulla salute riproduttiva. La revisione scientifica è tuttora in corso: l’EFSA sta aggiornando la propria valutazione alla luce dei nuovi dati e dovrebbe pubblicare le conclusioni nel 2026.

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I limiti di legge: cosa dice la normativa

A livello europeo non esiste ancora un limite specifico per il TFA nell’acqua potabile. La direttiva europea sulle acque destinate al consumo umano prevede però valori di parametro per i Pfas: 0,10 µg/L per la “somma di PFAS” e 0,50 µg/L per “PFAS Total”, da rispettare a partire dal 12 gennaio 2026. Le linee guida tecniche della Commissione chiariscono una distinzione importante: il TFA, essendo un Pfas a catena ultracorta, è escluso dalla “somma di PFAS”, ma deve essere valutato e riportato nell’ambito del parametro “PFAS Total”, perché può incidere in modo rilevante sul risultato complessivo.

In Italia, il decreto legislativo 102/2025, entrato in vigore il 19 luglio 2025, ha introdotto un valore specifico per il TFA nelle acque destinate al consumo umano, pari a 10 µg/L. Regioni, autorità sanitarie e gestori idro-potabili devono adottare le misure necessarie per rispettarlo entro il 12 gennaio 2027; il controllo del parametro diventa obbligatorio dal 13 gennaio 2027. Lo stesso decreto fissa anche il limite di 0,10 µg/L per la somma di PFAS e di 0,02 µg/L per la somma di quattro Pfas di particolare preoccupazione: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS.

La novità più rilevante è arrivata a giugno 2026: durante la riunione RAC-77, il Comitato per la valutazione dei rischi dell’ECHA ha raccomandato la classificazione armonizzata del TFA come sostanza tossica per la riproduzione di categoria 1B, con indicazione di pericolo H360Df, a causa dei possibili effetti negativi sullo sviluppo fetale. Il Comitato ha inoltre raccomandato per il TFA la classificazione come PMT e vPvM, cioè persistente, mobile e tossico, oltre che molto persistente e molto mobile.

Questo parere non modifica automaticamente i limiti di legge per l’acqua potabile: per diventare una classificazione armonizzata vincolante dovrà essere recepito nel regolamento CLP dalla Commissione europea. Tuttavia, rafforza la necessità di trattare il TFA come un contaminante prioritario, non come un Pfas “minore” solo perché a catena ultracorta. Il limite italiano rappresenta quindi un passo avanti rispetto alla lacuna europea, ma non dovrebbe essere considerato definitivo: andrà rivalutato alla luce del parere RAC, della revisione EFSA sui valori guida sanitari e delle future decisioni regolatorie europee.

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Come eliminare PFAS e TFA dall’acqua del rubinetto?

Dopo aver letto la nostra inchiesta, molti ci hanno chiesto come fare per eliminare PFAS e TFA dall’acqua del rubinetto, soprattutto quando arriva direttamente dall’acquedotto. Al momento, le tecnologie più efficaci per ridurre o eliminare questi contaminanti sono tre:

  • la filtrazione a carbone attivo;
  • l’osmosi inversa;
  • la nanofiltrazione.

I filtri a carbone attivo granulare (noti anche come GAC) sono in grado di trattenere i PFAS a catena lunga, come il PFOA e il PFOS, e vengono già utilizzati in alcuni impianti pubblici di trattamento dell’acqua. Tuttavia, un filtro domestico a carboni attivi – come quelli che si trovano nelle comuni caraffe filtranti – potrebbe non essere abbastanza efficace nel rimuovere del tutto i PFAS presenti nell’acqua di casa.

La nanofiltrazione è una tecnologia avanzata molto efficace, ma al momento viene usata solo a livello industriale o municipale. Si tratta di sistemi impiegati per la depurazione delle acque reflue o per usi specifici, come nel settore chimico o farmaceutico.

La soluzione più affidabile attualmente per l’uso domestico è l’osmosi inversa. Questa tecnologia ha dimostrato una buona capacità di eliminare i PFAS a catena lunga e può contribuire anche a ridurre la presenza del TFA, pur essendo una molecola più piccola e difficile da trattenere.

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Hai dei dubbi sull'acqua di casa? Falla analizzare

Abbiamo visto che i TFA, seppur molto piccoli, fanno parte della famiglia dei Pfas. Se vuoi sapere se l'acqua del tuo rubinetto contiene Pfas, sappi che puoi farla analizzare grazie al nostro servizio di analisi dell'acqua.

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