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Etichette alimentari: 7 mosse per leggerle con attenzione

Controlli la data di scadenza quando acquisti un prodotto? Ti soffermi sulla lista degli ingredienti, al supermercato come a casa? Sai riconoscere gli allergeni? Leggere le etichette di quello che compriamo è utile, se non fondamentale, per una corretta alimentazione oltre che per la giusta conservazione dei cibi. Ecco quali sono le informazioni riportate in etichetta che è bene leggere con attenzione prima di scegliere cosa mettere in dispensa.

30 aprile 2020
etichette

Ora che il tempo al supermercato è ridotto, leggere le etichette di quello che mettiamo nel carrello è complesso se non addirittura impensabile. E chi sceglie di fare la spesa online spesso si ritrova con i minuti contati per completare l'ordine. Ma è bene sapere che ci sono alcuni punti da tenere a mente quando si scelgono i prodotti alimentari, sulla base della loro etichettatura e della data di scadenza riportata in confezione. Vediamo insieme quali sono.         

1.Durabilità e conservazione: come interpretarle

L’indicazione della durabilità di un prodotto purtroppo non ha una posizione precisa in etichetta ma deve comunque essere riportata sulla confezione, e le diciture che possiamo trovare a riguardo sono diverse: 

  • la vera e propria data di scadenza - riportata con la dicitura "da consumare entro". Sta a indicare che, superata la data riportata, il prodotto non va effettivamente consumato perché potrebbe mettere a rischio la nostra salute;
  • il termine minimo di conservazione indicato dalla dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”. Questa dicitura concede invece la possibilità di consumare il prodotto anche qualche giorno dopo (ad esempio, nel caso di una merendina) o anche qualche settimana dopo (ad esempio, nel caso della pasta o del tonno in scatola), a seconda dei prodotti, avvalendosi di vista, olfatto, gusto per verificare se realmente è edibile.

Queste diciture le troviamo in quasi tutti i generi alimentari ad eccezione di frutta e verdura fresca, vini, pane e pasticceria fresca, aceto, sale, zuccheri e gomme da masticare. Per gli alimenti che richiedono particolari modalità di conservazione, prima e dopo l’apertura della confezione, è obbligatorio precisarne i dettagli (come la temperatura) in frasi del tipo “conservare in frigorifero +4°C”. In questi casi spesso viene anche indicata una nuova durata del prodotto poiché, una volta aperta la confezione, non è più la scadenza indicata in etichetta a far fede. Facciamo un esempio: il latte a lunga conservazione ha generalmente una durabilità di almeno 3 mesi ma, una volta aperta la confezione, questa deve essere riposta in frigorifero e il latte deve essere consumato entro 2-3 giorni, come quello fresco.

2. Denominazione e nome commerciale: quali sono le differenze

La Denominazione è il nome dato dalla Normativa Europea o Nazionale, cui corrispondono precisi requisiti di produzione e di prodotto (per esempio, olio extra vergine di oliva). Nel caso non esista un’apposita normativa di settore, ci si riferisce al cosiddetto “nome usuale”, che deve essere comprensibile per il consumatore (per esempio, biscotti) o in alternativa si fa riferimento a una denominazione che descriva le caratteristiche del prodotto (per esempio, crema da spalmare alle nocciole e al cacao). Accanto alla denominazione deve essere indicato anche lo stato fisico nel quale il prodotto si trova o il trattamento subito (per esempio, in polvere o congelato), nel caso la relativa omissione possa indurre in errore.

Il nome commerciale è, invece, il nome o marchio di fantasia attribuito al prodotto. Nutella, ad esempio, è il nome commerciale della più nota crema spalmabile alle nocciole e al cacao.

Il nome commerciale è riportato sul fronte della confezione, mentre la denominazione del prodotto precede generalmente la lista degli ingredienti sul retrodella confezione. Se un ingrediente è menzionato nella denominazione, o evidenziato a parole - o immagini -in etichetta, la percentuale di questo dovrà essere riportata nella lista degli ingredienti: per la crema spalmabile alle nocciole e al caco, quindi, sarà obbligatorio riportare la percentuale delle nocciole e del cacao utilizzate per produrre la crema spalmabile stessa. Questa è certamente un’informazione importante che ci permette di confrontare tra loro prodotti simili e di scegliere consapevolmente.

3. La lista degli ingredienti: in cosa consiste

Nella lista che generalmente accompagna la denominazione del prodotto sono elencati, in ordine decrescente, tutti gli ingredienti utilizzati per preparalo - compresi additivi e aromi. Solo gli ingredienti presenti in quantità inferiori al 2% sul totale del peso del prodotto finito possono essere indicati in ordine casuale. Gli additivi elencati con nome o numero E, invece, devono essere preceduti dal nome della categoria di appartenenza (ad esempio: coloranti, conservanti).

La lista degli ingredienti ci può, quindi, consentire di confrontare tra di loro prodotti simili e di scegliere consapevolmente il prodotto che contiene in maggiori quantità gli ingredienti più pregiati.

4. Gli allergeni, come riconoscerli

Ci sono ingredienti che sono riportati in grassetto o in maiuscolo, si tratta degli “allergeni”. Gli allergeni, infatti, devono essere evidenziati nella lista degli ingredienti anche se presenti solo in tracce, o se contenuti in un altro ingrediente. Gli alimenti allergizzanti che devono essere evidenziati nella lista degli ingredienti sono 13:

  • cereali contenenti glutine
  • crostacei
  • uova
  • pesce
  • arachidi
  • soia
  • latte
  • frutta a guscio
  • sedano
  • senape
  • semi di sesamo
  • lupini
  • molluschi

Oltre agli alimenti, anche gli additivi possono essere causa di reazione allergica. Infatti anche per i solfiti (E220-228) è prevista l’evidenziazione nella lista degli ingredienti. Diciture come “può contenere…” e “può contenere tracce di…” seguite dal nome dell’allergene, indicano l’incapacità di escludere una contaminazione accidentale con sostanze non volontariamente impiegate durante la lavorazione.

5. Tabella dei valori nutrizionali: come si compone

Obbligatoria dal 2016, la dichiarazione nutrizionale è una tabella che generalmente si trova sul retro della confezione e che ci indica appunto i nutrienti presenti in un alimento. È costituita almeno da 7 voci, ossia:

  • energia (KJ e Kcal che apporta l’alimento)
  • carboidrati
  • zuccheri
  • proteine
  • grassi
  • grassi saturi 
  • sale

A queste voci, possono essere aggiunte:

  • fibre
  • sali minerali e/o vitamine presenti in quantità significativa (superiore al 15% della dose giornaliera raccomandata)
  • polioli
  • amido
  • grassi monoinsaturi e/o polinsaturi

Tutte le voci sono indicate su 100 g di prodotto, oltre che per porzione (quest’ultima a discrezione dell’azienda). Gli alimenti esenti dal presentare la dichiarazione nutrizionale sono:

  • frutta e verdura fresca (non tagliata, sbucciata o sottoposta a trattamenti)
  • acqua (questa ha un’etichettatura specifica)
  • zucchero - o più in generale gli alimenti che comprendono un solo ingrediente o una sola categoria di ingredienti  
  • spezie ed edulcoranti da tavola
  • prodotti trasformati a partire da un solo ingrediente - unicamente attraverso una maturazione come ad esempio l’aceto.
  • formaggi, burro, latte e creme - salvo aggiunta di ingredienti ulteriori rispetto a quelli essenziali (per esempio i derivati del latte, gli enzimi, i microrganismi fermentativi e il sale per i formaggi diversi da quelli freschi o fusi)

La Normativa Europea prevede anche la possibilità di riportare le informazioni nutrizionali in forma semplificata sul fronte della confezione, per aiutare i consumatori nella scelta al momento degli acquisti. Mentre negli altri Paesi si sta affermando il sistema nato in Francia e denominato Nutriscore, l’Italia ha notificato di recente alla Commissione Europea un sistema di etichettatura nutrizionale frontale semplificata denominato Nutrinform Battery: un sistema, a nostro avviso, fuorviante e che non faciliterebbe per nulla la scelta dei consumatori nel momento degli acquisti.

6. Origine, dove è obbligatorio trovarla

Si è parlato molto di origine negli ultimi mesi, data l’entrata in vigore del nuovo regolamento UE. Tuttavia, a oggi, l’origine di un alimento - ossia il luogo di origine dell’ingrediente principale o delle materie prime utilizzate per realizzare il prodotto - continua a essere obbligatoriamente indicata solo per alcuni generi alimentari, ovvero:

  • carni
  • frutta
  • verdura
  • pesce
  • uova
  • olio
  • miele
  • funghi e tartufi 

Di recente il Governo italiano ha chiesto di prorogare fino a fine 2021 l’obbligo di indicazione di origine della materia prima, da parte dei produttori nazionali su latte e derivati, pasta, riso, derivati del pomodoro. Inoltre, sono esclusi dall’indicare l’origine tutti quei prodotti che hanno ricevuto un marchio registrato o una denominazione di origine (DOP, IGP, STG).

7. Loghi: cosa certificano i più comuni

Oltre alle denominazioni legate al territorio di origine dei prodotti alimentari, ci sono anche altre tipologie di loghi che certificano le caratteristiche di un prodotto. Quelle più diffuse sono:

  • Biologico o Bio. Se applicata a un alimento,  questa dicitura ci certifica che si tratta di un prodotto realizzato secondo le tecniche di agricoltura biologica, che limitano l’utilizzo di antibiotici, concimi chimici e pesticidi (fatti salvi alcuni di origine naturale, meno pericolosi per l’ambiente) previste da norma di legge. Nei prodotti confezionati Bio almeno il 95% degli ingredienti deve essere di provenienza biologica e devono essere assenti (o quasi) aromi, additivi artificiali e OGM (questi al massimo presenti allo 0,9%). Il logo del Biologico è rappresentato da una stella, costituita a sua volta da 13 stelle, su sfondo verde.
  • Veg, idoneità al consumo da parte dei vegani (non obbligatorio per legge). Si ecludono con questo logo tutti quei prodotti derivati dagli animali.
  • Certificati che attestano il rispetto delle tradizioni culinarie. Nella cucina ebraica, ovvero Kosher, e in quella mussulmana l’Halal, sè è molto sensibili soprattutto alla macellazione delle carni e queste certificazioni rispondono a un disciplinare privato - e non a norme di legge.

Sia nel caso della certificazione Veg che nel caso di quella relativa alle tradizioni culturali, non ci sono norme obbligatorie per legge atte a definire le peculiarità di questi prodotti: le certificazioni vengono applicate, infatti, per decisione del produttore. La conseguenza? Non si possono conoscere con esattezza le caratteristiche -  che possono variare anche da prodotto a prodotto - prese in considerazione per assegnare tali certificazioni.

La carta d'identità dei prodotti

Guarda il video per conoscere il frigo di Patrizia, e segui anche tu i consigli della nostra esperta per leggere al meglio etichette e date di scadenza.

 

Gli italiani e le etichette alimentari: alcuni dati

Anche prima della situazione di crisi in cui ci troviamo oggi, secondo uno studio del 2018 realizzato dall’ Osservatorio Ixe, il rapporto degli Italiani con l’etichettatura alimentare è sempre stato altalenante. Degli intervistati il 75% legge la data di scadenza, e il 43% legge l’etichetta di tutti gli alimenti. C’è molta attenzione quindi a: lettura degli ingredienti (61%), origine materie prime (53%), presenza di conservanti e coloranti (52%), condizioni di conservazione (49%), valore energetico (36%), quantità di grassi saturi e sodio (34%) anche se in realtà, di chi compera, il 61% non ne comprende il reale significato di queste informazioni.  Secondo un’indagine di Granarolo, inoltre, solo il 50% dei consumatori conosce la differenza tra data di scadenza e termine minimo di conservazione.

Nonostante l’interesse nel tema sia alto, la sua conoscenza risulta ancora troppo scarsa. Importante, quindi, fare il punto sulle informazioni presenti su un prodotto o sulla sua confezione in fase di vendita: ti aiuterà a confrontare prodotti simili e a sceglierne uno piuttosto che un altro in base alla sua reale qualità senza farsi confondere.

Contenuto realizzato nell’ambito del progetto La Spesa Che Sfida finanziato dal Ministero dello sviluppo economico (DM 7 febbraio 2018)