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Fondi sanitari: troppi esami inutili

I fondi sanitari integrativi destinati ai lavoratori dipendenti di molti settori propongono esami spesso inappropriati e inutili, mentre manca un’offerta adeguata di cure odontoiatriche a integrazione del Ssn. Abbiamo analizzato l’offerta di 26 fondi sanitari verificando gli esami più offerti e i profili più comuni a cui sono proposti i pacchetti “prevenzione”.

18 dicembre 2020
fondi sanitari

In nome della prevenzione o della promozione pubblicitaria? Viene il dubbio, scandagliando i siti dei fondi sanitari che pullulano di pacchetti di “prevenzione” (oncologica, cardiologica,...) che includono tutta una serie di esami e visite gratuite nelle strutture convenzionate e senza bisogno di alcuna prescrizione medica. Un po’ come gadget distribuiti per aumentare il gradimento. Del resto, l’assistito è contento perché almeno una volta all’anno può fare il punto sul suo stato di salute e prevenire l’insorgere di malattie senza sborsare un euro. Ma è davvero così? Tutto questo ha un costo per la sanità pubblica e anche per la nostra salute.

La nostra inchiesta

Abbiamo analizzato l’offerta di 26 fondi sanitari integrativi destinati ai lavoratori dipendenti, scelti tra quelli con il più alto numero di aderenti (ne citiamo alcuni Fondo Est, Sanilog, Meta Salute, San.Arti, Sanimoda…), verificando quali esami sono maggiormente offerti e a quale pubblico sono proposti.

Per lo più si rivolgono a tutti coloro che hanno determinati requisiti anagrafici (età e sesso) e non sono legati allo stato di salute. Dall’analisi di questi pacchetti emerge come ci sia spesso una duplicazione delle prestazioni già raccomandate e rimborsate dal Ssn (ad esempio, la mammografia o la ricerca del sangue occulto nelle feci) all’interno di programmi di screening e come i fondi le propongano con una frequenza maggiore e in maniera indiscriminata a tutti. Per non parlare di screening non raccomandati dal Ssn, per i quali i fondi arrivano a proporne anche 50 nella vita di un assicurato.

Uno spreco di risorse pubbliche

Sono circa undici milioni i cittadini iscritti ai fondi sanitari integrativi stipulati dalle aziende per i propri dipendenti. Un sistema parallelo al Servizio sanitario nazionale che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe completare quello pubblico rispetto a prestazioni poco sostenibili per le casse dello Stato. Per questo la legge prevede che questi fondi debbano integrare per almeno il 20% prestazioni sanitarie che non sono garantite dal Ssn, perché non sostenibili e cioè le cure odontoiatriche, l’assistenza ai non autosufficienti e le prestazioni finalizzate al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabilitati da malattia o infortunio (come le sedute di fisioterapia...). Perché assolvano questo compito, lo Stato concede ai fondi benefici fiscali e contributivi consistenti. Per ogni iscritto c’è una decontribuzione e defiscalizzazione fino a 3.615,20 euro. L’elenco delle prestazioni previste dai fondi è molto nutrito. Peccato però che forniscano prestazioni che per il 61% si sovrappongono a quelle già previste dal Ssn e che solo il 39% lo integrino. Quindi, finiscono per essere per lo più duplicativi del Ssn anziché integrativi e i soldi del mancato gettito fiscale non si possono usare per potenziare il Ssn, per ridurre le lunghe liste d’attesa per visite ed esami. 

Troppi esami fanno male

Non si tratta soltanto di sprechi: bisogna avere molto chiaro che una cura o un esame non motivato, anche il meno invasivo, per il cittadino può essere dannoso. Non tutti gli esami sono privi di rischi: le radiografie, ad esempio, comportano l’esposizione a radiazioni ionizzanti, qualcosa cui non è ragionevole sottoporre l’organismo se non c’è un motivo davvero valido. Tutti gli esami possono dare esiti sbagliati. Sia perché non identificano un disturbo (falsi negativi), sia perché lo identificano quando non c’è (falsi positivi). Questo può creare una catena di conseguenze dannose: nel caso dei falsi positivi, ad esempio, una serie di nuovi esami inutili, con tutte le ansie, i rischi e le spese conseguenti. Insomma, bisogna limitarsi a prestazioni appropriate a seguito di una richiesta specifica del medico e non proporre pacchetti preventivi generici.

Lo screening quando serve

Alberto Donzelli, esperto di sanità pubblica, membro del Comitato scientifico della fondazione “Allineare Sanità e Salute” spiega: «Un esame può infatti portare a trovare (e trattare) una malattia che non avrebbe mai dato fastidio. Pensiamo allo screening del Psa, che identifica e spinge a curare tumori della prostata che non avrebbero mai fatto danni, trasformando in malati uomini che, senza screening, sarebbero stati considerati sani. Infatti, questo tumore è molto più comune di quanto si pensi, perché nelle autopsie di uomini morti per altre cause e quasi mai consapevoli di avere un cancro prostatico è stato riscontrato nel 44% dei maschi di 50-59 anni, nel 65% di quelli di 60-69 anni, e nell’83% di quelli di 70-79 anni. Dunque, se lo si cerca con metodi sempre più sensibili e con crescente intensità, si finisce per trovarlo, mentre le morti maschili annue per cancro prostatico sono meno del 2,8% in Italia. Il che la dice lunga su quanto offrono i pacchetti di prevenzione dei fondi che spesso anticipano l’esecuzione del Psa prima dei 50 anni, lo prolungano oltre i 70, e lo ripetono annualmente». 

Abbiamo verificato come sono proposti e se sono appropriati alcuni esami che ricorrono nei pacchetti prevenzione.

Una sanità integrativa a supporto del Ssn

I fondi sanitari dovrebbero limitarsi a prestazioni appropriate a seguito di una richiesta del medico e non proporre pacchetti preventivi generici. La sanità integrativa va riportata alla funzione di supporto al Ssn. Inoltre, per tutelare la continuità del rapporto di fiducia col medico bisogna lasciare la possibilità al cittadino di scegliere medico e struttura.