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Succo d'arancia, diritti spremuti

01 gennaio 2011
succo arancia

01 gennaio 2011

Attraversa l’oceano, portando con sé un grosso peso, fatto di lavoro irregolare, alberi abbattuti, uso smodato di pesticidi. Il 95% dei succhi d’arancia presenti in Europa è fatto con arance provenienti dal Brasile. Vi chiederete perché non vengono usati gli agrumi nazionali. Per i costi: la manodopera brasiliana si paga di meno - decisamente di meno - rispetto a quella italiana (già comunque soggetta a lavoro in nero e scarsamente tutelata).

Nei campi senza tutela
Anche se in Brasile l’età minima legale per lavorare nei campi d’arance è fissata a quindici anni, non è raro incontrare tra i braccianti bambini più piccoli.
È tristemente noto infatti come la coltura frutticola sia divenuto uno dei settori più duri e più a rischio per il rispetto dei diritti dei lavoratori. Il lavoro stagionale irregolare porta nelle piantagioni migliaia di braccianti senza contratto né alcuna forma di sicurezza sociale, pagati con salari bassissimi e sottoposti a numerosi rischi per la  propria salute.

Arance non ecologiche
Non solo i lavoratori. Anche l’ambiente viene duramente sfruttato per la produzione di succo d’arancia. Quando arriva a casa nostra, il succo ha già macinato un numero impressionante di chilometri e prodotto notevoli quantità di sostanze inquinanti. Se il succo è puro (ovvero non da concentrato) va anche peggio: richiede un raffreddamento costante e viene trasportato per via aerea invece che via nave. La produzione di arance ha un grosso impatto ambientale anche in loco. In Brasile non solo vengono usati molti pesticidi (limitano gli sprechi), ma si ricorre spesso all’abbattimento di alberi della foresta pluviale per creare piantagioni di larga scala.

Come la pensano le marche
Come si comportano le aziende italiane di succo d’arancia? Abbiamo analizzato l’informazione presente sui siti internet di Parmalat (produce Santal), Sterilgarda, Zuegg, Conserve italiane (produce Derby e Yoga), Del Monte. Risultato? Non tutte le aziende spiegano in modo trasparente ai consumatori come la pensano e come si comportano.

Che cosa scegliere?
Volete essere sicuri che il succo che bevete faccia bene anche a lavoratori e ambiente? Sceglietene uno del commercio equo solidale, spesso con il marchio Fairtrade.
Questi prodotti vi garantiscono che la lavorazione non ha causato sfruttamento e povertà nel Sud del mondo. Il biologico, invece, non offre alcuna garanzia sulla tutela della condizione sociale nella produzione: vi assicura solo un minor impatto ambientale della produzione (perché senza pesticidi). Qual è la scelta più etica in assoluto? La spremuta fatta in casa.


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