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Contributi Inps non versati: cosa fare?

11 aprile 2016
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11 aprile 2016

Il tuo datore di lavoro non ti ha pagato tutto il dovuto? Hai scoperto solo adesso di un buco nei tuoi contributi e non sai come rimediare? Ecco che cosa fare per cercare di salvare il tuo diritto alla pensione.

La crisi economica ha messo in difficoltà molte imprese: alcune di loro hanno pensato di restare a galla non versando i contributi Inps ai propri dipendenti. Sono migliaia i lavoratori coinvolti, loro malgrado, in questo pasticcio e non tutti ancora ne sono consapevoli. Tenere d’occhio i reali versamenti all’Inps non è difficile: ecco come si fa e anche quali sono le azioni da intraprendere nel caso in cui la tua azienda si sia “dimenticata” di versarti tutti i contributi per maturare la pensione.

Un fenomeno in crescita

Secondo gli ultimi dati disponibili i contributi annuali non versati all’Inps, da parte di datori di lavoro e degli iscritti, sono cresciuti del 21,4%: in appena otto anni, il debito complessivo accumulato dalle imprese è raddoppiato. I lavoratori più a rischio sono quelli dell’industria, dove si toccano addirittura i 3 miliardi di euro di contributi non versati con una crescita del 44% rispetto al 2010. Va un po’ meglio per commercio, servizi e artigianato, dove l’aumento è stato, solo (si fa per dire) del 10%. Non ci sono differenze tra Nord e Sud Italia. Le aziende “sbadate” sfidano la legge, che considera il mancato versamento dei contributi un reato penale, punito con sanzioni civili, penali e amministrative, in base alla gravità della violazione commessa.

Come verificare che sia tutto a posto

Per essere sicuri che i propri contributi siano stati regolarmente versati dal datore di lavoro, la prima cosa da fare è verificare la propria situazione previdenziale, presentandosi direttamente nella sede Inps più vicina. In alternativa, ci si può collegare al sito internet www.inps.it e accedere alla propria area personale, inserendo il codice pin, e scaricando l’estratto conto.

Se i conti non tornano…

Per prima cosa, bisogna capire se i mancati versamenti si riferiscono a contributi che dovevano essere versati più o meno di 5 anni fa. Se sono passati meno di 5 anni, allora la situazione è più facile da gestire: il lavoratore deve informare immediatamente l’Inps che, insieme all’Agenzia delle entrate, provvederà a effettuare la verifica dei versamenti del datore di lavoro. Se i contributi non versati risalgono a più di 5 anni prima, allora diventa tutto più complicato, perché cadono in prescrizione. Questo significa che l'Inps non può iniziare l'azione di recupero verso l'azienda. Nemmeno il datore di lavoro potrebbe, se lo volesse, sanare "ora, per allora" lo scoperto, perché è ormai un contributo prescritto. Le conseguenze sono molto pesanti da digerire: innanzitutto, il traguardo della pensione si allontana ancora di più e gli anni di lavoro si “volatilizzano”, restano solo la fatica e il ricordo. Inoltre, l'importo della rendita sarà, inevitabilmente, più basso di quello che ci si aspettava.

Se il datore non versa, che fare?

In questo caso si possono tentare due strade: l’azione giudiziaria o la domanda di riscatto.

Nel caso dell’azione giudiziaria, il lavoratore danneggiato può citare in giudizio il datore di lavoro per il risarcimento del danno. Lo prevede il Codice civile, che indica l’imprenditore come responsabile della mancata contribuzione e, di conseguenza, del danno subìto dal lavoratore. I tempi della giustizia però, in questi casi, sono lunghi. Inoltre, un orientamento ormai consolidato della magistratura, fa sì che quest’azione legale venga intrapresa solo quando il danno per il lavoratore si manifesti realmente, cioè quando arriva concretamente il momento di andare in pensione.

L’altro possibile rimedio al danno subìto consiste nel chiedere il riscatto dei periodi di lavoro scoperti dal punto di vista previdenziale. Percorrendo questa strada, il lavoratore si vedrà riconoscere dall'Inps una rendita, d’importo pari alla pensione o alla quota di pensione che sarebbe spettata al lavoratore in base ai contributi omessi. Anche in questo caso, però, gli svantaggi non mancano: il lavoratore deve, infatti, versare una somma di denaro, in genere molto onerosa. Si può procedere con la domanda di riscatto solo a determinate condizioni: una di queste consiste nel provare l'esistenza del rapporto di lavoro, fornendo documenti con data certa, come, ad esempio, le lettere di assunzione o di licenziamento, le buste paga o gli estratti di libro paga; non valgono le prove testimoniali, gli atti di notorietà o le dichiarazioni del datore di lavoro fatte “ora, per allora”. Fanno eccezione i periodi di servizio nelle amministrazioni pubbliche che, invece, possono essere documentati anche con dichiarazioni rilasciate dagli enti interessati. Un’altra condizione imprescindibile è quella di essere stati iscritti all’Inps durante il periodo in cui il datore non ha versato i contributi. Questo vuol dire che i periodi di lavoro coperti da altri enti contributivi, come ad esempio l’Inpdap, non sono riscattabili. Infine, un altro aspetto fondamentale per ottenere il riscatto è che non sussista più l’obbligo assicurativo per i contributi non versati, ma che, all’epoca dello scoperto, fosse previsto l’obbligo.

Quando fare domanda di riscatto

Si può presentare la richiesta di riscatto in qualunque momento, anche quando si è già andati in pensione. I periodi riscattati, una volta perfezionate tutte le operazioni necessarie, sono efficaci esattamente come se il versamento degli oneri contributivi fosse avvenuto nel passato, al momento giusto.


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