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Food delivery: il cibo a casa è sicuro? Occhio agli allergeni

Inchiesta su sicurezza alimentare e efficienza del servizio delle principali piattaforme di food delivery. Ci siamo finti allergici e abbiamo ordinato 60 piatti tra sushi, poke, insalate miste, riso alla Cantonese, kebab e hamburger: gli allergeni erano comunque presenti nel 30% delle pietanze. Male anche temperature di consegna e indicatori di igiene (mentre il coronavirus sulle confezioni non c’è). Abbiamo inviato i risultati dell’indagine al ministero della Salute: chiediamo nuove norme e più impegno alle piattaforme. Quanto al servizio, le piattaforme più diffuse sono state quasi sempre efficienti. Spese più elevate con le più piccole.

  • contributo tecnico di
  • Emanuela Bianchi; Matteo Marano
  • di
  • Stefania Villa
20 novembre 2020
  • contributo tecnico di
  • Emanuela Bianchi; Matteo Marano
  • di
  • Stefania Villa
inchiesta food delivery

Altroconsumo ha realizzato un’inchiesta su sicurezza alimentare e efficienza del servizio delle principali piattaforme di food delivery. Quanto al primo aspetto, abbiamo rilevato allergeni nel 30% dei piatti ordinati a domicilio (18 su 60) e temperature di consegna dei cibi troppo elevate, favorevoli allo sviluppo di microrganismi.

Ci siamo messi nei panni di normali utenti e, tra giugno e agosto 2020, abbiamo ordinato 60 piatti dai ristoranti di Milano e Torino che per primi ci comparivano in lista sui siti dei principali operatori: 13 piatti per ogni piattaforma più diffusa (Deliveroo, Glovo, Just Eat e Uber Eats), 4 per le più locali (MyMenu e Eat in Time). Abbiamo scelto tre tipi di pietanze fredde e tre calde e, al momento dell’ordine, ci siamo finti allergici alla soia (per sushi, poke e riso alla cantonese) e all’uovo (per hamburger, insalata mista e kebab). All’arrivo dei piatti ne abbiamo misurato la temperatura e li abbiamo analizzati in laboratorio in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta dove ha sede il CReNaRiA (Centro per la rilevazione di sostanze che provocano allergie e intolleranze negli alimenti): in questo modo, oltre alla presenza di allergeni, abbiamo verificato la carica microbiologica del piatto. Tutti i 60 risultati nel dettaglio, per piattaforma e ristorante, nell’inchiesta completa pubblicata su Altroconsumo Inchieste (nel dossier troverete anche la valutazione sul servizio, in particolare su costi e tempi delle consegne).

Restrizioni alimentari: percorso a ostacoli

Già nel momento dell’ordinazione abbiamo capito quanto può essere difficile tutelarsi per chi soffre di un’allergia: la lista degli ingredienti non sempre c’era, nella maggioranza dei casi non era possibile deselezionare gli ingredienti e nei menu non abbiamo trovato quasi mai gli allergeni evidenziati, come prevede invece la legge, anche nel caso della vendita a distanza.

Quanto alla possibilità di comunicare la propria allergia, ogni piattaforma fa un po’ a modo suo: c'è chi ha messo a disposizione uno spazio note apposito, chi uno generico, chi ha consigliato di chiamare il ristorante, chi ne ha indicato sempre anche il numero, ristoranti che non presentavano alcuna forma di contatto o che non hanno mai risposto al telefono... Il risultato di tutta questa confusione? In 18 casi su 60 abbiamo trovato uova o soia come ingrediente o in tracce, per contaminazione; in 15 di questi 18 casi eravamo riusciti, in un modo o nell’altro, a indicare espressamente di essere allergici; negli altri tre non eravamo riusciti a metterci in contatto in nessun modo con il ristorante per comunicarlo (non che rendersi irreperibili sia positivo).

Temperature e microrganismi

La temperatura media dei piatti freddi era di 23,5 °C, troppo alta: dovrebbe essere intorno ai 10°C o si facilita lo sviluppo di microrganismi. In particolare quelli ricercati in laboratorio sono stati: microrganismi patogeni (Listeria, Salmonella, Clostridium perfringens e Bacillus cereus), indicatori di igiene (Enterobatteri, Escherichia coli e Stafilococchi coagulasi positivi), indicatori di conservazione (la carica totale di batteri, che indica una materia prima mal conservata e aumenta se la temperatura non è adeguata). Abbiamo anche ricercato il coronavirus sulle confezioni: non lo abbiamo mai trovato.

In totale, quanto a sicurezza microbiologica, sono stati 23 gli insufficienti su 60 piatti (i dettagli di ognuno nell'articolo): non c'erano problemi che avrebbero potuto causare gravi intossicazioni o disturbi di salute, ma abbiamo individuato valori indice di scarsa igiene e freschezza. E questo potrebbe dipendere da cibi conservati male, lavaggi e manipolazioni non accurate ma anche, dicevamo, da tempi e temperature di consegna sbagliate.

Più impegno dalle piattaforme e nuove norme

Se da un lato a preparare le pietanze sono i ristoranti - chiamati sempre alla massima attenzione - dall’altro le piattaforme hanno un ruolo fondamentale in quanto intermediari e, più che scaricare ogni responsabilità su clienti e ristoratori, dovrebbero impegnarsi maggiormente nel garantire la sicurezza dei loro utenti; ad esempio obbligando i ristoratori a evidenziare gli allergeni presenti nei piatti, offrendo loro gli strumenti necessari per farlo; al contempo, si dovrebbero offrire agli utenti modalità standard e chiare per comunicare le proprie allergie, in modo inequivocabile: una tutela per i clienti, ma anche per i ristoratori, che attraverso la piattaforma somministrano i loro piatti. E, anche rispetto alle temperature e alla sicurezza microbiologica, se i ristoratori hanno sicuramente un ruolo importante, la consegna - d’altro canto - non è esente da responsabilità: servono norme aggiornate al food delivery, che indichino temperature di trasporto e caratteristiche dei contenitori utilizzati dai fattorini, affinché si possano mantenere le pietanze in sicurezza, senza rischi per gli utenti. Abbiamo mandato al ministero della Salute i risultati dell’indagine e le nostre richieste.

I risultati sul servizio di consegna 

Il food delivery è stato valutato anche per il servizio offerto. Abbiamo fatto 130 ordini (a luglio 2020) in quattro città (Roma, Milano, Torino e Napoli) tramite l’app di sette piattaforme. Abbiamo valutato sia le opportunità di scelta offerte, tra ristoranti disponibili e filtri per la ricerca, che l’efficienza della consegna (puntualità, condizioni delle pietanze al loro arrivo e costi del servizio). Tra le piattaforme che occupano la fetta più ampia del mercato, con organizzazione e diffusione a carattere nazionale, la prima in classifica è Glovo, seguita da Deliveroo, Just Eat e Uber Eats. Fra le minori, che collaborano con meno ristoranti nelle città oggetto dell’indagine, hanno meno filtri e costi di consegna maggiori, troviamo al primo posto Foodys, al secondo Mymenu e, infine, Eat in Time. Tutti dettagli nell’inchiesta completa scaricabile al link in alto.