Mascherine usa e getta: si possono lavare e riutilizzare. Ecco come
Bisognerebbe buttarle dopo ogni utilizzo, però così facendo non facciamo del bene all'ambiente. Ma davvero non è possibile lavare e riutilizzare le mascherine usa e getta? Abbiamo messo alla prova dei campioni di mascherine chirurgiche e possiamo affermare che conservano la loro capacità filtrante anche dopo 10 lavaggi in lavatrice. E le ffp2? Abbiamo testato anche loro. Ecco i dettagli del nostro test e le risposte ai dubbi più comuni
Le mascherine usa e getta sono utili a limitare il contagio da Covid-19, obbligatorie in molte situazioni e sicuramente pratiche e comode da usare. Tuttavia, c’è anche un altro lato della medaglia: l’impatto ambientale.
Una mascherina chirurgica monouso si deve sostituire frequentemente (stando alle indicazioni non si dovrebbe usarla per più di quattro ore di seguito) e dopo l’utilizzo deve essere gettata tra i rifiuti indifferenziati. Pensiamo soltanto a quelle distribuite nelle scuole italiane: milioni di mascherine, utilizzate e gettate ogni giorno. Tonnellate di rifiuti da incenerire, prodotti quotidianamente. Le abbiamo calcolate: 1,7 miliardi di mascherine distribuite a studenti e personale scolastico nell’anno scolastico 2021/21, pari a 6.754.510 kg di materiale, il cui incenerimento equivale alla produzione di 5.889.933 kg di CO2.
Lavare e riutilizzare le mascherine usa e getta consentirebbe un notevole risparmio economico e ambientale.
Si può lavare una mascherina chirurgica usa e getta?
Abbiamo verificato se è possibile prolungare la vita delle mascherine chirurgiche usa e getta, in modo da usarne meno e risparmiare tonnellate di rifiuti agli inceneritori e all’ambiente. Le abbiamo portate in laboratorio, dove abbiamo eseguito le prove previste dalla normativa sia prima, sia dopo una serie di 5 e 10 lavaggi in lavatrice.
Tutte le mascherine del test hanno sostenuto due delle prove previste dalla norma EN 14683:2019+AC:2019, cioè la normativa tecnica di riferimento per verificare l’efficacia delle “mascherine ad uso medico”, quelle che noi chiamiamo comunemente chirurgiche.
Abbiamo scelto le due prove principali:
- BFE (capacità filtrante). Con questa prova si verifica la capacità della mascherina di impedire il passaggio di goccioline molto piccole, ovvero del diametro medio di 3 micron.
- Respirabilità (permeabilità all’aria). Con questa prova si verifica la capacità della mascherina di consentire una respirazione agevole, non opponendo una resistenza eccessiva al passaggio dell’aria.
Abbiamo eseguito le prove sui prodotti nuovi e poi, per verificare gli eventuali cambiamenti nella respirabilità e capacità di filtrazione, abbiamo ripetuto i test dopo 5 e dopo 10 lavaggi in lavatrice.
Test di laboratorio: ecco alcuni passaggi delle prove.
Per valutare la capacità di una mascherina di bloccare le goccioline di saliva si utilizza uno strumento chiamato impattatore a cascata. L’impattatore è formato da una serie di cilindri forati, con fori di taglia sempre più piccola, da impilare l’uno sull’altro. Attraverso i fori passerà un aerosol contenente batteri che la mascherina, posta in cima all’impattatore, dovrà fermare. L’impattatore permetterà così di verificare quante goccioline non vengono bloccate dalla mascherina.
I cilindri dell’impattatore contengono delle piastre Petri su cui gli eventuali batteri non filtrati dalla mascherina possono depositarsi. È questo infatti il metodo con cui viene rivelata la capacità della mascherina di fermare le goccioline cariche di batteri. L’aerosol utilizzato è composto da goccioline di taglia 3 micron.
Una volta montato l’impattatore, la mascherina da testare va posizionata sulla sommità. La mascherina va posta con la sua superificie interna (quella a contatto con la bocca) rivolta verso l'alto. Una volta posizionata, un aerosol carico di batteri viene diretto verso la mascherina. In questo modo viene simulato il passaggio di aria dalla bocca attraverso la mascherina, verso l’ambiente.
Sopra la mascherina c’è una camera che contiene l’aerosol carico di batteri. Il test vuole verificare se la mascherina impedisce alle goccioline di passarvi attraverso. L’efficienza di filtrazione della mascherina viene rivelata dal conteggio delle colonie di batteri sulle piastre. Il confronto viene fatto con un test senza maschera, che determina il numero massimo di colonie che possono formarsi.
Per valutare la respirabilità, bisogna calcolare quanta resistenza pone la mascherina al passaggio di un flusso di aria prestabilito. La maschera è posta in un anello di metallo al centro di due blocchi rigidi attraverso i quali viene fatta passare l'aria ad un flusso simile a quello respiratorio (8 l/min). Il flusso d’aria arriva dai tubi neri e la pressione viene misurata nei tubi trasparenti.
Un manometro misura la differenza di pressione prima e dopo la maschera. Questa misura determina quanto è facile o faticoso respirare attraverso la mascherina.
Per valutare la capacità di una mascherina di bloccare le goccioline di saliva si utilizza uno strumento chiamato impattatore a cascata. L’impattatore è formato da una serie di cilindri forati, con fori di taglia sempre più piccola, da impilare l’uno sull’altro. Attraverso i fori passerà un aerosol contenente batteri che la mascherina, posta in cima all’impattatore, dovrà fermare. L’impattatore permetterà così di verificare quante goccioline non vengono bloccate dalla mascherina.
I cilindri dell’impattatore contengono delle piastre Petri su cui gli eventuali batteri non filtrati dalla mascherina possono depositarsi. È questo infatti il metodo con cui viene rivelata la capacità della mascherina di fermare le goccioline cariche di batteri. L’aerosol utilizzato è composto da goccioline di taglia 3 micron.
Una volta montato l’impattatore, la mascherina da testare va posizionata sulla sommità. La mascherina va posta con la sua superificie interna (quella a contatto con la bocca) rivolta verso l'alto. Una volta posizionata, un aerosol carico di batteri viene diretto verso la mascherina. In questo modo viene simulato il passaggio di aria dalla bocca attraverso la mascherina, verso l’ambiente.
Sopra la mascherina c’è una camera che contiene l’aerosol carico di batteri. Il test vuole verificare se la mascherina impedisce alle goccioline di passarvi attraverso. L’efficienza di filtrazione della mascherina viene rivelata dal conteggio delle colonie di batteri sulle piastre. Il confronto viene fatto con un test senza maschera, che determina il numero massimo di colonie che possono formarsi.
Per valutare la respirabilità, bisogna calcolare quanta resistenza pone la mascherina al passaggio di un flusso di aria prestabilito. La maschera è posta in un anello di metallo al centro di due blocchi rigidi attraverso i quali viene fatta passare l'aria ad un flusso simile a quello respiratorio (8 l/min). Il flusso d’aria arriva dai tubi neri e la pressione viene misurata nei tubi trasparenti.
Un manometro misura la differenza di pressione prima e dopo la maschera. Questa misura determina quanto è facile o faticoso respirare attraverso la mascherina.
Scelta dei prodotti da testare
Per la scelta dei prodotti da testare, abbiamo cercato di replicare l’atteggiamento che riteniamo essere il più diffuso tra i consumatori che hanno bisogno di acquistare una buona scorta di mascherine per far fronte alle esigenze familiari. Gli acquisti sono stati fatti online selezionando sui maggiori market place (ad esempio Amazon) i prodotti più venduti e cercando quelli più economici su Trovaprezzi.
Il tipo di lavaggi effettuati per il test
Durante i nostri test, per stressare il tessuto non tessuto delle mascherine le abbiamo lavate in lavatrice a 60 °C e lasciate asciugare all’aria. Finiti i lavaggi, abbiamo poi verificato se la struttura della mascherina fosse o meno danneggiata.
In generale, per garantire la rimozione di eventuali virus e batteri:
- in lavatrice, basta un lavaggio a 30 °C, insieme al resto del bucato. Consigliamo di mettere le mascherine in un sacchetto da biancheria o in una federa.
- a mano, basta un lavaggio in acqua calda con poco detergente.
- non occorrono disinfettanti e igienizzanti.
- asciugare all’aria aperta, meglio ancora se al sole.
Può succedere che dopo il lavaggio la mascherina risulti superficialmente un po’ infeltrita o mostri qualche pelucco, ma questo non interferisce con le proprietà filtranti. Se, invece, dopo i lavaggi si stacca il ferretto stringinaso o uno degli elastici, o si trovano degli strappi (magari causati da altri indumenti) il prodotto va eliminato oppure va usato come strato filtrante all’interno delle maschere in tessuto con tasca.
Dopo i lavaggi non perdono la capacità filtrante
Prima del lavaggio, tutte le mascherine chirurgiche hanno ottenuto valutazioni eccellenti per la capacità filtrante. Valori che si sono mantenuti identici anche dopo 10 lavaggi in lavatrice a 60 °C. Il nostro test ha quindi confermato pienamente che le mascherine usa e getta non solo sono valide al momento della distribuzione, ma si possono lavare e riutilizzare anche fino a dieci volte, con risparmio di spese (pubbliche o delle famiglie), di rifiuti e CO2.
Per quanto riguarda, invece, la respirabilità bisogna sottolineare che sia da nuove che dopo dieci lavaggi, tutte le mascherine chirurgiche hanno mantenuto valori di respirabilità accettabili.
La conferma dagli altri studi
Anche diversi altri enti all’estero hanno avuto l’idea di verificare se fosse possibile ridurre i rifiuti prolungando la vita delle mascherine usa e getta, ovvero lavandole e riutilizzandole. In particolare, hanno svolto test specifici numerosi enti:
- l’università di Grenoble;
- il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica francese (CNRS);
- la National School of Arts and Textile Industries (ENSAIT) di Roubaix;
- l’associazione di consumatori francese UFC;
- gruppo di ricerca Neozelandese;
- Technical Research Centre of Finland (VTT).
I test di laboratorio realizzati da questi enti hanno dimostrato che le mascherine usa e getta possono essere lavate in lavatrice fino a dieci volte, asciugate in asciugatrice e stirate, mantenendo intatta e comunque del tutto valida la loro capacità di filtrazione. Anche gli elastici non sono risultati compromessi dal lavaggio, così come la capacità traspirante.
Utilizzo ed etichetta: due parametri importanti
Oltre alla capacità di filtrante e alla respirabilità, abbiamo controllato anche la vestibilità delle mascherine e le indicazioni riportate in etichetta di ciascun prodotto (tipologia, manutenzione, uso, smaltimento corretto).
La mascherina deve aderire bene al volto, coprire naso e bocca, non lasciare spazi a livello delle guance o sui lati del naso. Deve essere comoda da portare, non tirare o stringere, non scivolare, perché una volta indossata non dovrebbe essere toccata, sistemata, abbassata.
Sarebbe utile avere un’indicazione sulla taglia: i prodotti per adulti sono tutti taglia unica. È indispensabile poi che le mascherine chirurgiche abbiano il ferretto stringinaso, fondamentale per buona aderenza al viso e per limitare l’appannamento degli occhiali. Altra cosa utile sono le pieghe che servono a garantire la vestibilità. Se si ricorre a varie strategie per migliorare la vestibilità della mascherina (come ad esempio annodare gli elastici) bisogna fare attenzione a evitare la formazione di canali, pieghe o sacche che allontanino il tessuto dal viso.
In alcuni contesti, in cui è necessaria più protezione è bene utilizzare il double masking mettendo una mascherina chirurgica sotto e un di comunità sopra, per tenerla ben aderenti al viso.
Se, al contrario, sono troppo strette e danno fastidio dietro alle orecchie, la soluzione può essere l’utilizzo di accessori che collegano i due elastici.
Le indicazioni in etichetta sono fondamentali per identificare il prodotto e capire, senza aprirlo, quale tipologia di mascherina stiamo per acquistare. Abbiamo verificato la chiarezza dell’indicazione del tipo di mascherina e le indicazioni sul corretto utilizzo e smaltimento. A questo proposito, ricordiamo che le mascherine vanno sempre buttate nell’indifferenziato.
E le ffp2? Si possono lavare anche loro?
Così come per le chirurgiche abbiamo acquistato online su market place alcuni campioni di Ffp2, selezionandoli tra i più venduti e i più economici, per sottoporli alle stesse medesime prove secondo la normativa delle mascherine chirurgiche. I test sono stati effettuati sui prodotti nuovi e dopo 5 e 10 lavaggi. Possiamo confermare che le FFP2 dopo il lavaggio mantengono la capacità filtrante delle chirurgiche e potrebbero quindi essere riusate nei contesti in cui l’uso di una chirurgica è consentito. Non possiamo dire che le FFP2 dopo il lavaggio rimangano a norma secondo lo standard di certificazione loro proprio (EN 149), che prevede un’azione di filtro anche su particelle molto più piccole, perché non lo abbiamo testato. Pertanto, nei contesti in cui è obbligatorio per legge usare una Ffp2, consigliamo di usarne una nuova.
Inoltre i nostri test mostrano che sia da nuove che dopo cinque o dieci lavaggi, tutte le mascherine FFP2 hanno valori di respirabilità molto elevati rispetto alle mascherine chirurgiche. Questo significa che consentono un passaggio più difficoltoso dell’aria. E’ normale visto che si tratta di dispositivi di protezione individuale, ma se la mascherina non fa respirare bene, è possibile che chi la indossa sia portato a toglierla più spesso e potrebbe sentirsi “affaticato”, oppure che l’aria, invece che dal tessuto filtrante, attraverso le fughe (in prossimità del naso e delle guance). Pertanto sarebbe preferibile l’utilizzo delle mascherine FFP2 solo in caso di reale necessità ed evitare l’uso di questi prodotti ai bambini, come da noi richiesto alle istituzioni.
Serve uno standard per le mascherine lavabili
Le maschere sono qui per restare nel prossimo futuro, quindi è fondamentale incorporare la sostenibilità nel loro uso, così come l'uso di altri dispositivi di protezione individuale usa e getta che contribuiscono ai rifiuti medici e della popolazione. Decontaminare e riutilizzare le mascherine può ridurre costi e impatto ambientale di oltre il 75% secondo alcuni studi, anche del 90% se si considerano i risultati del nostro test.
Ma un’altra misura per limitare i rifiuti è sicuramente arrivare a uno standard che consenta di scegliere mascherine di comunità (non mediche) in stoffa lavabili che garantiscano una valida capacità filtrante e traspirabilità. Mascherine di tessuto con prestazioni buone o ottime si possono trovare sul mercato, lo dimostrano i nostri test. Però oggi è impossibile identificarle, dato che in Italia le mascherine destinate alla comunità, a uso non medico, non hanno alcun requisito minimo da rispettare né alcuno standard per identificarle. In altri paesi (Francia, Belgio, Portogallo, Spagna, Svizzera) questi requisiti esistono. Che cosa stiamo ancora aspettando?
Le risposte alle domande più frequenti sulle mascherine usa e getta e sul nostro test
Il test di Altroconsumo intende sondare e fotografare i risultati di alcuni prodotti, l'omogeneità dei risultati ci consente di presumere che la maggior parte delle maschere chirurgiche realizzate in tre strati con polipropilene si comportino in modo simile. Inoltre, i risultati convergono con quelli dei test realizzati in Francia. Stesso dicasi per le FFP2, i risultati del nostro test sono in linea con quelli degli altri enti e garantiscono un uso sicuro di questi prodotti in ambito comunitario ove sia richiesta una chirurgica.
In ospedale o in uno studio medico, il rischio di contaminazione è decisamente più elevato che al supermercato, a casa o per strada. E non c’è solo il SARS-CoV-2, possono essere presenti altri batteri molto resistenti. È quindi normale che il lavaggio in lavatrice non sia sufficiente per le mascherine utilizzate in ambito sanitario. È necessaria una fase di disinfezione e per il momento non è stata trovata una soluzione soddisfacente.
Nell’uso di comunità però sono consigliate mascherine in tessuto lavabili, che possono essere riutilizzate dopo il lavaggio in lavatrice: acqua calda, detersivo e movimento sono considerati sufficienti per eliminare il coronavirus. Partendo dal presupposto che il ragionamento sia valido per le mascherine "usa e getta", a condizione che mantengano le loro capacità di filtrazione e traspirabilità, il test ha dimostrato che anche le usa e getta si possono lavare.
È possibile, ma non abbiamo misurato il rilascio di microplastiche. Al contrario, il lavaggio ha il vantaggio di ridurre la produzione di mascherine, e quindi la creazione di rifiuti... A livello ambientale si ha comunque un vantaggio importante. Inoltre è possibile che vi sia rilascio di microplastiche anche per le mascherine di comunità in tessuto: non sempre sono cotone al 100%, quindi possono contenere fibre sintetiche che possono inquinare le acque reflue.
Le associazioni di consumatori, si affidano, per tutti i test, a laboratori specializzati e indipendenti, incaricati sulla base di un protocollo stabilito dai propri esperti. I laboratori cui ci rivolgiamo sono dotati delle attrezzature necessarie e dispongono di personale qualificato a conoscenza degli standard applicabili. I nomi dei nostri laboratori non sono citati per evitare ogni rischio di interferenze e pressioni da parte dei produttori o altri.
Noi abbiamo testato le mascherine chirurgiche senza l'ausilio dell'asciugatrice, ma nei test effettuati da alcuni enti Francesi è stato applicato rigorosamente il protocollo Afnor che prevede l'asciugatura tramite asciugatrice. Se non si usa l'asciugatrice, è comunque possibile lavare una mascherina, purché si abbia l’accortezza di farla asciugare rapidamente all’aria (come abbiamo fatto noi), per prevenire la formazione di muffe.
Il materiale utilizzato per la loro fabbricazione non era specificato sulla confezione dei modelli testati. Ma le maschere selezionate sono tutte formate da tre strati e possiamo supporre che siano realizzate in polipropilene TNT.
Mancando uno standard che garantisca l’efficacia delle mascherine lavabili, in alcuni contesti viene richiesto (in modo più o meno esplicito) l’utilizzo di una mascherina chirurgica. Le maschere chirurgiche sono meno costose per unità. Tuttavia, il nostro consiglio è sempre stato di preferire le mascherine lavabili in tessuto.
No, questo metodo è sconsigliato. Le maschere hanno in alcuni casi una parte metallica a livello del naso, suscettibile di produrre scintille, e negli studi è citata la possibile fusione del materiale. Inoltre, occorrerebbe definire potenza e tempo di applicazione delle microonde ed essere certi di un irraggiamento sufficiente, che non necessariamente è garantito uniformemente in tutti i punti.
No, meglio evitare: passare le maschere in forno a 70 ° C per 30 minuti è in effetti una possibilità, ma a seconda della composizione della mascherina c'è il rischio che si sciolga e quindi che perda le sue caratteristiche di filtrazione e traspirabilità.
Esporre le maschere per 10 minuti al vapore su un contenitore di acqua bollente mette a rischio l'efficacia della maschera, che non è più garantita. Meglio evitare.
Assolutamente no. Spruzzare alcol o candeggina su una maschera o peggio ancora, immergervela, degrada gravemente le capacità di filtrazione della maschera. La candeggina ha un ulteriore svantaggio: i vapori sono persistenti, provocando un rischio di irritazione delle vie respiratorie.
In laboratorio i raggi UV hanno dimostrato una buona capacità di disinfezione, preservando il materiale. Purtroppo, è difficile trovare in commercio apparecchi che siano davvero efficaci e protocolli chiari per definire tempi di irraggiamento ed intensità. I metodi fisici funzionano sicuramente bene quando si consideri una superficie dura liscia e pulita, ma in presenza di polvere, sporco, spessori e trama tridimensionale delle mascherine essere certi di una efficacia delle radiazioni UV è davvero difficile.
Sì, il virus si inattiva dopo poche ore o pochi giorni, a seconda della superficie. Lasciare la maschera appesa per alcuni giorni (almeno 5) all'aria, ad esempio su un gancio, garantisce la scomparsa del virus. Per evitare di mescolare maschere di persone diverse e ricordarsi quando si è usata la maschera l’ultima volta il consiglio è utilizzare dei sacchettini in carta o delle buste su cui indicare nome e data.
Per poter riutilizzare una mascherina usa e getta che sia stata utilizzata per poco tempo, magari solo qualche decina di minuti o qualche ora per fare la spesa, i consigli sono:
- scrivere nome e data su sacchetto in carta in cui riporre la mascherina
- appendere all’aria, dopo 5 giorni qualsiasi virus è sicuramente inattivato
- riutilizzare
- il processo può essere ripetuto
