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Part time prima della pensione, quando si può

26 aprile 2016

26 aprile 2016

A partire da quest'anno i lavoratori dipendenti prossimi alla pensione potranno trasformare il proprio contratto di lavoro da full-time a part-time. Anche se sussistono i requisiti, però, la richiesta è soggetta ad accettazione, anche perché i fondi sono limitati. In altri casi, invece, c'è il prepensionamento. Ecco cosa c'è da sapere.

Da quest'anno i lavoratori dipendenti in prossimità dell'età pensionabile potranno trasformare il rapporto di lavoro da full-time a part-time. La possibilità è riservata ai dipendenti delle aziende private, purché sussistano alcuni requisiti:

  • il lavoratore deve aver stipulato un contratto a tempo indeterminato e orario pieno;
  • deve essere in possesso dei requisiti minimi per accedere alla pensione di vecchiaia, deve quindi aver maturato 20 anni di contributi, entro il 31 dicembre 2018;
  • deve lavorare ancora tre anni prima della pensione, secondo la normativa in vigore.

Lo Stato copre i contributi figurativi

Il dipendente stipula in pratica un contratto a tempo parziale, con una riduzione tra il 40 e il 60% rispetto all'orario pieno. Anche se lo stipendio viene decurtato, i contributi vengono versati e calcolati sulla base di retribuzione non più dovuta, per effetto del taglio dell'orario. La futura pensione, perciò, non subisce variazioni, perché è lo Stato che copre i contributi figurativi. 

I fondi stanziati sono limitati

La richiesta è soggetta ad accettazione. Purtroppo, infatti, anche se si hanno tutti i requisiti, le risorse messe a disposizione dalla Legge di stabilità sono limitate. Sono stati stanziati 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni nel 2017 e 60 milioni nel 2018, una volta finiti questi fondi, l'Inps dovrà dire di no. La Fondazione studi consulenti del lavoro ha fatto qualche stima su retribuzioni annue lorde che vanno dai 25.000 ai 43.000 euro. Un lavoratore che stipula un contratto part-time agevolato al 40% delle ore avrà in busta paga il 72% della retribuzione, chi sigla un contratto al 50%, invece, avrà uno stipendio pari al 78%. Infine un lavoratore che stipula un contrato al 60% riceverà una retribuzione in busta paga dell'84%. 

Come funziona il prepensionamento

Chi non dovesse usufruire della possibilità di una riduzione dell'orario lavorativo, può richiedere comunque di andare in pensione prima di avere maturato i requisiti anagrafici e contributivi. Come? Nello speciale di Soldi & Diritti abbiamo spiegato come, a differenza di un tempo, non è più lo Stato a dover mettere di tasca propria il necessario perché il lavoratore acceda in anticipo al trattamento pensionistico. Secondo quanto previsto dalla cosiddetta riforma Fornero, infatti, tocca al datore di lavoro accollarsi il pagamento dei contributi dovuti dal lavoratore che conclude in anticipo l'attività.

Quando è possibile richiederlo

Per ricorrere al prepensionamento è necessario che sussistano alcune circostanze:

  • in situazioni di emergenza, cioè per le aziende con più di 15 dipendenti che abbiano un esubero di personale oppure che stiano avviando procedure di mobilità nei confronti dei lavoratori;
  • in questi casi, in accordo con i sindacati aziendali, è possibile incentivare le uscite anticipate dei dipendenti più prossimi alla pensione;
  • il provvedimento può essere applicato solo ai lavoratori a cui mancano non più di 4 anni al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.

In pratica, l'azienda si impegna a versare all'Inps sia i contributi necessari perché il dipendente raggiunga i requisiti minimi previdenziali sia una cifra pari alla pensione "ridotta" spettante al lavoratore che lascia l'attività prima dei tempi previsti dalla legge. Il prepensionato inizierà concretamente a ricevere la pensione una volta maturati i requisiti anagrafici e contributivi: nella stragrande maggioranza dei casi, però, l'importo sarà più basso di quanto avrebbe percepito se avesse continuato a lavorare e a versare i contributi relativi.


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