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Vitamina D: quando serve integrarla

Qual è il livello nel sangue che può considerarsi normale? È sufficiente quella naturale che arriva dal sole? Negli anziani previene le fratture? Ecco tutte le risposte ai dubbi più frequenti sulla vitamina D.

27 ottobre 2022
Vitamina D

Una panacea per tutti i mali, dalle malattie neurodegenerative al cancro. È l’immeritata fama di cui gode la vitamina D. Stando alla vulgata corrente, giocherebbe perfino un ruolo fondamentale nella prevenzione del Covid-19 e, in caso di carenza, nel determinare gli esiti più gravi della malattia. Infatti, secondo una suggestiva ipotesi, sarebbe stata la (presunta) carenza di vitamina D nella popolazione anziana del Nord Italia — colpa di uno stile di vita più sedentario e della scarsa esposizione al sole — a contribuire alla maggiore incidenza di morti in questa area del Paese.

Vitamina D infografica

La “vitamina del sole”

Sono tesi affascinanti, spesso cavalcate dai media, e ancor più spesso strumentalizzate dai professionisti della disinformazione, che hanno gridato al complotto contro la vitamina D da parte delle autorità sanitarie: la “vitamina del sole” costa poco e un suo uso avrebbe danneggiato gli interessi dell’industria farmaceutica. Bufale. Nessuno studio ha mai avvalorato un qualsivoglia legame tra Covid e vitamina D, nonostante il punto sia stato, e continui ad essere, oggetto di specifiche ricerche scientifiche. Tant’è che il ministero della Salute in una sua circolare sconsiglia di assumere integratori di vitamina D, così come quelli a base di lattoferrina o di quercitina, altre due sostanze a proposito delle quali si è ventilato un beneficio anti-Covid. E quando sono inutili, in mancanza di reali carenze, gli integratori vanno evitati: non è vero infatti che siano innocui. Alte dosi di certe vitamine possono essere dannose e perfino aumentare il rischio di diverse malattie.

Il sole “buono” per la salute delle ossa

La vitamina D, come il calcio, svolge un ruolo importante per la salute delle ossa. La vitamina D che possiamo assumere con gli alimenti – inclusi quelli che ne contengono di più: fegato di merluzzo, pesci grassi (salmone) e pesce azzurro – è limitata. Ci viene in soccorso l’esposizione al sole. Infatti, i raggi UV sono in grado di sintetizzare a livello della cute la vitamina D, che poi viene immagazzinata nel fegato e rilasciata all’occorrenza. Secondo la raccomandazione corrente d’estate è sufficiente esporre quotidianamente braccia, décolleté e gambe per 10-15 minuti a metà mattina o metà pomeriggio, evitando le ore di picco dei raggi UV, mentre d’inverno è necessario esporsi più a lungo (30 minuti), preferibilmente attorno a mezzogiorno. In realtà non esiste una regola valida per tutti: dipende dal tipo e dal colore della pelle, e da quanta ne esponiamo al sole. D’inverno bisogna sfruttare tutte le occasioni, perché le parti del corpo che rimangono scoperte sono limitate. D’estate, se prendiamo il sole “incidentalmente” e per poco tempo, per esempio mentre si fa una commissione, non è necessario mettere la crema solare. Se invece l’esposizione è prolungata — e più estesa, come avviene in spiaggia -, allora l’uso della crema solare è d’obbligo.

Quali sono i valori normali di vitamina D?

Ma qual è il livello di vitamina D nel sangue che può considerarsi normale? Si tratta di un’informazione cruciale, perché è in base a tale riferimento che si decide se è necessaria un’integrazione, e di conseguenza anche quando fermarsi, prima che la supplementazione diventi eccessiva, e quindi nociva. Purtroppo, su questo punto la comunità scientifica non è concorde, tant’è che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), nel definire il livello di concentrazione sufficiente a mantenere in salute le ossa, ha indicato una forchetta di valori molto ampia, cioè 20-40 ng/ mL. In teoria, un intervallo così dilatato dovrebbe fare rientrare nella normalità un numero maggiore di situazioni, nella pratica diverse società scientifiche considerano sufficiente il valore di mezzo, cioè 30 ng/mL. In alcuni casi, propongono addirittura livelli di valori «desiderabili» o «ideali» ancora più alti. Se lo facessero tutti, l’asterisco che evidenzia l’anomalia riguardo alla vitamina D comparirebbe sugli esami del 90% della popolazione generale. Tra l’altro, considerare come “non sufficienti” valori che invece lo sono suscita ansia in chi, notando l’anomalia sul referto, crede che la propria salute sia esposta a chissà quali rischi.

Ecco perché non è innocua

In altre parole, si legittimano trattamenti a base di vitamina D che sono invece inappropriati, con l’errato presupposto che la vitamina D sia innocua e poco costosa, e qualora fosse assunta in eccesso non si correrebbero rischi. Questo naturalmente non è vero: anche se avviene solo di rado, la vitamina D a certi livelli può diventare tossica. Già sopra i 100 ng/mL - livello non altissimo, che si può raggiungere assumendo indiscriminatamente integratori in vendita liberamente, anche online - si può andare incontro all’ipercalcemia (alta concentrazione di calcio nel sangue) e a sintomi come sete e urine molto abbondanti (poliuria). Se poi nel sangue si raggiungono livelli molto più alti, cioè 200 ng/mL, si rischiano conseguenze ben più gravi, come convulsioni, coma e (raramente) morte. Non bisognerebbe superare neppure i 50 ng/mL, perché già sopra questo livello si riscontra un aumento della mortalità e del rischio di cancro al pancreas e alla prostata.

L’età avanzata non basta

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un vero e proprio boom della vitamina D, sia sotto forma di integratori sia di farmaci. Basti pensare che a livello nazionale la spesa pubblica per questa voce in dodici anni è più che decuplicata, passando dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 273 milioni del 2018. L’esplosione non è dovuta solo all’innalzamento della soglia considerata normale, ma al fatto che sono molte le malattie in cui si è osservata una carenza di vitamina D. Da qui l’equivoco che la vitamina D potesse giocare un ruolo nella loro insorgenza. In realtà, gli studi suggeriscono che in quasi tutti i casi la carenza di questa vitamina è una conseguenza della malattia e non una causa. Motivo per cui non si evidenziano benefici nei pazienti trattati con la vitamina, anzi in certi casi si possono avere effetti negativi. Inoltre, poiché con l’età la concentrazione di vitamina D nel sangue tende a diminuire, potrebbe sembrare sensate prescriverla agli anziani per migliorare il loro stato di salute. Purtroppo, non è così, gli studi scientifici evidenziano che assumerla non porta a miglioramenti su pressione arteriosa, fratture, prestazioni fisiche, capacità cognitive e frequenza di infezioni. In definitiva, il solo fatto di essere anziani non rende utile né opportuna l’assunzione di vitamina D.

Anziani in strutture di riposo

Allora, quando è corretto prescrivere agli anziani la vitamina D? Solo quando sono ricoverati in una casa di riposo e quando soffrono di invalidità con deficit motori, condizioni, queste, che non consentono di esporsi al sole e neppure di fare sufficiente esercizio fisico. Negli anziani che invece non si trovano in una casa di cura, la somministrazione di vitamina D (associata o no al calcio) non si è dimostrata in grado di prevenire le fratture, né in chi soffre di osteoporosi né in chi ha già avuto fratture né tantomeno in chi non le ha mai avute in precedenza. La mancanza di vantaggi non si traduce purtroppo in una corrispondente mancanza di svantaggi, perché negli anziani cui è stata somministrata vitamina D si è osservato un aumento dei casi di calcoli renali. Insomma, meglio puntare sullo stile di vita, incentivando le sane abitudini: alimentazione varia ed equilibrata, giusta esposizione al sole e moderata attività fisica. Altrettanto importante è l’eliminazione dei fattori di rischio, non solo fumo e alcol, ma anche quelli fisici, per esempio gli elementi strutturali e d’arredo che in casa possono facilitare le cadute.

Altri casi in cui è raccomandata

Fermo restando che non bisogna mai assumere di testa propria nessun integratore alimentare e che occorre averne preventivamente discusso con il proprio medico, ci sono altre persone e situazioni, oltre a quelle appena citate, per le quali è giustificata una terapia con vitamina D.:

  • I pazienti in cura con farmaci rimineralizzanti, usati per recuperare densità ossea in caso di osteoporosi.
  • I neonati prematuri e i bambini fino all’anno di età. E anche oltre, se c’è il rischio di rachitismo. La ragione è semplice: il latte materno non contiene quantità sufficienti di vitamina D.
  • Persone con carenza di vitamina D (inferiore a 20 ng/mL) associata a specifici sintomi: dolori muscolari, profonda stanchezza per periodi prolungati, ed eventualmente “iperparatiroidismo”, cioè l’eccessiva presenza nel sangue di paratormone, essenziale nel mantenimento di buoni livelli di calcio.

L’integrazione di vitamina può essere valutata anche in chi, pur non avendo i sintomi appena elencati, ha una forte carenza (inferiore a 12 ng/ mL), è affetto da malattie che abbassano i livelli di vitamina D nel sangue o prende farmaci che non ne consentono il suo corretto assorbimento.

Menopausa e gravidanza

Esistono poi condizioni che possono portare a un abbassamento fisiologico di vitamina D nel sangue. È il caso della menopausa. Ma neppure stavolta la supplementazione con vitamina D si è rivelata utile, come dimostrano gli esiti di un recente studio condotto su donne sane di 55 anni con livelli di vitamina D superiori a 20ng/mL. Non si sono rilevati, infatti, né benefici sul piano del metabolismo osseo né su quello dell’aumento della massa ossea. L’integrazione si può rivelare utile, invece, quando i valori di vitamina D sono più bassi, cioè inferiori a 10 ng/mL. Per quanto riguarda la gravidanza, il quadro è più incerto, perché sulle donne incinte vengono fatti pochi studi, anche per motivi etici. Le linee guida dell’Istituto superiore di Sanità consigliano una valutazione caso per caso: la supplementazione potrebbe rivelarsi utile nelle donne appartenenti a gruppi a rischio carenza (donne asiatiche, africane, caraibiche, mediorientali) o che si espongono raramente al sole oppure che seguono un’alimentazione povera di vitamina D.

Più accortezza nelle prescrizioni

Da evitare i controlli di routine sulla vitamina D: controllare sistematicamente o solo per capriccio qual è il livello di vitamina D nel sangue, con l’intento di scoprire precocemente un’eventuale carenza, e quindi di correggerla, non è utile ed è sconsigliato dalle autorità sanitarie. Non solo perché c’è incertezza su quali siano i valori di vitamina D che si possono considerare davvero normali, ma anche perché c’è il rischio di vedersi prescrivere cure inutili, che possono rivelarsi persino dannose. Allora quando? Il monitoraggio dei livelli di vitamina D è raccomandato: per i pazienti che rischiano una reale carenza; nell’approfondimento diagnostico dell’osteoporosi, se il medico lo ritiene necessario; per la diagnosi di particolari malattie del muscolo.

Medici di manica larga

La “correzione” dei valori di vitamina D attraverso la somministrazione di integratori o farmaci non apporta benefici per la salute, se non in presenza di determinate condizioni e sintomi specifici, né è utile per prevenire il rischio di fratture nella popolazione generale, ma solo negli anziani che vivono in una casa di cura. Pertanto, la vitamina D non andrebbe mai assunta di testa propria. Purtroppo, anche i medici spesso la prescrivono senza farsi troppi scrupoli.