TFA (Pfas): che cos’è, i rischi per ambiente e salute
È un Pfas a catena corta, si chiama acido trifluoroacetico (TFA) ed è uno dei contaminanti ambientali più diffusi nel ciclo dell’acqua. Lo troviamo nelle acque potabili e minerali, ma anche nelle piogge e nelle falde. È difficile da rimuovere e i suoi effetti sulla salute sono ancora in fase di studio. Ecco cosa sappiamo oggi sul TFA, come entra nell’ambiente, quali limiti di legge esistono e perché è importante tenerlo sotto controllo.
Cos’è il TFA
Il TFA, o acido trifluoroacetico, è una sostanza chimica appartenente alla famiglia dei Pfas. Si tratta di un Pfas a catena ultracorta (contiene solo due atomi di carbonio) ma, proprio come i suoi parenti più noti, rimane nell’ambiente per molto tempo ed è difficile da eliminare. Non si degrada facilmente e si muove con estrema facilità nel ciclo dell’acqua, accumulandosi nelle riserve idriche e resistendo ai trattamenti di depurazione tradizionale dell’acqua potabile.
Sebbene esista anche in natura (può derivare da fenomeni geologici come l’erosione delle rocce o le eruzioni vulcaniche), la gran parte del TFA presente nell’ambiente è dovuta all’azione dell’uomo. È un prodotto di trasformazione di pesticidi, gas refrigeranti, fluoropolimeri e altri composti industriali. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), il TFA è sempre più diffuso nelle falde acquifere europee, e la sua presenza crescente rappresenta una minaccia concreta per la qualità dell’acqua potabile.
Torna all'inizioCome entra il TFA nell’ambiente e nell’acqua che beviamo
Il TFA è estremamente solubile in acqua e ha una scarsa tendenza a legarsi al suolo, ai sedimenti o alla materia organica. Per questo motivo si diffonde con grande rapidità nell’ambiente e può penetrare nel ciclo naturale dell’acqua attraverso molteplici vie: dall’atmosfera, dal suolo, dalle acque reflue civili e industriali.
Il TFA si può formare dalla degradazione atmosferica di refrigeranti fluorurati, in particolare dai refrigeranti di nuova generazione (HFC, HFO, HCFO) e, in misura minore, dai vecchi HFC. Ulteriori sorgenti sono la degradazione di PFAS a catena lunga, pesticidi fluorurati e altri intermedi industriali, nonché alcuni scarichi industriali.
Le precipitazioni rappresentano il vettore principale del TFA verso la catena alimentare: il TFA prodotto in atmosfera viene quasi interamente trasferito in pioggia e neve e da lì in acque superficiali e sotterranee. Ecco perché il TFA si può trovare anche in acque sorgive di zone apparentemente incontaminate, lontane da aree agricole o industriali. La sua presenza, per quanto invisibile, è oggi così diffusa da renderlo uno dei contaminanti più presenti del nostro tempo.
Torna all'inizioQuali sono i rischi per la salute?
Al momento, gli effetti del TFA sulla salute umana non sono ancora del tutto noti. Le prime valutazioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) risalgono al 2014, quando fu fissata una dose giornaliera ritenuta accettabile. Da allora, però, sono emersi nuovi studi che suggeriscono possibili effetti sulla salute riproduttiva. La revisione scientifica è tuttora in corso: l’EFSA sta aggiornando la propria valutazione alla luce dei nuovi dati e dovrebbe pubblicare le conclusioni nel 2026.
Torna all'inizioI limiti di legge: cosa dice la normativa
Ad oggi, in Europa non esistono limiti specifici per il TFA nell’acqua potabile. Tuttavia, secondo le linee guida tecniche della Commissione europea, questa sostanza rientra nel parametro Pfas totali, che a partire da gennaio 2026 devono essere monitorati da tutti gli acquedotti.
In Italia, il 19 luglio 2025, è entrato in vigore il decreto legislativo 102/2025, che ha introdotto un limite specifico sul TFA nelle acque potabili e abbassato la soglia per la somma di PFAS regolamentati. Per la sua predisposizione a presentarsi nelle acque, l’Italia ha deciso di introdurre un limite specifico al TFA nelle acque destinate al consumo umano, pari a 10 µg/L. Lo stesso decreto legislativo abbassa la soglia per la somma di PFAS regolamentati (30 specifici composti) da 0,50 µg/L a 0,10 µg/Le fissa il limite per la somma dei 4 PFAS con noti effetti negativi sulla salute (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) a 0,02 µg/L.
La definizione di un limite specifico per il TFA nelle acque colma un’importante lacuna e permette di monitorare meglio un contaminante ormai considerato onnipresente, difficile da rimuovere e potenzialmente pericoloso.
Proprio perché, però, si tratta di un composto i cui effetti sulla salute non sono ancora stati studiati a fondo, non è chiaro sulla base di quali criteri il nostro Governo abbia definito il nuovo limite. In un quadro di incertezza scientifica riguardo agli effetti sulla salute del TFA, sarebbe stato forse più opportuno attendere l'esito delle valutazioni di EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ed ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) riguardo agli effetti sulla salute e sull'ambiente del TFA prima di fissare un nuovo limite. Leggi qui le richieste di Altroconsumo e per vietare l’uso superfluo dei PFAS nei prodotti e promuovere l’utilizzo di alternative meno pericolose firma la nostra petizione.
Torna all'inizioCome eliminare PFAS e TFA dall’acqua del rubinetto?
Dopo aver letto la nostra inchiesta, molti ci hanno chiesto come fare per eliminare PFAS e TFA dall’acqua del rubinetto, soprattutto quando arriva direttamente dall’acquedotto. Al momento, le tecnologie più efficaci per ridurre o eliminare questi contaminanti sono tre:
- la filtrazione a carbone attivo;
- l’osmosi inversa;
- la nanofiltrazione.
I filtri a carbone attivo granulare (noti anche come GAC) sono in grado di trattenere i PFAS a catena lunga, come il PFOA e il PFOS, e vengono già utilizzati in alcuni impianti pubblici di trattamento dell’acqua. Tuttavia, un filtro domestico a carboni attivi – come quelli che si trovano nelle comuni caraffe filtranti – potrebbe non essere abbastanza efficace nel rimuovere del tutto i PFAS presenti nell’acqua di casa.
La nanofiltrazione è una tecnologia avanzata molto efficace, ma al momento viene usata solo a livello industriale o municipale. Si tratta di sistemi impiegati per la depurazione delle acque reflue o per usi specifici, come nel settore chimico o farmaceutico.
La soluzione più affidabile attualmente per l’uso domestico è l’osmosi inversa. Questa tecnologia ha dimostrato una buona capacità di eliminare i PFAS a catena lunga e può contribuire anche a ridurre la presenza del TFA, pur essendo una molecola più piccola e difficile da trattenere.
Torna all'inizioHai dei dubbi sull'acqua di casa? Falla analizzare
Abbiamo visto che i TFA, seppur molto piccoli, fanno parte della famiglia dei Pfas. Se vuoi sapere se l'acqua del tuo rubinetto contiene Pfas, sappi che puoi farla analizzare grazie al nostro servizio di analisi dell'acqua.
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