Sanzione milionaria ad Apple per un mercato digitale più equo
Sanzione Antitrust di 98 milioni di euro nei confronti di Apple per condotta restrittiva della concorrenza per quanto riguarda l’App Tracking Transparency (“ATT”) policy, ossia le regole sulla privacy imposte dalla società agli sviluppatori terzi di app distribuite tramite l’App Store.
La decisione dell’AGCM mette inoltre in luce un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: una concorrenza effettiva nei mercati digitali è una condizione essenziale anche per il benessere dei consumatori.
Penalizzare gli sviluppatori terzi che basano il proprio modello di business sulla pubblicità significa ridurre il pluralismo dell’offerta, limitare l’innovazione e, nel medio periodo, diminuire la qualità e la varietà dei servizi disponibili per gli utenti finali. Accogliamo quindi con favore l’affermazione del principio secondo cui le regole di accesso a ecosistemi digitali chiusi, come l’App Store, devono essere necessarie, proporzionate e non discriminatorie, anche quando sono presentate come misure a tutela della privacy. Solo così è possibile evitare che scelte tecniche apparentemente neutrali si traducano in un danno indiretto per i consumatori.
Anche perché poi le conseguenze negative di un mercato chiuso sono tutte per gli utenti finali; come ha dimostrato il caso delle app musicali acquistate su Apple Store che prevedevano commissioni aggiuntive per i clienti proprio a causa delle politiche discriminatorie di Apple Store che imponeva costi più alti alle app diverse da Apple Music. Per questo abbiamo deciso per una azione di classe per ottenere rimborsi adeguati per i clienti coinvolti.
Come organizzazione di consumatori, riteniamo positivo che l’Autorità abbia distinto in modo netto tra l’obiettivo – legittimo e condivisibile – di garantire un elevato livello di tutela dei dati personali e le modalità concrete di implementazione da parte di Apple, risultate sproporzionate e unilateralmente imposte. In particolare, la duplicazione delle richieste di consenso non ha prodotto maggiore consapevolezza per gli utenti, ma ha generato confusione, affaticamento decisionale e un peggioramento dell’esperienza digitale complessiva.
