Lo spegnimento dei servizi cloud Neato elimina funzionalità essenziali che erano parte integrante del prodotto venduto: app, programmazione, mappe, gestione delle zone, integrazioni smart. Il risultato non è un prodotto “non più supportato”, ma un prodotto attivamente degradato rispetto a quanto acquistato.
Questo non è un normale end-of-life. Le funzionalità non diventano semplicemente obsolete: vengono rese inutilizzabili perché il dispositivo è stato progettato per dipendere in modo obbligatorio da un cloud ora spento, senza alcuna modalità locale alternativa. È una riduzione post-vendita del bene.
Dopo la chiusura di Neato Robotics (2023), Vorwerk aveva comunicato che i servizi cloud sarebbero rimasti disponibili per più anni. La chiusura anticipata dei server costituisce una promessa disattesa, con effetti concreti sul valore del prodotto e sulle decisioni di acquisto dei clienti. I reclami già emersi presso associazioni dei consumatori ne sono una conseguenza diretta.
Esistono precedenti chiari che dimostrano come questa situazione possa essere gestita diversamente:
Logitech, dismettendo Squeezebox, ha rilasciato il software server, permettendo l’uso self-hosted dei dispositivi.
Pebble, dopo la chiusura, ha reso open source parti rilevanti dello stack software, consentendo alla community di mantenere le funzionalità.
Il caso Revolv (Google/Nest), in cui l’hardware fu reso inutilizzabile spegnendo i server, è tuttora citato come esempio negativo di pratica scorretta e di danno reputazionale evitabile.
La richiesta è tecnica, limitata e realistica. Non si chiede il mantenimento del cloud, né supporto, né nuovi sviluppi. Si chiede di rimuovere il blocco artificiale che oggi impedisce l’uso delle funzionalità originarie. In concreto, basterebbe una delle seguenti opzioni:
rilascio del firmware (anche parziale) in forma open source;
documentazione ufficiale dei protocolli e delle API necessarie al funzionamento locale;
abilitazione di una modalità di controllo LAN non dipendente dal cloud.
Continuare a impedire qualsiasi utilizzo “smart” non è una necessità tecnica, ma una scelta. Una scelta che scarica interamente sui clienti il costo della dismissione del servizio, pur in presenza di hardware perfettamente funzionante. Una soluzione tecnica aperta, anche minimale, consentirebbe di chiudere il ciclo del prodotto in modo corretto, verificabile e difendibile.