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Breve guida alla pensione di reversibilità

03 maggio 2018
reversibilità pensione

03 maggio 2018
Se un tuo familiare pensionato viene a mancare, puoi avere diritto alla pensione di reversibilità, cioè di fatto a ereditare la pensione del defunto. Ma chi ne ha diritto? A quanto ammonta? In quali casi non si applica? Ecco una breve guida.

Quando una persona muore è previsto che ai familiari sia attribuita una “pensione ai superstiti”. Per averne diritto è necessario che si verifichino alcune condizioni e siano soddisfatti determinati requisiti. In base a due differenti tipologie di trattamento, la pensione si definisce:

  • di reversibilità, se il defunto percepiva già la pensione di vecchiaia o anticipata, la pensione di invalidità o di inabilità; 
  • indiretta, se invece non aveva ancora maturato il diritto alla pensione, ma aveva versato almeno 15 anni di contributi in tutta la vita assicurativa oppure, in alternativa, almeno 5, di cui 3 nei cinque anni precedenti al decesso. 

La decorrenza della prestazione previdenziale per chi resta scatta dal mese successivo alla data di morte del lavoratore, anche se la domanda viene inoltrata in ritardo. 

Prima di tutto il coniuge

I destinatari del trattamento sono i familiari più prossimi, a cominciare dal coniuge. Il diritto alla pensione per la moglie o il marito superstite è automatico. In caso di separazione, la pensione spetta anche al coniuge separato. Se però è stato stabilito che la separazione è da addebitare al superstite (cioè se ne era stata lui o lei la causa), allora ha diritto alla pensione solo nel caso in cui risulti titolare di un assegno di mantenimento stabilito dal Tribunale. Anche il coniuge divorziato ha diritto alla pensione se il defunto non si era risposato. Deve però essere titolare di un assegno di divorzio e non deve essersi a sua volta risposato. L’inizio della copertura previdenziale della persona deceduta deve essere antecedente la sentenza di divorzio. Inoltre, la persona che è mancata deve aver maturato i requisiti per la pensione o essere già titolare di pensione alla data della morte. Se il defunto si era risposato, per l’ex-coniuge le cose si fanno più complicate. Se è titolare di un assegno di divorzio, deve rivolgersi al Tribunale per avere una quota della pensione, quantificata in proporzione alla durata del matrimonio.

La quota dei figli

La pensione ai superstiti riguarda anche i figli, siano essi legittimi, legittimati, adottivi, affiliati, naturali, legalmente riconosciuti, giudizialmente dichiarati o nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge. Perché abbiano diritto al trattamento deve però verificarsi una delle seguenti condizioni. Devono essere:

  • minori di 18 anni;
  • studenti di scuola media superiore di età compresa tra 18 e 21 anni, a carico del genitore, senza lavoro;
  • studenti universitari per la durata del corso legale di studi e comunque non oltre i 26 anni di età, a carico del genitore, senza lavoro;
  • inabili di qualunque età, a carico del genitore.

L’inizio dell’attività lavorativa del figlio superstite comporta la sospensione della sua quota di pensione, qualunque sia il reddito percepito, a meno che questo non sia inferiore al trattamento minimo annuo di pensione, maggiorato del 30%: una soglia che per il 2018 è pari a 8.575,24 euro.

Genitori, fratelli, nipoti 

Quando mancano o non hanno diritto il coniuge e i figli, la pensione dei superstiti può essere riconosciuta ai genitori del lavoratore deceduto, purché abbiano almeno 65 anni, non siano titolari di pensione diretta oppure indiretta e risultino a carico del figlio alla data del decesso. Se nemmeno i genitori ci sono oppure non possono accampare alcun diritto alla pensione, entrano in gioco i fratelli e le sorelle, purché non sposati, inabili al lavoro, anche se minorenni, non titolari di pensione e a carico del lavoratore deceduto. Infine, una sentenza della Corte costituzionale riconosce il diritto alla pensione di reversibilità anche al nipote a carico del nonno pensionato. Questo si applica ai nipoti che, anche se non sono stati formalmente affidati ai nonni da un giudice, non sono economicamente autosufficienti e si mantengono solo grazie alla pensione del nonno. Partendo dal principio che il diritto alla reversibilità sorge in modo autonomo e non per successione legittima oppure testamentaria, un’eventuale rinuncia all’eredità da parte dei superstiti non preclude il diritto a percepire la pensione. 

Convivenze e unioni civili 

Resta spinosa la questione delle coppie di fatto, nelle quali i conviventi non vedono riconosciuto il diritto alla pensione di reversibilità in caso di morte del partner. La Cassazione ha stabilito che al convivente non spetta la pensione di reversibilità poiché manca tra i partner un rapporto giuridico. I conviventi di fatto non godono quindi degli stessi diritti delle coppie eterosessuali né di quelle omosessuali che hanno sottoscritto un’unione civile. La legge Cirinnà lo aveva previsto e una circolare dell’Inps dello scorso dicembre lo ha confermato: tutta la normativa relativa alla pensione di reversibilità si estende alle coppie omosessuali unite civilmente, e soltanto a loro. La pensione percepita dal partner superstite ammonterà al 60% di quella del defunto, a meno che non si superino le soglie di reddito previste. 

Chi è considerato “a carico”

Per alcuni familiari il diritto alla pensione di reversibilità scatta solo se sono a carico del defunto, ma qui il concetto è diverso da quello che si applica in ambito fiscale. I figli sopra i 18 anni e inabili al lavoro sono a carico del defunto se questo provvedeva al loro sostentamento, il che implica che questi non fossero economicamente autosufficienti. Sono considerati tali: 

  • i figli maggiorenni con un reddito che non supera l’importo del trattamento minimo maggiorato del 30%: per il 2018 parliamo di 659,65 euro mensili;
  • i figli maggiorenni inabili, con un reddito inferiore a quello fissato annualmente per il diritto alla pensione di invalido civile, ovvero 16.664,36 euro annui per il 2018;
  • i figli maggiorenni inabili che percepiscono una pensione di accompagnamento e hanno un reddito inferiore al reddito fissato per la concessione della pensione di invalidità civile aumentato dell’importo di indennità di accompagnamento, pari quindi a 22.860,56 euro. Occorrerà poi dimostrare che il figlio era mantenuto abitualmente dal defunto. 

Clausola di tutela 

Sono considerati redditi tutti quelli assoggettati all’Irpef al netto dei trattamenti di famiglia e dei contributi previdenziali e assistenziali. Non vanno perciò considerati il Tfr, il reddito della casa di abitazione, le competenze arretrate sottoposte a tassazione separata, l’importo di tutte le pensioni ai superstiti, nel caso la persona fosse titolare di più pensioni di questo tipo. Per coloro che hanno redditi poco superiori al limite di fascia esiste un meccanismo di salvaguardia. Il trattamento complessivo derivante dal reddito più la pensione ridotta non può essere inferiore a quello che sarebbe spettato allo stesso soggetto in possesso di redditi pari al limite previsto nella fascia precedente. 

Per chi si risposa 

Il nuovo matrimonio contratto dal coniuge superstite fa perdere il diritto alla pensione di reversibilità. Al suo posto viene corrisposto un assegno una tantum, pari a due anni della pensione che gli sarebbe spettata, comprese le tredicesime (quindi 26 volte l’importo dell’ultimo assegno incassato); se la pensione era così bassa da dover essere integrata per raggiungere l’importo della pensione minima, viene aggiunta anche la parte di integrazione. Se la pensione è erogata anche ai figli, al matrimonio del genitore superstite il trattamento deve essere riliquidato in favore dei figli con le aliquote previste. Se il titolare della pensione è il coniuge divorziato, in caso di nuove nozze perde il diritto alla pensione di reversibilità e non ha diritto all’assegno una tantum.