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Infezioni in ospedale: come difendersi

L’8% dei ricoverati ha almeno un’infezione contratta in ospedale secondo uno studio del 2016. La presenza delle infezioni aumenta nei grandi ospedali e nei reparti di terapia intensiva, dove è colpito il 23% dei pazienti. Purtroppo, le armi per combatterle, gli antibiotici, sono sempre meno efficaci. Le precauzioni da adottare per ridurre il problema. 

06 settembre 2019
infezioni ospedaliere

Come ci si infetta? 

La colpa è di microrganismi - che possono essere batteri, virus o funghi - pericolosi soprattutto per i pazienti più deboli. La via principale è il contatto con una persona che li ospita, soprattutto attraverso le mani e in generale la pelle. Anche tosse e starnuti sono validi vettori di infezione; segue il contagio per contatto indiretto, per esempio attraverso strumenti medici o chirurgici, ma anche maniglie o coperte toccate prima da un portatore e poi da una persona sana che viene infettata. Infine, alcuni di questi microrganismi vengono trasmessi a distanza anche per via aerea: attraverso la bocca e le congiuntive degli occhi, le vie urinarie, la pelle lesa, quindi le ferite

Le infezioni correlate alle cure non colpiscono tutti i pazienti con la stessa facilità e virulenza: ci sono precisi fattori di rischio che aumentano la possibilità di contrarle.

Dal lato del paziente incidono l’età (più suscettibili sono neonati e anziani) e le condizioni di salute. A rischio sono coloro che hanno subito traumi e ustioni, trapianti d’organo, e chi si trova in condizioni di immunodeficienza o chi soffre di malattie gravi come tumori, diabete, cardiopatie, insufficienza renale. Lato ospedale (ma vale anche per cliniche e case di riposo) a far aumentare il pericolo sono infrastrutture carenti, condizioni igieniche inadeguate, personale sanitario ridotto, scarsa applicazione delle misure preventive di base. Determinante è anche l’uso prolungato di dispositivi invasivi e quello inappropriato di antibiotici. Per esempio, il catetere urinario può portare infezioni delle vie urinarie, la respirazione assistita può condurre a polmonite, l’emodialisi a epatite, pacemaker e protesi valvolari cardiache a endocardite, gli interventi chirurgici a infezioni del sito chirurgico, che a volte arrivano fino agli organi. Infine, alcuni batteri responsabili delle infezioni in ospedale hanno sviluppato dei meccanismi che permettono loro di sopravvivere agli antibiotici a causa dell’uso eccessivo e a volte improprio che se ne fa.

Resistenti agli antibiotici

Un’indagine europea (2015) ha rivelato che su 672mila infezioni da batteri resistenti agli antibiotici (di cui due terzi di origine ospedaliera), più di 33mila sono risultate fatali. Circa un terzo di quelle morti (10.700) sono avvenute in Italia. Un dato agghiacciante che del resto non stupisce se affiancato a un altro, quello sulla propensione dei medici ospedalieri italiani a ricorrere ad antibiotici ad ampio spettro, ovvero in grado di agire su più batteri (più a rischio, quindi, di provocare antibioticoresistenza), piuttosto che a terapie più mirate. Occorre selezionare meglio l’antibiotico e utilizzarlo solo se necessario. Secondo l’OCSE un uso più razionale degli antibiotici e l’applicazione di corrette misure preventive potrebbero salvare oltre 20mila vite all’anno negli Stati Uniti e quasi 9mila nel Belpaese

La prevenzione

Si può fare, anche se non è ancora chiaro quale percentuale di casi possa essere prevenuta con una corretta igiene e l’applicazione di alcune semplici precauzioni, si pensa più di un terzo. Molto dipende dai comportamenti dei sanitari e dal loro rispetto dei protocolli: bisogna lavarsi le mani prima e dopo ogni procedura, indossare guanti monouso e mascherine, quando necessario, fare un uso oculato di antibiotici e dispositivi medici. In ogni presidio ospedaliero esiste una Commissione tecnica responsabile della lotta alle infezioni ospedaliere e un’infermiera addetta al controllo delle infezioni. Non bisogna esitare a segnalare a lei o ai suoi colleghi qualsiasi comportamento che dovesse sembrare inadeguato su questo fronte. Quindi, occhio alla pulizia delle superfici e a mantenere sempre le mani pulite e che anche i visitatori lavino le mani prima e dopo la visita.

Il caso della Candida Auris

Ha fatto tanto rumore sui media la Candida Auris, un microrganismo resistente ai più comuni farmaci antifungini, comparso nei reparti ospedalieri di diversi paesi del mondo, dal Venezuela al Pakistan, dall’India al Sud Africa, con quasi 600 infezioni registrate negli Stati Uniti e circa 150 casi in Europa, anche se nessuno in Italia. Può causare candidosi invasive che, in soggetti particolarmente deboli, come malati gravi, persone molto anziane o con il sistema immunitario compromesso, possono condurre anche alla morte. Sopravvive a lungo nei soggetti portatori e nell’ambiente dove questi sono stati, contaminando le superfici, al cui contatto è possibile che si trasmetta l’infezione. Presentata da alcuni media come una nuova, oscura minaccia, in realtà la Candida Auris è monitorata da tempo dagli organismi che si occupano di salute pubblica sia negli Stati Uniti sia in Europa. Su questa sponda dell’Atlantico, e in particolare nel nostro Paese, al momento preoccupano di più altri microrganismi pericolosi, questi sì molto diffusi, responsabili di infezioni che si contraggono in ospedale e che in alcuni casi rischiano di avere esiti altrettanto infausti. I loro nomi sono tristemente noti: Staphylococcus Aureus, Klebsiella Pneumoniae, Escherichia Coli, Clostridium Difficile, per citarne alcuni, sono tutti nemici temibilissimi che possono provocare anche la morte.>/p>