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Vaccino antinfluenzale: le risposte ai dubbi più frequenti

14 ottobre 2020
vaccino

Si dibatte molto sull’importanza del vaccino antinfluenzale, anche per aiutare il Servizio sanitario nella gestione del Covid. Ma qual è l’efficacia del vaccino? A chi è più consigliato? Quale utilità avrà in questa particolare stagione influenzale? Ecco le risposte alle domande più frequenti.

Mai come quest'anno gli esperti e le istituzioni sanitarie suggeriscono di ricorrere al vaccino antinfluenzale. Se normalmente viene consigliato agli anziani sopra i 65 anni e ad altre categorie nelle quali l'influenza rischia di provocare conseguenze gravi (ricoveri e perfino morte), quest'anno si punta anche a un altro effetto, ovvero alleggerire un servizio sanitario che rischia di essere nuovamente sotto pressione a causa dell'epidemia di Covid, malattia con sintomi nella maggior parte dei casi sovrapponibili a quelli dell'influenza stagionale.

Un anno particolare

Proprio per questa ragione sono tante le domande che il cittadino si sta facendo in queste ore sul vaccino antinfluenzale. Oltre alle domande che si poneva anche gli anni passati (come ad esempio quella sull'efficacia e sulla sicurezza di questo vaccino), in quest'anno particolare ci si chiede ad esempio se vaccianrsi contro l'influenza può essere utile a facilitare la diagnosi di Covid o se è davvero utile estendere il vaccino anche a bambini e adulti senza patologie. Abbiamo passato in rassegna la documentazione scientifica esistente per verificare quali scelte sono basate su dati comprovati e poter dare qui risposta alle domande e ai dubbi vecchi e nuovi.

Perché estendere il ricorso al vaccino?

Fino a quest'anno il vaccino antinfluenzale è stato consigliato e dispensato a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) ad alcune categorie: chi è al di sopra dei 65 anni, chi ha condizioni di salute che aumentano il rischio di complicanze e/o ricoveri da influenza (ad esempio malattie croniche) e i loro familiari e contatti, donne in gravidanza e postpartum, chi vive in residenze protette, alcune categorie di lavoratori particolarmente esposti alla malattia (come i medici) o addetti a servizi pubblici di primaria importanza (vigili del fuoco, polizia...). Quest'anno, a causa della epidemia di Covid, da mesi si insiste sull'importanza di un maggior ricorso alla vaccinazione antinfluenzale e da parte ministeriale è anticipata a 60 anni l'età in cui è gratuita ed estesa anche ai bambini tra i 6 mesi e 6 anni, target completamente nuovo in Italia: non ovviamente con l'idea di poter prevenire il Covid in sè, che è provocato da un virus diverso da quello dell'influenza, per cui la preparazione di un vaccino nel momento in cui scriviamo è ancora in corso ma con una serie di finalità presentate come comunque utili per la salute pubblica e per il Servizio sanitario:

  • ridurre i casi di persone con sintomi influenzali, alleggerendo così il carico per i medici e le strutture del SSN, già gravato dall’epidemia di Covid, grazie a un minor numero di malati; - rendere più facile la diagnosi differenziale di Covid;
  • diminuire il rischio, non ancora chiaro, di doppia infezione contemporanea da Covid e influenza stagionale nella stessa persona.

Purtroppo, i dati epidemiologici e gli studi pubblicati finora sull’efficacia del vaccino antinfluenzale e sul suo potenziale impatto sui carichi di ambulatori e ospedali ci dicono che queste speranze potrebbero essere eccessive. Come vedremo nel corso delle FAQ, non sappiamo se la vaccinazione alleggerirà davvero il carico sul SSN o se sarà davvero utile l’estensione della vaccinazione a nuove categorie, ad oggi non supportata da solide prove scientifiche.

Anche il Nitag (National Immunization Technical Advisory Group), il nucleo di esperti indipendenti che fornisce raccomandazioni al Ministero della Salute in tema di vaccinazioni, ha evidenziato delle criticità derivanti dall’estensione della vaccinazione, di natura organizzativa e di natura comunicativa. L’estensione della vaccinazione comporterebbe un ulteriore aggravio sulle strutture delle aziende sanitarie locali deputate alla vaccinazione, già impegnate nel recuperare le vaccinazioni pediatriche differite durante i primi mesi della pandemia. Aver poi comunicato che la vaccinazione  faciliterà la diagnosi differenziale tra influenza e COVID-19, senza aver evidenziato i limiti di efficacia di questa vaccinazione, potrebbe generare aspettative troppo ottimistiche a fronte di conoscenze non ancora sufficienti. A questo si aggiunge la non facile questione della disponibilità di dosi di vaccino sufficienti per le categorie a cui spetta gratuitamente.

Perché ci vacciniamo per l’influenza?

I vaccini antinfluenzali sono indicati per prevenire l’influenza. La vaccinazione prepara le difese immunitarie in anticipo, perché siano pronte a riconoscere e sconfiggere i virus influenzali al primo contatto. Per fare ciò, il vaccino è preparato a partire da forme “inattivate” (uccise) o “vive attenuate” dei virus influenzali, che attivano il sistema immunitario come durante una normale infezione, senza dare però la malattia o diffondersi da una persona all’altra. La maggior parte dei vaccini in commercio oggi non contiene più il virus intero ucciso, ma le sole proteine del suo involucro più esterno, quelle che suscitano la risposta immunitaria specifica e protettiva.

Prevenire l’influenza potrebbe offrire molti vantaggi: per il singolo individuo, la possibilità di evitare una settimana di febbre, dolori e sintomi respiratori e giornate di scuola o di lavoro perse; per una persona anziana, la possibilità non solo di evitare la malattia, ma anche le complicazioni come la polmonite e l’aggravamento dello stato di salute, spesso già precario. Per la collettività, il vantaggio consiste in una riduzione dei ricoveri ospedalieri e delle morti per influenza, in ambulatori e pronto soccorso meno affollati, in minori assenze sul posto di lavoro e a scuola. I servizi essenziali per la comunità sarebbero così garantiti e si risparmierebbero le già scarse risorse del servizio sanitario.

Il vaccino viene raccomandato, in condizioni di normalità, a quelle persone che sono più a rischio di sviluppare forme gravi di influenza e complicazioni. Si tratta di persone al di sopra dei 65 anni di età e negli individui con malattie croniche quali, ad esempio il diabete, le malattie immunitarie o cardiovascolari e quelle respiratorie.

Perché il vaccino andrebbe rifatto ogni anno?

Ci sono due motivi. Il primo riguarda la natura dei virus influenzali, che hanno la tendenza a mutare nel corso delle stagioni influenzali. Le mutazioni rendono il virus differente agli occhi del sistema immunitario, il quale funziona sulla base del riconoscimento. Se una mutazione cambia il virus in maniera significativa le nostre difese possono essere messe in difficoltà e non rispondere prontamente.  La tendenza a mutare di anno in anno fa sì che le difese che l’organismo ha elaborato nelle passate stagioni influenzali non siano sempre in grado di riconoscere il virus della nuova stagione e di contrastarlo in maniera pronta ed efficiente. Motivo per cui, l’OMS ogni anno verso il mese di febbraio riformula la composizione del vaccino, sulla base dei ceppi virali che circolavano a fine stagione. La formulazione viene pianificata con largo anticipo, in modo da garantire la produzione e la distribuzione dei vaccini in tempo utile. Se i dati dicono che i virus influenzali non sono mutati in modo significativo, il vaccino non viene aggiornato. In caso contrario, il vaccino sarà aggiornato con i nuovi ceppi influenzali. Può succedere però che i virus mutino dopo la formulazione del vaccino: questo purtroppo è uno dei motivi che rendono il vaccino poco efficace.

La seconda ragione per cui ci si rivaccina ogni anno è che la copertura data dal vaccino ha una durata limitata. Solitamente, gli anticorpi generati dalla vaccinazione proteggono per almeno 6 mesi. Pertanto anche se la formulazione del vaccino è uguale a quella dell’anno precedente, ripetere la vaccinazione è utile a rinverdire le difese.

L’antinfluenzale è un vaccino efficace?

Nessun vaccino è in grado di conferire una protezione del 100% contro la malattia che vuole prevenire. Per quanto riguarda l’influenza, l’efficacia preventiva del vaccino antinfluenzale sembra essere modesta e variabile di anno in anno.

In linea di massima, in base agli studi più attendibili, si può attribuire al vaccino antinfluenzale un’efficacia che varia tra il 20% e il 70%. Questo significa che se consideriamo una buona stagione in cui il vaccino è più efficace, può ridurre il rischio di ammalarsi di influenza del 70%, ma che rimane comunque una probabilità del 30% di contrarre l'influenza se si è esposti al virus, anche se si è vaccinati.

A incidere sull’efficacia di questo vaccino vi sono poi due fattori importanti. Il primo, è la corretta corrispondenza tra composizione del vaccino e ceppi virali circolanti nella stagione influenzale. La composizione del vaccino è basata su una predizione (quali saranno i virus circolanti) che non sempre si rivela esatta. Succede infatti che il virus muti dopo che è stata stabilita la composizione del vaccino. In questi casi l’efficacia del vaccino può risultare molto bassa e si rivela poco utile come strumento di prevenzione dell’influenza.

Il secondo fattore è rappresentato dalle caratteristiche proprie della persona vaccinata, come l’età o la presenza di patologie, che condizionano l’efficacia di questa vaccinazione. Per funzionare, il vaccino deve stimolare una risposta immunitaria specifica contro i virus influenzali: nei bambini e negli gli adulti in buona salute è più facile osservare questa risposta. Gli anziani, invece, hanno un sistema immunitario meno reattivo e potrebbero sviluppare risposte immunitarie insufficienti, quindi non protettive. Peccato, perché è proprio loro che vogliamo proteggere: è tra gli over65 che avviene il 90% delle morti per influenza.

Se mi vaccino, posso comunque ammalarmi?

La risposta è sì. I motivi sono due: il primo è legato all’efficacia della vaccinazione, che è modesta. Come abbiamo spiegato poco sopra, esiste un rischio più o meno importante di contrarre comunque l’influenza nonostante ci si sia vaccinati.

Il secondo motivo è legato alla natura delle influenza che ci allettano d’inverno.

E’ importante capire che quando usiamo il termine influenza non parliamo di una sola malattia né di un solo virus. In realtà è più corretto parlare di sindrome influenzale (la letteratura scientifica usa l'acronimo inglese “ILI” ovvero “influenza-like illness”). Quando durante la stagione invernale (tra dicembre e marzo) ci mettiamo a letto con l'influenza”, in realtà abbiamo la vera e propria influenza, quella provocata dal virus contro cui viene messo a punto ogni anno il vaccino, solo nel 30% dei casi. Gli studi che hanno analizzato quale virus precisamente provoca i disturbi sono piuttosto concordi: nella maggioranza dei casi abbiamo sintomi molto simili (febbre, spossatezza, mal di testa, dolori muscolari, tosse...), ma provocati da virus diversi, di svariati tipi. In età pediatrica, la percentuale di casi di “vera” influenza sembra essere ancora più bassa, intorno al 10%.

Il punto è che contro i virus diversi da quello dell'influenza vera e propria il vaccino antinfluenzale preparato ogni anno non fornisce alcuna protezione. Il vaccino, se anche funzionasse al 100%, coprirebbe quindi comunque solo circa il 30% dei casi di sindromi influenzali e solo il 10% se parliamo di bambini. Per questo gli effetti attesi da una estensione della vaccinazione - e in particolare una estensione ai bambini - rischiano di essere molto inferiori rispetto a quelli sperati: riducendo le influenze vere e proprie, resterebbe presente comunque la maggior parte delle sindromi influenzali.

Il vaccino antinfluenzale è sicuro?

I vaccini antinfluenzali sono ritenuti vaccini sicuri. La maggior parte degli effetti indesiderati è rappresentata da manifestazioni locali, quali rossore, dolore e gonfiore del punto di iniezione. Altre reazioni di carattere più generale, quali malessere, febbre o dolori muscolari, possono presentarsi nell’arco di qualche ora. Sono considerate benigne e si risolvono nell’arco di due giorni.

Problemi rari quali nevralgie o disordini neurologici sono stati a volte collegati alla vaccinazione antinfluenzale, ma una correlazione causale non è mai stata dimostrata. Negli ultimi anni, si è tornati a parlare di un legame tra vaccino antinfluenzale e sindrome di Guillain Barré, una malattia neurologica che comporta la paralisi degli arti, a volte permanente. Si tratta di una patologia molto rara, con 1-2 casi ogni 100.000 abitanti, la cui causa non è nota, anche se è stata correlata a infezioni batteriche e virali, tra cui quella da virus influenzale. Ad oggi, non è chiaro se il vaccino aumenti il rischio di sviluppare questa malattia. Alcuni studi lo escludono mentre altri sostengono che il vaccino causi un caso in più di malattia ogni milione di somministrazione. Un rischio però ritenuto molto basso e decisamente inferiore al rischio di sviluppare la malattia a causa di un’infezione virale delle vie respiratorie. Anzi, alcuni studi suggeriscono che, per questo motivo, il vaccino possa essere persino protettivo.

A chi è raccomandata la vaccinazione anti-influenzale?

Covid o non Covid, per alcune categorie di persone il vaccino antinfluenzale è utile a prevenire complicazioni e quindi consigliabile.

Il vaccino antinfluenzale è raccomandato per tutti i soggetti che desiderano evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni.

Tuttavia, in accordo con gli obiettivi della pianificazione sanitaria nazionale il vaccino viene offerto gratuitamente ai soggetti che per le loro condizioni di fragilità hanno un rischio maggiore di andare incontro a complicanze nel caso contraggano l'influenza: anziani, bambini, donne incinte, soggetti che soffrono di particolari disturbi di salute o che sono patologicamente immunodepressi, ad es Malattia polmonare cronica ostruttiva (BPCO), Fibrosi cistica, Diabete, AIDS. In questi individui, il virus influenzale potrebbe scatenare gravi complicazioni.

Perché è raccomandato agli anziani in generale?

Con l'avanzare dell'età si ha una riduzione fisiologica delle difese immunitarie, che comporta un rischio aumentato di contrarre infezioni. La vaccinazione antinfluenzale è raccomandata sia dal Ministero della Salute che dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), generalmente per i soggetti di età pari o superiore a 65 anni, in quanto l’influenza è un fattore di rischio  per la popolazione anziana, visto che il 90% delle morti correlate all’influenza si verificano proprio in questa fascia della popolazione. Inoltre, gli anziani sono soggetti più a rischio per quanto riguarda le complicanze, come polmoniti o peggioramento di malattie preesistenti.

In base agli studi metodologicamente più validi e indipendenti, l’efficacia nel ridurre la mortalità del vaccino antinfluenzale risulta documentata negli anziani con una malattia di cuore attiva, scompenso cardiaco o altre gravi malattie cardiache: in questa fascia di persone il vaccino antinfluenzale è senz’altro consigliabile, perché è dimostrato che evita ricoveri e morti. 

Al di fuori di queste categorie, i dati sono però più incerti. Se è vero che ci sono studi che suggeriscono che la vaccinazione di persone anziane riduca il rischio di ricoveri e di morte del 25% e più, da parte di alcuni esperti si fa notare che, per la metodologia seguita, i risultati di questi studi sono influenzati dalla tendenza a sottoporsi a vaccinazione dei soggetti più attenti alla loro condizione di benessere. Si parla di questo fenomeno come del “bias del paziente sano”: in pratica chi si vaccina tende a essere più attento alla salute e avere già in partenza uno stile di vita più sano e questo fa sembrare maggiori gli effetti della vaccinazione. Sono in effetti scarsi i dati solidi a conferma di una riduzione di ricoveri e mortalità negli anziani sani o con malattie croniche stabili: gli studi più attendibili ad oggi non la documentano a sufficienza. In particolare, uno studio che ha fatto riferimento alla raccomandazione introdotta nel Regno Unito di proporre alla popolazione sopra i 65 anni il vaccino antinfluenzale, seguendone le conseguenze per dieci anni, non ha riscontrato effetti favorevoli riguardanti ricoveri e decessi. Sono necessari ulteriori studi per accertare l’utilità del vaccino al di fuori di categorie di persone particolari.

È raccomandato ai bambini?

La raccomandazione di vaccinare tutti i bambini sani, di età compresa tra i 6 mesi e 6 anni, rappresenta una novità per il nostro paese.  Il valore dell’estensione della vaccinazione antinfluenzale ai bambini è però tutt’ora oggetto di discussione nella comunità scientifica. 

Secondo varie analisi, l’efficacia della vaccinazione nel ridurre l’influenza nei bambini oscilla tra il 20 e il 70% a seconda delle stagioni influenzali, della formulazione vaccino e di altri fattori. Un’analisi del gruppo Cochrane, pubblicata nel 2018, ha valutato modesta l'efficacia dei vaccini antinfluenzali nel ridurre gli episodi di influenze, sindromi simil-influenzali e le complicanze legate a influenza (es ricoveri e otite media) nella popolazione pediatrica tra i 2 e i 16 anni e ha concluso che per prevenire un caso di sindrome simil-influenzale dovrebbero essere vaccinati 12 bambini: in pratica gli altri 11 bambini riceverebbero la vaccinazione senza ricavarne benefici. Dato che il numero di bambini che soffrono conseguenze gravi da una sindrome influenzale è estremamente basso e che bisognerebbe esporre molti bambini al vaccino senza trarne beneficio, sembrerebbe più opportuno riservare il vaccino ai bambini inclusi in categorie a rischio (malattie croniche o altro). 

L’estensione a questa popolazione sembrerebbe giustificata da una potenziale riduzione dei casi di influenza nella popolazione non vaccinata (tra cui soggetti fragili) e una riduzione delle visite mediche per gli adulti.  Vista in quest’ottica, in cui viene enfatizzato il ruolo del bambino nella diffusione del virus, la vaccinazione in questa popolazione sembrerebbe essere giustificata più per il beneficio che porta alla comunità che per il bambino in sé. Purtroppo però gli studi esistenti non hanno dimostrato una chiara efficacia della vaccinazione nel proteggere i contatti dei bambini. Una metanalisi sugli effetti indiretti della vaccinazione antinfluenzale nella popolazione pediatrica ha rilevato una protezione indiretta (famiglia, scuola, comunità) con una stima di efficacia estremamente variabile: tra il 4 e il 66%. Gli autori concludono che la vaccinazione può offrire una protezione indiretta ai contatti ma non in tutti i contesti valutati e che sono necessari studi di qualità superiore per meglio quantificare questo aspetto.

È raccomandato alle donne incinte?

La vaccinazione è raccomandata alle donne incinte a causa della maggiore suscettibilità di sviluppare  forme severe di influenza nel secondo e terzo trimestre e nel periodo post-partum e per la possibilità di trasmettere l’infezione al feto. L'OMS raccomanda la vaccinazione con vaccini inattivati per tutte le donne incinte, indipendentemente dalla fase della gravidanza.

Le prove di efficacia su questa popolazione provengono, soprattutto, da studi osservazionali che tendono a sovrastimare l’efficacia reale della vaccinazione. In questo preciso contesto, le donne più attente alla salute e più istruite, con comportamenti complessivamente più sani e che cercano una migliore assistenza medica sono più propense alla vaccinazione antinfluenzale, che è fortemente caldeggiata dai medici e dalle autorità.

Una revisione Cochrane sull’efficacia della vaccinazione negli adulti sani ha trovato un solo trial clinico relativo all’efficacia del vaccino nelle donne incinte e ha concluso che l’effetto protettivo contro l'influenza e le sindromi simi-influenzali nelle madri e nei neonati era modesto, e risultava inferiore agli effetti osservati in altre popolazioni considerate in questa revisione. Il numero di vaccinazioni da effettuare per evitare 1 influenza risulta elevato: 55 per le madri e 56 per i neonati. In altre parole, gli autori non sono certi della protezione offerta alle gravide contro l’ILI e contro l’influenza da parte del vaccino antinfluenzale inattivato, o quanto meno tale protezione “è risultata molto limitata”.

Se guardiamo i dati ISTAT nel decennio 2005/06 – 2014/15, i decessi tra le donne incinte italiane siano stati 9, circa 1 all’anno su coorti ~500.000 gravide/anno, cioè lo 0,2% del numero totale dei decessi per influenza confermati con test di laboratorio.

Vaccinare contro l’influenza faciliterà la diagnosi di Covid?

Dal punto di vista clinico, il COVID-19 si può manifestare con sintomi sovrapponibili a quelli delle sindromi simil-influenzali: febbre, tosse, mancanza di respiro o difficoltà a respirare, affaticamento, mal di gola, naso che cola, dolori muscolari.

Se, come abbiamo visto, la vera influenza è solo una minoranza delle sindromi che ci fanno salire la febbre in inverno e la vaccinazione ha un impatto limitato su di essa, il vaccino antinfluenzale non può essere di grande aiuto nel fare una diagnosi corretta di Covid. Se anche una persona vaccinata ha una certa probabilità in meno di avere contratto l’influenza vera e propria (e di conseguenza presenta maggior probabilità che ci si trovi di fronte a un caso di Covid), resta però uguale la possibilità che abbia contratto una sindrome influenzale dovuta a un altro virus, e quindi il tampone deve essere fatto ugualmente. Il vaccino antinfluenzale può ridurre in una certa misura la quantità totale di persone con sintomi similinfluenzali da sottoporre al tampone: ma se ci sono i sintomi, il tampone dovrà essere fatto comunque. Per certi versi, far passare l’dea che la vaccinazione antinfluenzale permette di facilitare la diagnosi differenziale di Covid, potrebbe creare degli allarmismi infondati, nelle persone vaccinate che potrebbero pensare di avere il Covid in caso di sintomi respiratori dovuti ad altri virus o al virus influenzale stesso (in quei casi per esempio in cui il vaccino non ha funzionato).

Qual è il periodo migliore per vaccinarsi?

La copertura determinata dal vaccino ha una durata limitata. Solitamente gli anticorpi generati dalla vaccinazione ci proteggono per almeno 6 mesi. Per questo motivo ci si rivaccina ogni anno, anche se la formulazione del vaccino non cambia. Stando a studi recenti, l’immunità conferita dal vaccino sembra calare velocemente nei mesi che seguono la vaccinazione, e si azzererebbe per alcuni ceppi nei 110 giorni successivi la vaccinazione.

Tenendo in considerazione che il vaccino impiega due settimane per "allenare" le difese immunitarie (periodo in cui non si è “coperti” dall’infezione) e che la stagione influenzale parte dalla fine di dicembre, con il picco tra gennaio e febbraio, il periodo più indicato per la vaccinazione è quello compreso tra la metà del mese di ottobre e la fine del mese di novembre, in modo da essere coperti nel periodo influenzale tipico.

Come viene somministrato il vaccino?

Le modalità di vaccinazione variano a seconda dell’età. Per i bambini al di sotto dei 9 anni, mai vaccinati in precedenza, si consigliano due dosi di vaccino da praticarsi a distanza di almeno quattro settimane, mentre per ragazzi ed adulti è sufficiente una sola dose.

La somministrazione avviene con un’iniezione per via intramuscolare sulla spalla, preferibilmente sul muscolo deltoide (fa eccezione la somministrazione del vaccino trivalente intradermico e quella del vaccino a virus attenuato intranasale). Per i lattanti e i bimbi fino a 2 anni, invece, è consigliato il muscolo della coscia.

Dove possiamo vaccinarci?

Le persone a cui il vaccino è offerto in forma gratuita, possono ricevere il vaccino antinfluenzale presso gli ambulatori vaccinali delle ASL o presso lo studio del medico di famiglia o del pediatra, nel caso dei bambini.

Inoltre, per gli anziani che hanno difficoltà a muoversi da casa, esiste la possibilità di ricevere la vaccinazione a domicilio, grazie alla disponibilità dei medici di base di recarsi presso le abitazioni quando strettamente necessario.

Coloro che decidono di vaccinarsi, se non appartengono alle categorie a cui la vaccinazione è raccomandata in forma gratuita, possono farlo a proprie spese, acquistando il vaccino in farmacia (dietro prescrizione del medico, che chiederà una tariffa per la somministrazione) o in alcune strutture sanitarie private accreditate.

Quali vaccini sono disponibili in Italia?

Vaccini a virus inattivato

Si tratta di vaccini che contengono virus influenzali inattivati, cioè morti, o loro parti. Ce ne sono di due tipologie. Nei vaccini “split”, il virus è stato ucciso da un detergente. Nei vaccini a subunità, del virus ci sono solamente le proteine di superficie più importanti (l’emoagglutinina e la neuraminidasi) purificate mediante la rimozione di altri componenti virali. In Italia, sono disponibili il tipo trivalente che contiene 2 virus A (H1N1 e H3N2) e un virus B e il tipo quadrivalente che contiene 2 virus A e 2 virus B. In questa categoria rientra anche  il vaccino ad alto dosaggio, un vaccino split quadrivalente che contiene due virus di tipo A (H1N1 e H3N2) e due virus di tipo B contenente un dose più elevata di emoagglutinina per ciascun ceppo virale, indicato nei soggetti di età pari o superiore a 65 anni. i vaccini inattivati possono essere adiuvati o non adiuvati, cioè contenere o meno una sostanza per potenziare la risposta immunitaria. 

Vaccini a virus vivo attenuato

Contengono virus influenzali attenuati, cioè vivi ma indeboliti, capaci di replicarsi solo nella sede in cui sono somministrati, ma incapaci di provocare la malattia. L’unico in commercio è autorizzato per l'uso in persone di età compresa tra 2 e 59 anni ed è somministrato con spray intranasale. 

Cos’è un vaccino adiuvato?

Per “adiuvato”, si intende un vaccino che contiene una sostanza che potenzia, o è fatto in modo da potenziare, la risposta immunitaria alla vaccinazione. Per questo, viene usato nelle persone che hanno un sistema immunitario meno reattivo, come gli anziani sopra i 65 anni.

I dati rilevano una sostanziale sovrapposizione tra vaccino adiuvato e non adiuvato in termini di effetti indesiderati, anche se i vaccini adiuvati causano più frequentemente reazioni locali come dolore nella sede di iniezione, indurimento ed eritema, ed effetti sistemici come malessere e dolori muscolari. Si tratta però di fenomeni transitori. Per quanto riguarda reazioni più gravi, i dati sono confortanti: gli shock anafilattici sono molto rari, tanto quanto lo sono quando si somministra il vaccino non adiuvato.

Esistono altri modi per prevenire l’influenza?

Questo è un aspetto importante: il vaccino non è l’unico modo di prevenire l’influenza, anzi, dovrebbe essere visto come una pratica aggiuntiva per quelle persone a rischio, in cui l’influenza potrebbe causare brutte complicazioni. Sono provati gli effetti dovuti sia a pratiche igieniche sia a sane abitudini di vita, capaci di tenere efficiente il nostro sistema immunitario. Un punto deve essere chiaro: anche chi si sottopone alla vaccinazione deve continuare a seguire le altre misure preventive, perché come abbiamo visto il vaccino non può fare nulla contro le sindromi simil influenzali provocate da altri virus né contro il Covid. Le risorse sono limitate (per definizione e nella concreta realtà del nostro Paese). Le misure igieniche utili a prevenire l’influenza servono per tutte le malattie respiratorie, Covid incluso. È basilare che le ingenti risorse necessarie per le vaccinazioni non vadano a scapito di interventi che incentivino le pratiche preventive di efficacia provata, ad esempio attraverso campagne informative ed educative.

Per prevenire il contagio sia dell’influenza sia di tutte le altre malattie dell’apparato respiratorio dovute a virus, Covid incluso, si deve agire su due fronti: da una parte evitare il più possibile il contatto con i virus, dall’altra mantenere efficiente il nostro sistema immunitario. Le tre “M”- lavarsi spesso le mani, mantenere il distanziamento di almeno un metro tra persone con cui non si convive, indossare la mascherina nei luoghi pubblici chiusi e dove non si possibile mantenere il distanziamento - aiutano in maniera sostanziale a ridurre il rischio sia di influenza sia di Covid. Inoltre, cerchiamo di applicare tutte quelle regole che abbiamo imparato durante questa pandemia:

  • coprire la bocca e il naso con un fazzoletto di carta quando si tossisce e starnutisce e gettare il fazzoletto usato nella spazzatura.
  • Evitare di toccarsi occhi, naso e bocca con mani non pulite: i germi infatti si trasmettono quando un individuo viene in contatto con un soggetto contaminato e poi con le mani si tocca occhi, naso e bocca.
  • Evitare, per quanto possibile, ambienti chiusi e affollati nelle settimane di epidemia influenzale.
  • Evitare la stretta vicinanza con soggetti infetti.
  • Se possibile, rimanere a casa quando si è malati per evitare di contagiare gli altri.
  • Aerare regolarmente le stanze dove si soggiorna.
  • Se ci si ammala, restare a casa evitando l’uso di antipiretici se la febbre non debilita troppo e non impedisce il riposo (la febbre è un efficace meccanismo di difesa contro la replicazione virale), ma assicurandosi idratazione e riposo adeguati.

Per mantenere in forma il sistema immunitario, le regole d’oro sono due: attività fisica e alimentazione variata, ricca di frutta e verdura. Già solo mezz’ora di camminata di buon passo ogni giorno aiuta. Quanto all’alimentazione, frutta e verdura non devono scendere sotto le cinque porzioni al giorno. Agrumi e kiwi possono fornirci tutta la vitamina C che è inutile assumere attraverso integratori. Le regole della nonna come coprirsi bene quando fa freddo, dormire le ore di sonno necessarie, aerare spesso le stanze ed evitare stress e stanchezza contribuiscono a mantenere la buona salute. Infine: nessuna utilità provata dall’assunzione di integratori o altri preparati che si vantano di “rafforzare il sistema immunitario”.

Se vuoi approfondire tutti gli aspetti riguardanti il vaccino antinfluenzale in questo anno così particolare per via dell'emergenza Covid ancora in atto, puoi scaricare gratuitamente l'articolo pubblicato sul numero di ottobre di InSalute.