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Nuova variante inglese, brasiliana e sudafricana: cosa sappiamo finora delle mutazioni Covid

Variante inglese, brasiliana e sudafricana: le mutazioni del virus Covid-19 si stanno rapidamente diffondendo anche in Italia. La loro maggior contagiosità preoccupa, tanto che in alcune aree si è scelto di far rientrare singoli comuni o province in zona rossa. Ma cosa sappiamo sulle varianti in circolo? E i vaccini sono efficaci anche contro queste nuove forme? Mascherine, lavaggio mani e distanziamento restano le armi per difendersi.

  • di
  • Roberto Usai
18 febbraio 2021
  • di
  • Roberto Usai
Covid-19: cosa sappiamo finora sulla nuova variante inglese, brasiliana e sudafricana

Le nuove varianti del Covid che si stanno diffondendo rapidamente anche in Italia preoccupano. La situazione nazionale risulta al momento a macchia di leopardo, con alcune regioni e province in cui i casi attribuibili a varianti sono aumentati in maniera significativa, tanto da far ripiombare singoli comuni in zona rossa. La situazione è in costante monitoraggio, ma per i prossimi giorni si prospetta l'ipotesi di un nuovo lockdown anche per intere regioni. Mentre si gioca la partita della campagna vaccinale, con le prenotazioni delle somministrazioni che ancora non procedono in maniera uniforme su tutto il territorio, ci si trova così a dover gestire una nuova emergenza. Ma cosa sappiamo delle varianti?

Le mutazioni nei virus sono un fenomeno normale

Quello delle mutazioni è un fenomeno piuttosto comune per tutti i virus e in questo il Covid-19 non fa eccezione. Sono state osservate evoluzioni del virus Sars-CoV-2 fin dall'inizio dell'emergenza sanitaria, modifiche che gli hanno fatto guadagnare quello che viene definito un "vantaggio evolutivo". In pratica il virus impara a sopravvivere passando da un soggetto a un altro, accumulando mutazioni che, spesso, gli fanno acquisire una maggiore contagiosità. Non tutte le mutazioni comportano in realtà un impatto significativo, ma la somma delle diverse mutazioni può comportare la variazione del virus, ovvero la sua evoluzione

Varianti Covid: le risposte alle domande più comuni

Per capire meglio come funzionano le mutazioni e come si caratterizzano le tre varianti del virus attualmente in circolazione, abbiamo risposto alle domande più comuni:

Cosa sono le nuove varianti Covid e perché fanno paura?

Mutando il loro genoma, tutti i virus (in particolare quelli a Rna, come i coronavirus) evolvono costantemente. Fin dall'inizio della pandemia, in tutto il mondo sono state documentate diverse mutazioni del virus Sars-CoV-2. Va chiarito che la maggior parte delle mutazioni non comporta cambiamenti o impatti significativi, ma alcune possono dare al virus caratteristiche che conferiscono maggior vantaggio selettivo, quindi una più alta trasmissibilità. Ma anche maggiore patogenicità, con forme più severe della malattia, o la possibilità di aggirare l'immunita precedentemente acquisita da un individuo. Per questo motivo è importante che vengano costantemente monitorate.

Inglese, brasiliana e sudafricana: cosa sappiamo delle nuove varianti?

Le varianti che vengono al momento monitorate sono tre: inglese, brasiliana e sudafricana. Prendono il nome dal Paese in cui sono state osservate la prima volta e in tutti e tre i casi il virus si presenta con mutazioni sulla proteina "Spike", ovvero quella con cui il virus si attacca alla cellula. Vediamole nel dettaglio:

  • Variante inglese
    Anche se ultimamente è balzata agli onori della cronaca per l'aumento dei casi a livello nazionale, in realtà questa mutazione è stata isolata per la prima volta in Gran Bretagna nel settembre 2020, mentre il primo caso in Europa risale al novembre 2020. Ha una trasmissibilità più elevata e viene ipotizzata anche una maggiore patogenicità, ma al momento non sono emerse evidenze di effetti negativi sull'efficacia dei vaccini. 
  • Variante sudafricana
    La variante sudafricana, invece, è stata isolata per la prima volta nell'ottobre 2020 in Sud Africa, il primo caso in Europa risale invece a fine dicembre 2020. Viene al momento monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché, dai primi studi a disposizione, sembra che i vaccini disponibili siano meno efficaci nel contrastarla. Sono in corso studi per capire se possa causare o meno maggior numero dei reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19.
  • Variante brasiliana
    La variante brasiliata è stata isolata per la prima volta a gennaio 2021 in Brasile e Giappone. Alla data del 25 gennaio 2021 è stata poi segnalata in otto paesi, compresa l'Italia. Anche in questo caso, viene monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché dai primi studi sembra possa inficiare in parte l'efficacia dei vaccini disponibili. Come per la variante sudafricana, si studia per capire se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19.
Le varianti provocano forme più gravi della malattia?

Le analisi preliminari condotte in Gran Bretagna sulla variante inglese portano a ipotizzare un aumento della gravità di malattia, con maggiore rischio di ospedalizzazione e di decesso. Il riscontro necessità però di studi più rigorosi che diano una risposta definitiva. Il problema principale rimane comunque la maggiore capacità della variante inglese di diffondersi tra le persone. La maggiore trasmissibilità della variante inglese si traduce in un maggior numero assoluto di infezioni, determinando così un aumento esponenziale del numero di casi gravi e delle morti. Tale aumento di gravità o di letalità non è stato ipotizzato, al momento, per le varianti brasiliana e sudafricana, in quanto non si dispone ancora delle prove necessarie.

I vaccini sono efficaci anche per le varianti Covid in circolazione?

Nelle ultime settimane, istituzioni sanitarie e centri di ricerca in diverse parti del mondo si sono messi al lavoro per studiare alcune varianti del coronavirus, che potrebbero influire sull’andamento della pandemia e sulla possibilità di contenerla grazie ai vaccini da poco resi disponibili. Le preoccupazioni riguardano in particolare la variante inglese, quella sudafricana e ora anche quella brasiliana. Tutte sembrano essere in grado di rendere più facile il contagio, mentre non ci sono ancora elementi chiari per sostenere che possano causare forme più gravi di Covid-19. 

Tra queste tre, la variante sudafricana sembra essere quella più in grado di eludere le difese offerte dai vaccini, dagli anticorpi monoclonali o dal plasma dei guariti. 

Si sta studiando la risposta vaccinale dei vaccini attualmente utilizzati e di quelli di prossima autorizzazione e sembra che i vaccini a mRna attualmente autorizzati (Pfizer e Moderna) possano essere ancora efficaci nei confronti della variante inglese perché, nonostante ci sia una caduta dell’efficacia degli anticorpi neutralizzanti, i vaccini suscitano ancora un elevato grado di protezione.

L’efficacia sembra invece essere messa a più dura prova dalla variante sudafricana, che resiste maggiormente all’azione degli anticorpi suscitati dai due vaccini. Tuttavia, anche nel caso in cui le varianti dovessero determinare una riduzione nella loro efficacia, questa non dovrebbe essere così rilevante da rendere inutile la vaccinazione. I dati provengono però da studi di piccole dimensioni e si attendono dati più solidi per valutare meglio la situazione.

Il vaccino Oxford/AstraZeneca, invece, sembra essere efficace solo al 10% sui casi di contagio lieve o moderato relativi alla sola variante sudafricana. Lo si evince da studi preliminari, in attesa di validazione. Mancano invece i dati sull'impatto del vaccino nei casi di contagio grave con la variante sudafricana, rispetto ai quali la potenziale efficacia ridotta non è dunque al momento segnalata.

Il prossimo vaccino che sarà autorizzato, cioè Johnson & Johnson, sembra invece offrire una buona protezione sia contro i casi moderati sia contro quelli gravi di Covid-19 dovuti alla variante sudafricana e alla variante brasiliana, anche se l’efficacia verso queste varianti risulterebbe significativamente più bassa di quella osservata nello studio svolto dalla casa farmaceutica negli Stati Uniti in cui circolano maggiormente il virus originale e la variante inglese (efficacia del 70% circa).

Lo stesso fenomeno, è stato osservato negli studi sul vaccino Novavax: l’elevata efficacia (intorno al 90%) osservata in contesti dove dominano il virus originario e la variante inglese, si abbasserebbe in maniera significativa di fronte alla variante sudafricana (efficacia del 60% circa).

Il problema si proporrà anche in futuro quando nella popolazione esisterà una certa protezione  che eserciterà una pressione evolutiva sul virus, che cercherà di sopravvivere producendo varianti in grado di eludere le difese anticorpali. La cosa buona dei vaccini a mRNA, come quello di Pfizer e quello di Moderna è che aggiornarli sarà semplice: basterà rivedere la sequenza dell’mRNA che codifica per la proteina spike mutata e riformulare il vaccino. Le aziende stanno già pensando allo sviluppo di vaccinazioni di richiamo che contengano le proteine spike modificate delle varianti.

I test e i tamponi a disposizione riescono a rilevare anche le varianti?

Come chiarito anche da una circolare del Ministero della Salute, in linea generale, i test diagnostici attualmente in uso funzionano correttamente. Si raccomanda l’uso di test molecolari (quelli che comunemente chiamiamo “tamponi” e che usano la metodica della Pcr per trovare il genoma del virus) non esclusivamente basati sulla ricerca del gene della proteina Spike, che è la proteina verso cui si dirige la risposta degli anticorpi neutralizzanti e che risulta mutata significativamente nelle varianti inglese, sudafricana e brasiliana.

Si può ricorrere ai test antigenici rapidi “in cassetta” (che ricercano le proteine del virus), ma per le eventuali conferme sono necessari i test antigenici non rapidi (eseguibili in laboratorio) o quelli rapidi con lettura in fluorescenza (cioé letti con apposite apparecchiature), che garantiscano maggiore specificità e sensibilità. Questi test però rilevano semplicemente la presenza del virus nel prelievo, ma non ci dicono se è dovuta a varianti. Per potere distinguere se un'infezione è determinata da una variante, è necessario un test specifico altamente specialistico che è detto “sequenziamento”, tramite il quale si determina la composizione esatta del genoma del virus. Il sequenziamento non è un'analisi a disposizione del pubblico, ma è un tipo di test che viene effettuato solo in centri specializzati per motivi di sanità pubblica.

Come comportarsi per tutelarsi dalle nuove varianti Covid?

Come precisa anche l'Istituto superiore di sanità, al momento non sono emerse evidenze scientifiche che comportano la necessità di cambiare le misure di prevenzione attualmente in uso: l'uso delle mascherine, il distanziamento sociale e l'igiene delle mani. Oltre alla stretta adesione alle misure di protezione si raccomanda sempre la massima prudenza.

Proteggersi dalle varianti: le regole non cambiano

Come visto, il diffondersi delle varianti del Covid-19 non comporta modifiche alle buone norme già adottate dalle prime fasi dell'emergenza sanitaria:

  • Porta sempre con te la mascherina e usala nei luoghi chiusi e all'aperto quando non può essere garantita in modo continuativo la distanza interpersonale;
  • Mantieni sempre una distanza interpersonale da persone non conviventi di almeno un metro;
  • Lava spesso le mani con acqua e sapone o, in assenza, utilizza prodotti igienizzanti con soluzioni idroalcoliche;
  • Evita i luoghi affollati, gli ambienti chiusi con scarsa ventilazione e dove non è possibile mantenere le distanze dagli altri;
  • Negli ambienti chiusi come in casa o in ufficio assicurati di cambiare spesso l'aria;
  • No ad abbracci o strette di mano;
  • Se devi starnutire o tossire, fallo in un fazzoletto o nell'incavo del braccio, evitando il contatto delle mani;
  • Evita di toccare con le mani gli occhi, il naso o la bocca;
  • Non assumere farmaci antivirali e antibiotici, se non prescritti dal medico.